«Nel ’66 vinsi la Coppa Campioni vivendo in un pensionato a Milano. Passai io al mio amico Rumsfeld il curriculum di Dick Cheney»
Bill Bradley: «Ai sovietici in campo feci credere di parlare russo. Vidi la segregazione e decisi di diventare democratico»
In Senato - «Ero in commissione Finanza. Trump mi ha odiato perché tolsi le deduzioni immobiliari»
1 Apr 2026 - Corriere della Sera
Mario Platero Dove Nasce?
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La finale è un miraggio. La vittoria impossibile. La data poco propizia. Eppure quell'1 di aprile del 1966, sessant’anni fa, l’Olimpia «Simmenthal» compie il miracolo. Trionfa a Bologna contro lo Slavia di Praga e conquista la prima Coppa dei Campioni di basket per una squadra italiana. Cinque in campo: Gabriele Vianello, Skip Thoren, Bill Bradley, Sandro Riminucci e Gianfranco Pieri. Leggende.
Bradley però lo è un pochino di più: a Tokyo, nel 1964, in piena Guerra Fredda, capitano della nazionale americana, vince la medaglia d’oro contro l’Unione Sovietica. E il suo record, 57 tiri liberi vincenti consecutivi alla Princeton, stagione 1961-62, è imbattuto. L’Olimpia è la sua palestra per il professionismo. Il suo destino è a New York. Vincerà nel 1970 e 1973 gli unici due campionati NBA per i Knicks. Nel 1977 lascia e nel 1978 corre per il Senato in New Jersey. Vince. A 35 anni è il senatore più giovane. Prova un’avventura presidenziale nel 2000. Va male e chiude. Oggi è banchiere d’affari, filantropo, autore di testi musicali. Ma è ancora l’emblema del Sogno americano: un recente documentario sulla sua vita, «Rolling Along», (lo trovate su Youtube) ha già fatto 24 milioni di visualizzazioni: l’àncora di valori, trasparenze, ideali e speranze di un’America che oggi pare lontana.
«A Crystal City, in Missouri, sulle rive del Mississippi. C’era una fabbrica di vetro che occupava la maggioranza dei circa 3.000 residenti. Papà e mamma, erano severi, ma pieni d’amore. Devo tutto a loro e ai loro valori. Mio padre, orfano da piccolo, non finisce la scuola. Si fa da solo, fino a controllare la banca per cui lavorava. Durante la Grande Depressione non sequestrò mai una casa a chi non poteva pagare il mutuo. Mia madre sempre a dirmi di non guardare mai dall’alto in basso, mai. Valori americani radicati in provincia che oggi sembra non esistano più. Da piccolo andavo sul fiume passando tra i campi di mais e di cotone e giocavo a basket. Era un’america idilliaca, lontana dalle coste, ingenua ma tollerante, c’era già molto crogiuolo razziale. Poi, a 18 anni, l’università, alla Princeton, in New Jersey. Un mondo nuovo».
Come arriva a Milano?
«Alla Princeton vinco una borsa Rhodes Scholar per Oxford. È il 1965. Il mio lato “serio” prevale sulle molte offerte per passare al basket professionistico. Mio padre non concepiva lo sport come professione. Ma io non potevo farne a meno: “tum tum”, “tum tum tum”, il suono della palla che rimbalza, il fruscio quando scende nel canestro, sono irripetibili. A Oxford gioco in tornei dilettantistici. Andiamo a Budapest e ci sono questi due italiani che mi vogliono parlare, Ricky Pagani, talent scout per Olimpia e Cesare Rubini, l’allenatore dell’Olimpia Simmenthal».
Che cosa vogliono?
«Da quell’anno le squadre italiane possono avere uno straniero per il campionato italiano e uno per le coppe europee. Mi offrono di giocare in Coppa dei Campioni ogni due settimane. Posso conciliare studi e basket. Accetto. Ogni due settimane andavo a Milano o nella città estera dove si giocava. Bastava un giorno, al massimo due, di allenamento prima della partita, poi sul campo».
Che ricordo ha della Milano anni Sessanta?
«Indimenticabile, anche sul piano umano. Abitavo al pensionato in Via Caltanissetta 3, con Riminucci e Vianello. Avevamo un cuoco che ci preparava cose deliziose. Avevo 23 anni. Mi divertivo come un matto, la città era piena di energia, il Duomo imponente, grandioso, bellissimo. Adoravo Pagani, ex campione, e Rubini. Dopo lo scudetto volevano la Coppa dei Campioni. Arriviamo in semifinale contro il circolo dell’Armata Rossa, mai successo prima. Ma i giocatori erano gli stessi che avevo battuto alle Olimpiadi. Stessa maglia, stesso simbolo con falce e martello».
Aveva qualche farfalla nello stomaco?
«No. E le racconto perché. Sono alla Princeton al penultimo anno, so che andrò alle Olimpiadi e che quasi certamente avremo i russi (in realtà i sovietici, ndr) contro di noi in finale. Vado da un professore di russo e gli chiedo di insegnarmi qualche parola, tipo: “Ehi ragazzaccio, attento a te”. Arriviamo in finale. Io sono alto 2.04, peso 108 chili, un russo (un sovietico, ndr) mi dà una violenta gomitata appena sopra il torace che mi lascia senza fiato. E con tutto quel che mi resta in gola gli urlo in russo: “Ehi ragazzaccio, attento a te!”. È sbalordito. I suoi compagni pure. Coordinavano il gioco in russo. Ora pensano che io capisca tutto e smettono di comunicare. Abbiamo vinto 73 a 59! Lo stesso a Bologna. Molti dei giocatori, maglietta con la solita falce e martello, si ricordavano del mio russo. Abbiamo vinto 68 a 57».
Poi la finale.
«Sì, contro il TJ Slavia di Praga. Un confronto sul filo del rasoio. Gli ultimi 15 minuti cominciano sul 65 a 64. Poi con Vianello e Thoren ci diamo dentro e andiamo in vantaggio, ma di pochi punti. Tutto può cambiare. Rubini, leggendario, indimenticabile, si morde le nocche. Gli ottomila del pubblico muti. Fischio di chiusura: 77 a 72. Lo stadio esplode. Tremila, impazziti, erano venuti da Milano. Invasione di campo, abbracci, lacrime e gioia. Mi hanno poi raccontato che quel primo di aprile del ’66, oltre al calcio, l’Italia scopre il basket. Poi, nel ’67, comincio coi Knicks. Mio padre è un po’ deluso. Io non sono pronto. Ma c’è un’occasione per giocare in prima squadra e non la butto via. Nel 1970 e nel 1973 vinciamo il titolo NBA. Un trionfo indimenticabile».
Quale fu il segreto?
«Il gioco di squadra. Non eravamo i giocatori migliori, ma eravamo la squadra migliore: Reed, Barnett, Bradley, Debusschere, Monroe (ai Knicks dal 1971, quindi campione solo nel 1973, ndr). A Milano, come a New York, contavano disciplina, immaginazione, rispetto. Per essere la squadra migliore al mondo occorre muoversi come un unico corpo sul campo, sentire il passaggio, il passaggio che porta al passaggio, vedere il canestro da dietro, poi il tiro, il punto, la gioia, tutto in simbiosi, in equilibrio perfetto. Al Madison Square Garden erano in diciannovemila. Cinque volte la popolazione di Crystal City. Un delirio».
Come si diventa campioni di basket?
«Tum tum; tum tum tum, con quel suono, dai 7 anni giocavo tre ore il giorno, 5 ore il sabato. Dedizione assoluta. Al liceo entro in squadra. Lo sport mi aiuta a crescere, a superare diffidenze, pregiudizi razziali. Quando andavamo in giro i ristoranti nel sud non ammettevano i neri, i miei fratelli di squadra. Stavamo con loro. Ho vissuto la segregazione e l’ho odiata. Quando nel 1964 Lyndon Johnson propone la legge per i Diritti Civili, il repubblicano Barry Goldwater vota contro. Nel ’64 una parte d’America era ancora razzista. Ho capito che non potevo stare con loro».
Ma non era democratico?
«Non subito. Mio padre era repubblicano. Io un cristiano evangelico. Incontro Donald Rumsfeld nel 1964 alla Princeton. Devo organizzare la festa dei dieci anni del suo anno. Rumsfeld poi va a lavorare con Richard Nixon. Nel 1970 è capo dell’ufficio del Bilancio alla Casa Bianca e mi chiama per un tirocinio. Un giorno mi dà dei curriculum per aiutarlo a scegliere un capo di gabinetto. Sa chi gli propongo? Dick Cheney! Furono loro a trascinare George W. Bush nella guerra in Iraq! Pensi il fardello. Nel 1977 chiudo con il basket. Avevo già aiutato campagne democratiche e chiuso con l’evangelismo. Nel 1978 corro con i democratici per il Senato in New Jersey, mio Stato d’adozione e vinco! Potevo cominciare a fare del bene».
Come?
«Facendo gioco di squadra, come nel basket. E sbagliando. Che batoste ho preso all’inizio! Ma ero nella Commissione Finanza al Senato e sono riuscito e imporre una riforma fiscale storica perché giusta. Trump mi ha odiato perché ho tolto deduzioni immobiliari. Ho aperto al commercio appoggiando la nascita della WTO e ho difeso il multilateralismo. Putin mi ha odiato. Evidentemente ho fatto qualcosa di buono».
Torna mai a Crystal City?
«Mesi fa ho portato due rose sulla tomba dei miei genitori. La fabbrica era chiusa. La banca venduta. Ma dietro i campi di mais e di cotone c’era sempre il Mississippi, pericoloso, generoso, maestoso, rassicurante nel suo scorrere dolcemente verso il mare».
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Chi è
● Bill Bradley, 82 anni, nato nel Missouri (USA), ha iniziato a giocare a basket a scuola
● Con gli USA vinse l’oro ai Giochi del 1964 e con l’Olimpia Milano una Coppa dei Campioni; vanta pure due titoli NBA
● È stato senatore al Congresso e candidato alla presidenza USA, con i democratici, nel 2000
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