Eta non è una marziana



La prima allenatrice di una squadra maschile in un campionato top 
Sulla panchina dell’Union Berlin perde all’esordio, ma apre una strada

GIULIA ZONCA
La Stampa - Domenica 19 aprile 2026
Pagina 32

Per fortuna Marie-Louise Eta ha un lavoro a tempo sulla panchina dell'Union Berlin, non certo perché ha perso la prima partita contro il Wolfsburg per 2-1 (l'Union ha vinto solo due sfide nell'intero 2026), piuttosto per il banale fatto che l'incarico per cinque giornate mette l'investitura subito nei canoni, ordinaria amministrazione.

Eta che ha lavorato con le giovanili e ha fatto la vice, scelta per evitare di inabissarsi nei posti da retrocessione e in scadenza a fine stagione qualsiasi cosa accada. Come sarebbe logico per ogni collega nella stessa posizione, anche se il suo lavoro non ha precedenti. Lei è la prima allenatrice di una squadra maschile in uno dei cinque campionati su cui si misura il calcio. Succede in Bundesliga e non è un caso perché quello è il campionato che rompe le barriere: la prima arbitra, Bibiana Steinhaus nel 2017, la prima manager, Kathleen Krüger già nel 2012 nella gestione del Bayern che anche adesso ha una talent scout nello staff e può vincere il titolo proprio oggi, in casa, contro lo Stoccarda. Nel campionato più importante di Germania hanno visto la prima a entrare nel board di un club, Katja Kraus, nel 2003, ormai hanno diverse donne al comando in vari settori, general manager, direttore sportivo. Venerdì Doriane Pin, alla Mercedes, ha provato una F1 a Silverstone. Da quelle parti, aggiornare l'ovvio al 2026 è pratica diffusa, Evelyn Palla è la prima a guidare le ferrovie tedesche ed è italiana. Ci vuole sempre chi mette il proprio nome, una faccia, un esempio sopra un inedito.

Eta sa di tracciare una strada e non si sottrae, perché è stata considerata per un ruolo di solito abbinato agli uomini, a un livello che non aveva mai visto donne. Ce ne saranno altre: lei apre una porta, non la sfonda, ci arriva con un percorso evidente e ci tiene a tenerla spalancata. Chissà quanti minuti ci avrà messo a ristabilire un battito nella norma dopo l'ingresso all'An der Alten Försterei, con decine di fotografi a mezzo metro, la mascotte che le rimbalza addosso (e lei brava a non schivarla, ad accettare l'omaggio), il saluto dell'allenatore avversario Dieter Hecking, anch'egli subentrato ma a marzo, e tornato a guidare il Wolfsburg con identico obiettivo. Restare in Bundesliga. Eta ha altre quattro partite per raggiungere il traguardo e in ognuna saranno valutati i suoi gesti, i suoi vestiti, le risposte della sua squadra, le reazioni del pubblico. Quello di casa l'ha coperta di applausi e messo al femminile il cartellone che abbina l'Union agli dèi. I risultati, come è giusto, ne stabiliranno l'esperienza, ma non ne decideranno la traiettoria e nemmeno il peso che già ha nell'evoluzione del pallone, nel progresso sociale. Impossibile fare finta di nulla e insieme sano guardare oltre.

Gli esperimenti funzionano quando entrano a sistema e ancora noi contiamo le Frappart, la prima ad arbitrare una finale internazionale maschile e le Maria Sole Ferrieri Caputi, anche se è difficile declinarla al plurale. Fino a qui è rimasta l'unica a dirigere un confronto in serie A dove lei non ha trovato continuità e dove non si è vista nessun'altra. Ci vogliono tempo, abitudine, numeri di base che consentano alle migliori di emergere e scelte come quella dell'Union che non ha forzato, non ha inventato, non ha osato, ha solo impiegato ciò che aveva in casa e con un'idea chiara: un contratto limitato e un orizzonte. Eta, nei progetti, era destinata alla squadra femminile e là andrà, non per scarsa fiducia, anzi, perché la società crede in lei e nel senso di metterla lì. Poi si vedrà, si capirà. Intanto può solo averci messo impegno, concetti chiari e decisione.

Sotto di un gol all'inizio del primo tempo, di due appena partito il secondo: l'Union Berlin subisce il cinismo tattico dei rivali, i 27 tiri in porta contro i 5 del Wolfsburg dicono poco. Il 2-1 finale segna un giorno speciale solo per la storia: «Sono dispiaciuta, abbiamo creato molto ma invano. Sono convinta che se continueremo a lottare così, otterremo altro». Parla del campo, definisce tutto.

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