Cuba, il tramonto della Revolución


Viaggio a L'Avana, ormai in ginocchio a causa del "bloqueo" degli Stati Uniti: mancano luce e carburante, non ci sono più turismo e lavoro Il centro è deserto e di notte sulla capitale cala l'oscurità. Per molti sono ore cruciali per il castrismo: in attesa dell'assalto finale USA

Laura Lucchini
La Repubblica - Mercoledì 20 maggio 2026
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Le code interminabili fuori dalle banche spesso sfociano in momenti di tensione. Il malecón (*) vuoto e silenzioso solcato solo dal ronzio di veicoli elettrici di importazione cinese. I cumuli di spazzatura negli angoli di Centro Habana rovistati da anziani e bambini alla ricerca di oggetti da rivendere poco più in là, nella calle Galliano. I camion dei netturbini fermi sotto lo sguardo dei graffiti del Che hanno finito il combustibile. I benzinai deserti come in un quadro metafisico.

Le pupille riverse e la bocca spalancata di un signore accasciato in San Lázaro a pochi istanti da una dose di fentanyl tagliato. L'oscurità che cala inesorabile, su tutto, la sera. E le ultime note di salsa e reggaeton in bar aperti come fari nella notte.

Cuba così non è mai stata. E le istantanee offrono al colpo d'occhio l'immagine di un momento crepuscolare.

Oggi è il 20 di maggio, giorno della liberazione dell'Isola dalla dominazione degli spagnoli, il giorno della Repubblica cancellato dalla Revolución, ma sempre rievocato ossessivamente dai cubani in esilio. Oggi, in una escalation preparatoria contro i vicini nemici, gli Stati Uniti incrimineranno Raúl Castro, scatenando una serie di eventi imprevedibili, che rischiano inevitabilmente di innescare la fine di quasi settant'anni di castrismo.

Ci sono due punti fermi. Il primo: mentre festeggiavano la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela, e pianificavano l'eliminazione di Ali Khamenei in Iran, il presidente USA Donald Trump e il suo Segretario di Stato Marco Rubio sceglievano per l'Isola la morte lenta ma certa. Quattro mesi di blocco economico totale e sanzioni progressive hanno collocato il Paese, trasformato in cavia, in una sorta di coma indotto. Il secondo: nonostante un alto grado di sfiducia della popolazione nei confronti degli USA, esiste un'opinione diffusa sul fatto che la classe dirigente è inadeguata, e una svolta è necessaria.

C'è poi una doverosa osservazione: questa non è la Guerra Fredda.

L'ultima petroliera russa che ha forzato il blocco per rifornire l'isola risale al 21 marzo. Non ci sono sottomarini sovietici che si avvicinano dimostrativamente al molo dell'Habana Vieja. Siamo nel mondo dell'"America First" e Cuba, che dista 200 km dalle coste USA, è di fatto stata scaricata dalle superpotenze alleate. Cuba è sola, come non lo è mai stata, alla prova del 20 maggio.

E infine ci sono i fatti. Giovedì scorso il direttore della CIA, John Ractliffe, è atterrato a L'Avana con una delegazione che più che trattare, deve aver portato un ultimatum. Il capo dell'intelligence cubana, accompagnato da Raúl Guillermo Rodríguez Castro (il nipote), ha difeso l'idea di non costituire una minaccia terroristica. Ratcliffe deve aver tagliato corto dicendo che l'isola ospita pur sempre stazioni di spionaggio cinesi e russe. L'incontro non ha prodotto un accordo ma una dichiarazione di intenti di Ratcliffe: «Il maggior rischio che Cuba può rappresentare per noi è nel caso di collasso e ondata migratoria».

Ogni giorno da allora sono stati sanzionati soggetti di ogni tipo. Dai dirigenti della Gaesa, potente conglomerato della Difesa che, come un polipo, negli anni si è impossessato di tutti gli aspetti dell'economia, fino agli stessi negoziatori che si sono seduti con Ratcliffe. Quasi a voler chiarire che faceva sul serio, Washington ha poi fatto trapelare due notizie: un fantomatico attacco cubano in preparazione con tanto di 300 droni (numero irrisorio) contro Guantanamo. E l'incriminazione in Florida del 95 enne ex leader Raúl Castro per l'abbattimento di un aereo di esuli nel 1996. Quest'ultima è data per certa, in particolare dopo lo spettacolare colpo di scena di ieri: la pubblicazione di un audio in cui Raúl confesserebbe di aver dato l'ordine di sparare. Il regime è dunque a un doloroso bivio: negoziare una resa, o andare incontro a "un bagno di sangue". Ipotesi, quest'ultima, evocata lunedì dallo stesso presidente Diaz Canel. Trump tende forse l'ultima mano: «Un accordo è ancora possibile».

«They are building up the case», stanno costruendo il caso, commenta, apposta in perfetto accento americano, Carlos Alzugaray, un ex diplomatico cubano di lungo corso, professore di relazioni internazionali che annovera tra i suoi allievi Alejandro Castro, figlio di Raúl.

«La scelta del caso è carne pregiata per l'ecosistema paranoico degli esuli di Miami. Però Cuba non è il Venezuela, e qui non c'è una Delcy Rodriguez», scuote il capo nell'afa dell'Hotel Nacional, iconico teatro dei grandi eventi dell'Avana.

Lungo l'Avenida Máximo Gómez, a pochi passi da un Campidoglio deserto, si incrociano i destini appesi di chi aspetta trasporti fatiscenti in un limbo temporale. È impossibile conversare con qualcuno senza che si crei un animato capannello di opinioni. «Il cibo, il trasporto, l'elettricità, l'acqua corrente: niente funziona stiamo vivendo come negli anni ‘40». Mary Nunez ha 60 anni, è pensionata e aspetta un autobus che potrebbe arrivare tra quattro ore per portarla nella provincia di Mayabeque, un luogo dove i blackout negli ultimi giorni hanno superato le 72 ore. «Sa, si dice che i cubani abbiano paura a dire le cose», interviene Ariel, il marito, che indossa un cappello della birra Coors con la bandiera americana, «ma la verità è che stiamo cucinando con la legna e il carbone. E che siamo esasperati. Un cambiamento ci sarà solo quando verrà sostituita la classe dirigente».

Kenya, «come il Paese», 48 anni, della comunità costiera di Alamar, dice che prova vergogna al constatare che la mattina stessa una nuova imbarcazione di aiuti umanitari ha fatto ingresso al porto. Prova vergogna che la giornalista che viene da fuori si trovi di fronte a una situazione così degradante. «Insegno microbiologia all'università e tutti gli aspetti della vita attuale sono pregiudicati. L'ateneo è chiuso, siamo da mesi in apprendimento in remoto, come nel Covid, con il paradosso che la quota di internet a cui gli studenti possono accedere mensilmente è limitata, e per di più continuamente minacciata dalle interruzioni energetiche». A questo si aggiunge una disoccupazione vertiginosa che si traduce in criminalità e vandalismo: «Nell'università di medicina dove lavora mio marito si sono portati via le sedie e i tavoli, hanno scardinato anche gli stipiti delle porte». «Mi vergogno», ripete per la terza volta, «perché vorrei poter dire che siamo in grado di risollevarci e risolvere da soli i nostri problemi ma sembra…». La interrompe Raphael: «Un intervento da parte degli USA sarebbe mortale. Le stesse persone che sono la causa dei nostri problemi non possono rappresentare la soluzione». «Vogliamo un cambiamento - prosegue - ma che venga dall'interno».

All'incrocio di 23 y L, il cuore per eccellenza dell'Avana, dove sorge la gelateria Coppelia e il leggendario cinema Yara, è praticamente deserto al mezzogiorno di un lunedì.

Sulle due arterie principali, poche macchine e molti microtaxi elettrici. La gente è concentrata nell'ufficio di cambio dell'hotel Habana Libre e nella banca di fronte. Un altro paradosso vuole che gli stipendi siano pagati su carte di credito locali, ma con i continui blackout i negozi e caffè non accettano i pagamenti digitali; dunque, le persone sono costrette a code quotidiane per ritirare un massimo giornaliero che varia dai 10 ai 20 dollari: un pacco di uova ne costa circa 5, una confezione di pollo arriva a 9. Un dipendente dell'hotel offre di cambiare soldi a un tasso migliore nel retrobottega di un negozio di liquori, ma poi si accontenta di conversare. «Lavoriamo ora al 10% dell'orario. Mentre il tasso di occupazione degli hotel, i pochi che sono aperti, è tra il 5 e il 10%, con molte prenotazioni locali effettuate a prezzi stracciati», ossia il turismo è in stato vegetativo, e nelle conversazioni serali già emerge chi sta investendo pensando al dopo.

«Stiamo assistendo ai giorni finali di un sistema anacronistico che ha reso Cuba vulnerabile e dipendente dalle sue relazioni internazionali», commenta, da Madrid, Pablo Díaz Espí, direttore del Diario de Cuba, una pubblicazione dissidente, che in questi giorni prepara un forum internazionale per la transizione dell'Isola. «Il prezzo inevitabile da pagare sarà una fase transitoria nell'orbita degli Stati Uniti di Trump».

A migliaia di chilometri di distanza, nel cuore del Vedado, sorprende che l'amara constatazione non sia molto differente. «È inevitabile arrivare alla conclusione che si deve produrre un cambio politico», stringe le labbra Carlos Alzugaray mentre in sottofondo gracchiano i pavoni del Nacional, «però un cambiamento radicale e immediato delle istituzioni potrebbe produrre effetti devastanti per la regione e gli Stati Uniti. E questo è il grande dilemma di Trump».

©RIPRODUZIONE RISERVATA dalla nostra inviata Laura Lucchini 

L'Avana alamy  - Sopra, la popolazione in coda davanti a una banca per prelevare i contanti: le carte di credito non funzionano più 

A destra, a Parque Central, un microtaxi elettrico di importazione cinese parcheggiato di fianco a un vecchio taxi 

laura lucchini YAMIL LAGE / AFP Raùl Castro assieme al fratello Fidel 

laura lucchini YAMIL LAGE / AFP - La popolazione è allo stremo ma in tanti dicono che "un intervento americano sarebbe mortale: il cambiamento deve arrivare dall'interno" Un graffito del Che nel quartiere di Centro Habana.

A sinistra una donna mostra ai fotografi il suo frigorifero spento dai blackout 
Un ragazzo passa in bicicletta vicino a un angolo di calle San Lázaro 
Senza carburante i netturbini non possono pulire le strade 

"Trump sta costruendo un caso", spiega Carlos Alzugaray, ex diplomatico, "ma questo non è il Venezuela, qui non c'è una Delcy Rodriguez" AP Photo/Ramon Espinosa.


(*) El Malecón, ufficialmente Avenida de Maceo, è un'ampia passeggiata e arteria stradale a sei corsie situata di fronte al mare nella costa settentrionale de L'Avana. Lunga 8 chilometri, è stata costruita agli inizi del XX secolo. Protegge la città dalle onde ed è considerata il "salotto" a cielo aperto della capitale.
Si estende lungo la costa settentrionale, partendo dal porto (all'Avana Vecchia) fino a raggiungere il quartiere del Vedado.
È un punto di ritrovo iconico, dove si incontrano musicisti, pescatori, innamorati e artisti. Ed è rinomato per offrire tramonti spettacolari e per la sua vita vivace durante le ore serali.

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