Quel genio di Evaristo addio a Beccalossi un dieci senza regole
Evaristo Beccalossi avrebbe compiuto 70 anni il prossimo 12 maggio Evaristo Beccalossi, soprannominato "Dribblossi" da Gianni Brera per le sue giocate.
L'ex fantasista dell'Inter è morto a 69 anni. Vinse uno scudetto nell'80, fu escluso dal Mundial '82 Domani i funerali a Brescia
MAURIZIO CROSETTI
La Repubblica - Giovedì 7 maggio 2026
Pagina 41
Evaristo era lunatico, sì, ma cosa c'è di più affascinante della Luna? Aveva anche lui il suo lato nascosto, e più che nascosto in ombra. Il buio, in campo, gli calava dentro senza avvertire, e allora si giocava in dieci.
Ma quando la Luna stava quieta, con Beccalossi si era sempre in dodici e si vinceva. E se non si vinceva, si mandava a casa contenta la gente, perché tutti si erano divertiti come bambini al circo.
Un po' bambino lo era rimasto anche lui. Se n'è andato ieri a 69 anni, i funerali domani a Brescia, ma forse non c'era già più dal gennaio 2025, quando un'emorragia cerebrale si era presa la sua allegria da scanzonato cabarettista. Allegro e triste come i poeti, e infatti dicono che la poesia non serve a niente. Non in senso materiale. La poesia non si tocca ma si sente, perché canta dentro.
Il pallone di Evaristo, anche quello cantava. Come disse Peppino Prisco, «non è Beccalossi che gioca con la palla, è la palla a giocare con lui».
Pochi sono stati più romantici di Evaristo da Brescia, collegato idealmente al tempo in cui i patriarchi del calcio, i più asimmetrici e bizzarri tra loro, potevano chiamarsi Tarcisio (Burgnich, ndr) o Comunardo (Niccolai, ndr). Possedeva, innato, l'estro dell'imperfezione. Lo esprimeva con la famosa doppia finta, o con l'indolenza del magico tocco. «Era un genio, i suoi dribbling erano ricami estetici più che una sfida all'avversario», ha scritto Aldo Serena, suo primo compagno di stanza all'Inter, maglia con la quale vinse uno scudetto agli ordini di Eugenio Bersellini, uno che amava il rigore ma era affascinato dalla follia.
Stralunato e pigro, il Becca era amatissimo perché menestrello libero con canzoni sempre nuove. Non lo chiamava Bearzot, che in Nazionale preferì le architetture di Antognoni, ma è come dire che Brunelleschi è meglio di Picasso.
A volte Evaristo sembrava triste.
Assomigliava a Francesco Nuti, come lui a un certo punto risucchiato dalla notte, ma anche senza parole i suoi occhi cantavano e accarezzavano. «Era un ragazzo meraviglioso», lo ricorda Fulvio Collovati, «una stella che non cambiò mai carattere. Con lui, il pallone prendeva vita».
In un giorno di biblico diluvio segnò due gol al Milan e si prese lo scudetto, era l'ottobre del '79. Tre anni più tardi fallì i due famosi rigori contro lo Slovan (Bratislava, ndr), qualcosa che gli appartenne perché raccontava alla perfezione l'anima bislacca di un talento unico, e forse ultimo.
Mancino addestrato, nato destro naturale, Beccalossi addomesticò il piede sbagliato facendolo diventare quello giusto. Come Tex Willer non aveva preferenze, e l'avversario non poteva mai immaginare la direzione del tiro. Più di un difensore finì contro i cartelloni pubblicitari, sballottato da quelle finte come occhiate sonnolente. Perché l'Evaristo sembrava sempre essersi appena alzato dal letto, dopo che la mamma per convincerlo gli aveva dovuto tirar via le coperte e spalancare le finestre in pieno inverno. Ma bastava che lui si destasse, possibilmente con un pallone tra i piedi, e subito si faceva primavera. Il calcio gli ha voluto tanto bene, sentendo in lui la voce della solitudine più scintillante e ammirando l'arte per sé stessa, quella che non chiede nulla se non di esistere.
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Altobelli "Con lui se n'è andata una metà di me"
FRANCO VANNI
La Repubblica - Giovedì 7 maggio 2026
Pagina 41
Spillo Altobelli da una camera d'hotel di Kuwait City ricorda l'amico di una vita. «Sono morto per metà anch'io, non solo il Becca. Ci siamo conosciuti nel 1974 al Brescia e non ci siamo mai mollati. Sono bloccato qui, all'idea di non riuscire a essere al funerale impazzisco. Lui mi avrebbe detto che non fa niente, basta il pensiero».
Avete mai bisticciato?
«Mai. Siamo sempre stati dalla stessa parte, in campo e nella vita. Ricordo il giorno del suo arrivo all'Inter. Io ero alla Pinetina da un anno, avevo raccontato a (Sandro) Mazzola e (Giancarlo) Beltrami quanto fosse forte. Poi mi hanno ringraziato. Sei anni dopo mi spesi con (Karl-Heinz) Rummenigge per non farlo cedere, ma invano».
Che giocatore era Beccalossi?
«Aveva una classe cristallina, che non si insegna, non si impara e non si copia. Era ambidestro. In un metro ti saltava tre volte, poi segnava o serviva assist».
Il più bello che le ha fatto?
«In un 4-0 contro la Juve. Il gol era suo: dovevo solo spingerla dentro».
E lei quanti assist gli ha restituito?
«Più di quelli che si pensa. Quando segnò una doppietta nel derby, misi lo zampino in entrambe le reti. Ci capivamo al volo. Anche troppo».
Perché troppo?
«Facevamo di testa nostra, (l'allenatore Eugenio) Bersellini si incazzava. Ci accordammo perché fossi io a battere una rimessa laterale e lui a occupare l'area. Per fortuna segnò».
Fuori del campo, stessa intesa?
«Ne abbiamo passate tante. Abbiamo anche vissuto insieme, ad Appiano. All'una di notte si alzava dal letto, andava in auto a Milano, mangiava una pizza e tornava indietro. In trasferta ne abbiamo combinate tante».
Ne racconti una.
«Dopo una partita di Coppa Italia a Pisa finimmo a cena a Viareggio con Renato Zero e ci svegliammo a Genova. A Brescia, la moglie e i genitori avevano dato il Becca per disperso».
Negli ultimi tempi riuscivate ancora a vedervi?
«Sarebbe stato il primo appuntamento al ritorno dal Kuwait. Gli avrei portato gli amici di sempre. Bini, (Beppe) Baresi e Pasinato. Ci trovavamo a tavola da "Totò", il ristorante di Milano preferito dal Becca».
Vi siete fatti promesse?
«Non ce n'era bisogno. Sapeva che ci sarò per sempre, per sua moglie e per sua figlia. Ma non servirà, nemmeno dal punto di vista dell'affetto. Era un campione, anche nella vita. Per me era molto più che un amico. Quando ero con lui mi sentivo migliore. Mi dava forza, mi completava. Ci apprezzavano pure i non interisti. Insieme, il Becca e io, prendevamo gli applausi».
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Da San Siro al teatro con due rigori
EVARISTO BECCALOSSI
La Repubblica - Giovedì 7 maggio 2026
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Non avrei mai immaginato di espormi davanti a un pubblico senza il pallone fra i piedi, e invece capitò che iniziai a calcare il palcoscenico del teatro. Il tutto grazie a due rigori sbagliati. Ho già accennato allo sciagurato episodio, avvenuto precisamente il 15 settembre 1982 a San Siro, nel primo turno di Coppa delle Coppe contro lo Slovan di Bratislava. Dopo un primo tempo terminato sullo 0-0, a inizio ripresa (50') avemmo l'occasione di portarci in vantaggio con un calcio di rigore per un fallo subìto dal sottoscritto. Primo rigore: calciai fuori. Sette minuti dopo, a seguito di una mia discesa in slalom in area avversaria con cross e mani di uno slovacco, l'arbitro fischiò un secondo rigore. Devo confessare che non me la sentivo, ma i compagni insistettero perché fossi io a ripresentarmi sul dischetto. Pensai fra me e me: «Impossibile sbagliare due volte di seguito, dài…». E infatti: tiro, e parata del portiere. Mi crollò il mondo addosso. Fui sostituito con Bergamaschi e fuggii, scioccato, negli spogliatoi. L'Inter fortunatamente vinse comunque, per 2-0, gol di Spillo (Altobelli) e (Antonio) Sabato.
Ma come poi tutto ciò divenne una pièce teatrale? È necessario fare un passo indietro. A quei tempi non c'era ancora il parcheggio sotto lo stadio, e ciascuno di noi arrivava a San Siro per conto suo. Io trovavo comodo lasciare l'auto parcheggiata in via Veniero, non lontana dagli impianti. Avevo fatto amicizia con la proprietaria di un bar della via, a cui lasciavo le chiavi della mia Golf che veniva parcheggiata nel cortiletto interno. Tra i frequentatori di quel bar c'era un simpatico giovane, tifoso interista, con cui facevo volentieri due chiacchiere. Non sapevo cosa facesse nella vita, ma era una vera sagoma. Conoscevo solo il suo nome: Paolo Rossi, come il calciatore. La serataccia dello Slovan ritornai in via Veniero fra il depresso e il furente. Entrando nel bar, sferrai un pugno sullo stipite della porta. Paolo Rossi era lì, e mi venne a parlare. Non ero solito trattenermi in chiacchiere dopo la partita, ma quella volta, forse per sfogarmi e buttare fuori l'amarezza, vuotai il sacco e raccontai come mi sentivo a quell'attento ascoltatore.
Passò del tempo prima di riconoscere quel giovane in tv, che recitava uno sketch comico assieme a Claudio Bisio. «Ma dài» pensai, «ecco cosa fa il Paolo nella vita…» Quando lo rincontrai, dopo i convenevoli di rito, mi confessò che aveva fatto tesoro dei miei sfoghi di quella sera, e aveva scritto un monologo sui miei due rigori sbagliati. Mi chiese anche se fossi stato contrario all'inserimento di quel pezzo nel suo repertorio teatrale. Naturalmente non feci alcun problema: mi sono sempre considerato un uomo libero da pregiudizi e sospetti, e credo di essere provvisto di una sana autoironia. Morale, quel monologo geniale fu un successo e divenne uno dei numeri di Paolo Rossi più richiesti. Non solo. A un certo punto fui inserito io stesso nello svolgimento del pezzo: mentre lui terminava il suo show, io uscivo dalle quinte e lo guardavo in modo minaccioso. Bastava questo per far esplodere ancor di più la platea di risate.

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