«FAUSTO MON AMOUR», OPERA DI GIANLUIGI COLIN
C’era stata «La Lettura Sportiva», c’erano state le prime gare ciclistiche tra fine ’800 e inizio ’900, Olimpiadi e football erano finiti in prima pagina con i trionfi degli anni Trenta, Orio Vergani aveva narrato la rivalità tra Coppi e Bartali... ma fu Gino Palumbo, arrivato nel 1962, a cambiare l’informazione (non solo) sul calcio
5 Apr 2026 - Corriere della Sera / La Lettura
di FABIO MONTI
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1876-2026 Il «Corriere della Sera»
Il calvinista a San Siro che reinventò il lunedì
La rivoluzione del giornalismo sportivo in Italia comincia al «Corriere della Sera» e ha un nome: Gino Palumbo. È Alfio Russo, divenuto direttore il 15 ottobre 1961, a chiamarlo da Napoli, con l’obiettivo di dare nuovo impulso allo sport.
Nato a Cava de’ Tirreni (Salerno) il 10 gennaio 1921, figlio di un avvocato, Amedeo, che lo ha quasi costretto a laurearsi in Legge, e di Rosalia Bellet, che a nove anni gli regala la prima macchina per scrivere, Palumbo sogna di fare il giornalista quando ancora frequenta la quinta ginnasio.
Ma c’è una data che ne segna in qualche modo la carriera. È l’11 novembre 1944. Entra nel porto di Napoli il piroscafo «Città di Orano» e sbarca soldati italiani reduci dalla guerra in Africa. Fra di loro c’è Fausto Coppi, ha 25 anni, ha passato gli ultimi ventitré mesi da prigioniero in un campo di lavoro in Tunisia ed è attendente a Caserta di un ufficiale della Royal Air Force.
Coppi, già vincitore del Giro d’Italia nel 1940 e detentore del record dell’ora in pista (1942), un giorno si presenta nella redazione della «Voce», quotidiano del pomeriggio di Napoli, chiede di essere ricevuto e il portiere avvisa Palumbo, che lo accoglie con un po’ di emozione. È a lui che Coppi dice: «Vorrei riprendere a correre, ma ho soltanto una bicicletta militare con le gomme piene, che mi riempie di dolori. Il suo giornale mi può aiutare?».
Palumbo non perde tempo e lancia subito un appello con un grande titolo in prima pagina: «Date una bicicletta a Fausto Coppi». Avrebbe raccontato anni dopo: «Eravamo un giornale povero, venivamo pagati a rate e non potevamo permetterci di comprare una bici a Coppi. Allora lanciammo quell’annuncio. Nel giro di una settimana ci arrivarono tre proposte. Scegliemmo la bici di un falegname di Grumo Nevano, il paese della balia di latte di Vittorio Emanuele III. Si chiamava Giuseppe D’Avino. Venne al giornale, consegnò la bici a Fausto e Fausto non lo dimenticò mai». Un anno dopo avrebbe stravinto la Milano-Sanremo, con Nicolò Carosio, che dopo il suo arrivo avrebbe detto durante la radiocronaca: «In attesa del secondo arrivato, trasmettiamo musica da ballo».
Questa vicenda e quel titolo aiutano a capire la straordinaria sensibilità giornalistica di Palumbo, che nel 1949 viene assunto dal «Mattino» di Napoli, il più importante giornale del Mezzogiorno; nell’ottobre 1953 dà vita a «SportSud» e il 1° gennaio 1962 è al «Corriere». Lo aspetta un compito difficile, viste le attese intorno al suo nome. Fino a quel momento, il «Corriere» non aveva comunque mai trascurato lo sport, anzi gli esempi non mancano. Nel febbraio 1905, era nata «La Lettura Sportiva», sulla scia del successo registrato dalla «Lettura», e nel 1910 si era trasformata in settimanale, prima di cessare le pubblicazioni nel 1915 con l’inizio della Grande Guerra.
Ma già alla fine dell’Ottocento si parlava di sport, quando il «Corriere» (insieme con «La Stampa») aveva avuto un ruolo da apripista, sviluppato attraverso il successo delle prime corse ciclistiche, il Tour (de France, ndr) del 1903, il Giro di Lombardia del 1905, la Sanremo del 1907, fino al Giro d’Italia nato nel 1909. Nel 1893, Augusto Guido Bianchi aveva dato vita a un inedito notiziario sportivo, che aveva poi trovato nuovo slancio a partire dal 1910, quando il calcio aveva fatto registrare un’inattesa impennata di popolarità, che non sarebbe mai venuta meno. Il 30 giugno 1893, il «Corriere» aveva addirittura organizzato la Torino-Milano, con grande partecipazione (240 corridori al via, 172 al traguardo) e notevole somma destinata al vincitore, Luigi Airaldi (500 lire).
Con i due titoli mondiali degli azzurri (1934 e 1938), il pallone avrebbe conquistato l’onore della prima pagina del «Corriere», così come era capitato per i Giochi olimpici del 1932 e del 1936. Nel dopoguerra, ampio spazio avevano trovato le cronache di Orio Vergani, inviato di punta a tutto campo, «prestato» al ciclismo, per narrare la storica rivalità fra Coppi e Bartali. E il racconto della tragedia del Grande Torino, sull’edizione del 5 maggio 1949, era toccato a Dino Buzzati, così come per i Giochi di Roma del 1960, anno aperto dalla morte di Coppi (lungo articolo di Egisto Corradi in prima pagina) erano scesi in campo, fra gli altri, Indro Montanelli e Alberto Cavallari.
Partendo da questa base, Palumbo mette subito in moto un ingranaggio che porta le pagine sportive a essere rivoluzionate nei contenuti e nella grafica, arrivando non soltanto a competere con la concorrenza (soprattutto «Il Giorno», nato nel 1956, con Gianni Brera firma di punta), ma a ottenere un successo rapido e persino inatteso anche in termini di vendite. Con Palumbo aumenta lo spazio destinato allo Sport (per il quale ora serve la maiuscola), ma è l’impostazione generale a cambiare in modo deciso: non più un unico articolo dedicato a un avvenimento, ma una varietà di pezzi per rendere più agile e più veloce la lettura, affiancando alla cronaca le interviste, la curiosità, la foto significativa, la titolazione aggressiva, eppure mai pesante e sempre di buon gusto. Il tutto per offrire ai lettori del quotidiano una chiave di interpretazione più ricca. Durante la settimana, cominciano le inchieste sui fenomeni sportivi, che sovente hanno ricadute e legami economici, politici o di costume.
Perché lo sport del «Corriere» riesce a sorprendere e a fare la differenza? Tutto nasce dal fatto che Palumbo ha del mestiere di giornalista un’interpretazione calvinista, convinto che sia necessario un duro lavoro quotidiano, senza personalismi e senza autoreferenzialità. Il suo obiettivo è la costante ricerca di chiarezza, uno sforzo continuo per capire i desideri, le curiosità, i sentimenti dell’opinione pubblica, per comprendere che cosa desiderano davvero gli appassionati, per sintonizzarsi sulla loro lunghezza d’onda, per trovare l’idea originale, che sappia sorprendere ogni mattina chi va in edicola, emozionandolo e spingendolo a comprare il giornale anche il giorno seguente. Tutto questo, evitando però qualsiasi piatta adesione al comune sentimento. La domanda che Palumbo rivolge sempre alla redazione è: «Di che cosa parla la gente oggi?». Allora si capisce che cosa succede quando va a San Siro. Approfittando della struttura architettonica particolare dello stadio, il pubblico sfrutta le rampe elicoidali lungo il perimetro esterno e non le scale; Palumbo stesso, finite le partite, preferisce coprire quel percorso, per ascoltare i primi commenti dei tifosi, attraverso i quali costruire i propri articoli e indirizzare la costruzione del giornale.
Nelle nuove pagine sportive, il racconto di un fatto viene accompagnato dai precedenti, dagli aspetti più curiosi, dalla spiegazione delle cause, dall’analisi delle conseguenze. In sintesi: i retroscena e i perché, formula in largo anticipo sui tempi. E poi ampio spazio alle storie dei protagonisti, trattati sempre con grande umanità, anche quando è necessario sottolinearne gli errori. D’altronde la convinzione di Palumbo, e lo spiegherà tante volte lungo la sua carriera, è che «il giornalismo sportivo sia sempre un giornalismo vincente, di avanguardia, un giornalismo moderno, capace di rompere i conformismi e di aprire nuove strade». E c’è un’altra frase che ama ripetere: «Dobbiamo ascoltare il parere dei nostri colleghi poligrafici, sempre. Se un tipografo dice: “Questo titolo non lo capisco, non mi è chiaro” è il segnale che il titolo va cambiato. Punto e basta».
Questo rapporto simbiotico con il lettore produce effetti immediati, al punto che il 5 marzo 1962 nasce l’edizione del «Corriere della Sera» del lunedì, che fino a quel momento andava in edicola come «Corriere d’Informazione». E la tiratura arriverà a crescere di 135 mila copie, con metà della foliazione dedicata allo sport, un giornale nel giornale. Nel frattempo, nasce una storica rivalità con Gianni Brera, il più celebre giornalista sportivo. In realtà si tratta di due personaggi completamente diversi, anche se la loro sarà una contrapposizione fortissima, culminata in uno scontro fisico allo stadio di Brescia. Brera è un grandissimo solista; Palumbo un magnifico direttore d’orchestra, capace di costruire mese dopo mese una redazione sportiva di alto livello (vi lavora da anni Ciro Verratti, già oro olimpico di fioretto nel 1936, che morirà in un incidente d’auto al Giro d’Italia del 1971), puntando sui giovani come Lorenzo Pilogallo, Mario Gherarducci e Carlo Grandini, i suoi successori, ai quali chiede impegno e dedizione assoluti.
Si lavora fino a molto tardi nel grande (e fumoso) stanzone al piano terra del palazzo di via Solferino; Palumbo non ha mai fretta di andare a casa e quando il giornale è chiuso, pensa già a quello del giorno dopo. Non ha l’abitudine di alzare la voce, semmai la abbassa quando qualcosa non va, ma sa farsi rispettare e temere, perché nelle sue osservazioni sa essere severo, ma a ragione. Per suscitare l’interesse del lettore, si avvale di tutto quanto può colpirne la fantasia. Anche dei disegni, in particolare quelli accuratissimi di Dario Mellone. Un esempio: nell’ottobre 1968, per spiegare il record del mondo di Giuseppe Gentile (sarà Giasone nel film Medea di Pasolini) nel salto triplo all’Olimpiade di Città del Messico (17,10 metri), il disegno ha una didascalia molto chiara: «Con tre balzi Gentile sarebbe arrivato da un marciapiede all’altro di via Manzoni, una delle vie più larghe di Milano». Mentre per spiegare l’8,90 di Bob Beamon (sempre in Messico) nel salto in lungo, entra in scena la Fiat 500 di allora: tre 500 per un record.
Il massimo della popolarità delle pagine sportive del «Corriere» coincide però con la finale del Mondiale di calcio del 1970, Brasile-Italia (4-1, 21 giugno 1970), quando, a risultato ormai acquisito, l’allora c.t. Ferruccio Valcareggi manda in campo Rivera a sei minuti dalla fine e non al posto di Mazzola, per continuare con la staffetta inaugurata nell’intervallo con il Messico e proseguita nella famosa semifinale con la Germania Ovest, ma al posto di Boninsegna. Per molti giornali, l’ingresso di Rivera è elemento che finisce nel tabellino della gara, comunque un dettaglio e nulla più; per Palumbo si tratta di un «linciaggio» nei confronti di chi aveva segnato il gol decisivo contro i tedeschi quattro giorni prima e dalle colonne del «Corriere» avvia una battaglia dialettica che andrà avanti per giorni e che diventerà scontro ideologico fra calcio d’attacco e il tradizionale calcio all’italiana (difesa e contropiede), caro a Brera.
Palumbo ha la prontezza di cogliere immediatamente l’attimo, fino a chiedere le dimissioni di Valcareggi, nonostante il secondo posto mondiale persino sorprendente. L’accoglienza al rientro della nazionale è trionfale soltanto per Rivera, non certo per il c.t., «salvato» dall’intervento delle forze dell’ordine. Resta il fatto che dei sei minuti di Rivera si parla ancora oggi e che il «Corriere» riproporrà la staffetta fra Mazzola e Rivera, sebbene solo da commentatori, sulle pagine sportive in coincidenza con il Mondiale messicano del 1986. Il lavoro di Palumbo alla redazione sportiva avrà la forza di trasformarsi in una scuola che dura anche oggi al «Corriere». Il suo successo professionale lo porterà a diventare vicedirettore nel 1972 e poi alla direzione dell’«Informazione» fino al 1975, quando se ne andrà sua sponte. Tornerà in via Solferino come direttore della «Gazzetta dello Sport» nel novembre 1976 e sarà un altro clamoroso successo di idee e di copie. Designato alla direzione del «Corriere» nel 1984, rinuncerà all’incarico per motivi di salute. Ma questa è un’altra storia.
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Il giornalista
Nato a Cava de’ Tirreni (Salerno; sopra) il 10 gennaio 1921, Gino Palumbo venne assunto nel 1962 al «Corriere» dal direttore Alfio Russo per dirigere la redazione sportiva. Nominato vicedirettore da Piero Ottone, diresse poi «La Gazzetta dello Sport» dal 1976 al 1983. È morto a Milano nel 1987
L’iniziativa
Con questo articolo prosegue l’iniziativa sui 150 anni del quotidiano, uscito per la prima volta con la data 5-6 marzo 1876.
Domenica 4 gennaio abbiamo indagato il rapporto tra il giornale di via Solferino e l’arte (ha scritto Gianluigi Colin); l’11 ci siamo soffermati sui primi anni del quotidiano (con Pierluigi Allotti); il 18 su come i Nobel delle firme di via Solferino (Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Eugenio Montale, Franco Modigliani) e di altri italiani sono stati raccontati sulle pagine del «Corriere» (con Paolo Di Stefano); il 25 sulla figura del direttore Luigi Albertini (con Lorenzo Benadusi); il 1° febbraio sull’avvento del fascismo in via Solferino (ne ha scritto Giancarlo Tartaglia); l’8 sulla satira con l’intervista di Paolo Conti al vignettista Emilio Giannelli (novant’anni compiuti il 25 febbraio successivo); il 15 Alberto Casadei ha raccontato il rapporto del «Corriere» con gli scrittori; il 22 Cristina Taglietti ha intervistato la prima giornalista assunta dal quotidiano, Giulia Borgese; il 1° marzo, Lorenzo Cremonesi, da Kiev, ha ricostruito la copertura delle guerre da parte del «Corriere». Domenica 8 Pierluigi Panza ha raccontato la critica musicale del quotidiano mentre il 15 Pier Luigi Vercesi ha parlato della «Domenica del Corriere».
Il 22 Rossella Menna ha ricostruito i legami tra il quotidiano e il teatro, a partire dal ruolo del drammaturgo e librettista Giuseppe Giacosa, primo direttore de «La Lettura» dal 1901 fino alla morte nel 1906.
Domenica scorsa Marzio Breda ha ripercorso la crisi violenta che colpì il quotidiano (e l’Italia) dopo la scoperta degli iscritti alla loggia P2 di Licio Gelli (nei cui elenchi figurava anche il direttore Franco Di Bella) e la difficile rinascita
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