Bulgaria, Europa - Il sogno infranto


Kapka Kassabova sulle recenti elezioni politiche: «La popolazione non è filorussa, ma povera»

3 May 2026 - Corriere della Sera / La Lettura
Di ALESSANDRA MUGLIA
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Aggrotta la fronte perplessa, Kapka Kassabova, quando le si chiede della «sua» Bulgaria e della «nuova era» promessa da Rumen Radev. L’ex presidente di Sofia ha trionfato alle elezioni del 19 aprile con il programma di scardinare il sistema oligarchico e la corruzione che tengono in ostaggio il Paese. «Non credo che con lui ci sarà alcuna svolta, le sue sono parole vuote, slogan, e neppure nuovi», riflette l’autrice nata e cresciuta a Sofia che vive in Scozia e scrive in inglese, il 4 maggio a Trieste per Storie di confine. «Immaginavo che il partito Gerb e il suo leader Boiko Borissov avrebbero perso, ed era ora che uscissero di scena dopo tutti questi anni. Ma non mi aspettavo un risultato così netto a favore di Radev. Dopo le grandi proteste, con tutti quei giovani scesi a manifestare, speravo in altro. Radev rappresenta il vecchio, che abbia stravinto è uno choc», ammette.

Lei, 52 anni, era scappata all’estero con la famiglia che era ancora una ragazzina, dopo la caduta del comunismo. Un passato raccontato in Una strada senza nome, memoir del 2008 appena uscito in Italia per Crocetti, dove Kassabova intreccia ricordi e reportage. Lasciava il Paese a 17 anni, lo rivedeva che ne aveva 33. Una storia di formazione al crepuscolo del comunismo e un viaggio di ritorno nella Bulgaria post-sovietica. «Non solo la Bulgaria, ma il mondo intero è irriconoscibile da allora», constata. Si ferma, sospira. «La strada sensir za nome — dice — è stato il mio primo tentativo di capire me stessa, il mio Paese, la mia infanzia, che è l’infanzia di una generazione. Eppure ciò che ho visto allora è ancora vero», osserva in videochiamata dalla casa sulle rive del fiume Beauly, nelle Highlands scozzesi.

Il libro mostra come le vecchie strutture burocratiche si siano trasformate nel caos del «capitalismo mafioso», lasciando il Paese in uno stato di costante «transizione» che continua oggi. «La transizione dura da oltre trent’anni. Credo che la Bulgaria si trovi ancora in una fase post-traumatica. Non stiamo parlando solo di comunismo e post-comunismo, questione che in un certo senso sta già scivolando nel passato, ma dell’assalto oligarchico al Paese negli ultimi due decenni. E l’emigrazione di massa che ha provocato: il 25% dei bulgari vive all’estero». Lei è tra quelli, e il tracollo di Gerb non basta a farla tornare. La vittoria di Radev, un euroscettico che vuole dialogare con la Russia, aggiunge anzi irrequietezza: può essere interpretata come sintomo di un popolo tentato di ritirarsi nell’ombra familiare dell’Est perché il sogno occidentale è apparso troppo corrotto? «No, la gente non ha scelto Radev per quello, non giudicate i bulgari dei filorussi — si accalora —. Non è questa la direzione in cui sta andando la Bulgaria».

La scelta si inquadra piuttosto nella delusione verso l’Europa dopo l’ingresso nell’Ue nel 2007, poi montata con l’adozione dell’euro quest’anno, nel Paese più povero dell’Unione per Pil pro capite, con oltre il 21% della popolazione sotto la soglia di povertà. «È nella vita delle persone, quando vediamo da vicino difficoltà, speranze, sogni, che credo si trovi la risposta. Ho incontrato tantissima gente nella Bulgaria rurale, dove sono ambientati i miei ultimi libri, e Anima. E anche nelle zone di confine: si sentono abbandonate. Sono minacciate da questa corsa totalizzante del capitalismo globale per le risorse. Ciò che so è quanto soffrano le persone per la corruzione di stampo mafioso che permea ogni livello della vita bulgara».

Le radici della crisi del sogno europeo per Kassabova affondano in un’Europa che rinnega l’Est. «Ma l’Oriente è dentro l’Occidente, è questo che rende i Balcani così affascinanti», osserva. Radev ha fatto del superamento di questa divisione il suo motto: Né per l’Est né per l’Ovest, sono per la Bulgaria ,va ripetendo. «Quando parlo di Est io non intendo la Russia ma l’Asia, il Levante, il cosmopolitismo, la moschea accanto alla chiesa, una cosa antica. Radev invece rappresenta il vecchio destinato a scomparire, a prescindere dai risultati elettorali. Il cambiamento è inevitabile. Nel breve termine è difficile essere ottimisti, ma in prospettiva è diverso».

Qualche speranza arriva dall’Ungheria. «Avevamo bisogno di una buona notizia. Un tiranno sembra eterno. Ricordo la sensazione orribile della mia infanzia, quando pensavamo che il comunismo sarebbe durato per sempre. Quando scrivevo Confine, il primo libro del Quartetto Balcanico, ho visto i resti della cortina di ferro. La maggior parte è stata riciclata. Ed è letteralmente finita nella discarica della storia. È la sorte di tutti i regimi e dei confini disumani».

Una strada senza nome 
Traduzione di Anna Lovisolo 
CROCETTI 
Pagine 368, euro 22

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