Ci ha lasciato l’ultimo dribbling


Evaristo Beccalossi, scomparso a 69 anni, 
qui ritratto a San Siro in un Inter-juventus del 1980

Beccalossi, talento e gioia del calcio romantico

Il genio dei gol impossibili e dei rigori sbagliati fece innamorare gli interisti con le sue giocate ma non vestì mai la maglia della Nazionale

"Se amo il calcio, lo devo in gran parte a te. 
Mi hai fatto battere il cuore, mi hai indicato la via. 
Mi sei stato amico. Oggi perdo una parte di me"
   - Gianni Infantino

"Aveva una classe notevole, sembrava che il pallone desiderasse 
andare da lui perché sapeva trattarlo come un artista"
   - Massimo Moratti 

7 May 2026 - Corriere della Sera
di Carlo Baroni
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Negli occhi ci sono rimasti due squarci di sole in mezzo alle pozzanghere. Un piatto di destro che anche la pioggia per un attimo smise di scendere per stare a guardare. E poi ancora un gol. Nella partita che tutti i bambini nerazzurri sognano. Evaristo Beccalossi era nato in quel derby di un giorno da lupi. Due a zero e i milanisti tutti a casa. Anche lui famelico ma senza ringhiare. Che la classe la devi mostrare lieve ed elegante. Ci ha lasciato dopo una lunga malattia. Aveva 69 anni. Se ne è andato come quei dribbling che il difensore non sapeva più dove fosse il pallone e anche lui si era perso a guardare quel sinistro come le mani di un mazziere di poker. Correva poco il Becca, faticava il giusto. A quei tempi si diceva genio e sregolatezza. Agli interisti piacevano tutte e due. I gol impossibili e i rigori facili sbagliati con puntiglio. Mai una giocata prevedibile, mai un passaggio di lato per non perdere il possesso palla. Sapeva cosa fosse una finta e una giocata vera.

Era arrivato da Brescia e dal Brescia. Insieme a un ragazzo dinoccolato e magrissimo che non poteva non chiamarsi Spillo. Una delle tante scommesse dell’Inter che quando ci prende sa scovare i diamanti dove gli altri trovano solo roccia arida. Beccalossi e Altobelli la coppia ideale per tirar su il morale ai nerazzurri dopo la conquista della stella dei milanisti. Evaristo aveva il nome giusto per farsi notare. L’erede dei Tarcisio (Burgnich), Giacinto (Facchetti) ed Aristide (Guarneri). Nomi che sapevano di fatica e di un’Italia che voleva ripartire. La sua Milano era quella che cominciava a diventare di moda, anzi trendy in quell’Inter dove tutti parlavano italiano. Una squadra di ragazzi venuti su dalla Primavera e diventati amici tra un ritiro e una vacanza insieme. I Bordon, Muraro, Bini. Ancora oggi tutti i mesi si trovano intorno a un tavolo a cenare e raccontarsi le partite. Fino a qualche tempo fa c’era anche Nazzareno Canuti un altro con il nome giusto.

Il Becca era la battuta pronta in quel club di bravi ragazzi. Era il sorriso da tirar fuori a Eugenio Bersellini, il sergente di ferro che li guidava in campo e fuori. Oggi si direbbe che «rompeva gli schemi» e di certo con uno come lui il tiki-taka sarebbe rimasto sul foglietto di un allenatore spagnolo. Agli interisti bastava una sua giocata, figuriamoci un gol per tornare a casa con gli occhi e il cuore inebriati di gioia. Il risultato quasi non contava. I nerazzurri sono così. Speciali e unici. E lui lo sapeva. Quando non era in giornata li sentiva smadonnare fino dall’ultimo anello. Che allora era solo il secondo. Poi ti inventava un passaggio dove si infilava solo uno spillo, se era Altobelli tanto meglio.

Vinse meno di quanto meritasse, quell’Inter. Uno scudetto e una Coppa Italia. Ma se stiamo ancora a ricordarla qualcosa vorrà dire. L’ultimo tricolore del presidente Fraizzoli. Il gol decisivo di uno che i piedi non gli servivano certo per fare gol: Roberto Mozzini. Al Becca non interessavano le luci della ribalta. Lui era il sole che illuminava San Siro senza bisogno di accendere i fari. Un’unica macchia. Neanche una partita in Nazionale. Bearzot non lo vedeva. Evaristo unico e irripetibile anche in questo. Troppo poco l’azzurro per lui che era già nerazzurro. Il Paolo Rossi che ha duettato sul suo nome non aveva maglietta e calzoncini ma sapeva raccontare come pochi le sue gesta. Dove anche sbagliare due rigori nella stessa partita era roba che solo uno come Beccalossi. Di numeri Dieci come lui il calcio ne ha visti pochi. L’Inter di più. Perché non è solo questione di essere un fuoriclasse. Di quelli volendo li trovi. È che sei qualcosa, qualcuno mai apparso su un campo verde. Di solito San Siro. Gente come Skoglund, Suárez , Wilkes. E Beccalossi. Che quando li vedi sbucare dal tunnel degli spogliatoi ti senti in pace con il mondo e non vedi l’ora. Sei il bambino che all’oratorio voleva dribblare anche il prete. Quello che veniva con il pallone sotto il braccio ma che non era mai solo suo. E condivideva il suo tesoro con tutti. Evaristo che ha aspettato il ventunesimo scudetto dell’Inter per salutarci. Era lui. E basta inscì.

***

«Ho sofferto per lui e sono morto anch’io Non mi darò pace»

7 May 2026 - Corriere della Sera
Luca Bertelli
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Gemelli dal 1974. Al Brescia e all’Inter: «Neanche Vialli e Mancini erano come noi». La morte di Evaristo Beccalossi ha fatto perdere a molti un mito. Alessandro Altobelli ha perso un fratello. In Kuwait per lavoro, ha appreso la notizia da sua moglie: «“Sei pronto?” — mi ha detto —. Come si fa a essere pronti? Non lo si è mai. Ho riattaccato. Sono bloccato qui, proverò a rientrare: ci sono pochi voli, bisogna passare dal Marocco, non so se ce la farò». 

Come racconterebbe la vostra intesa?

«L’alchimia era pazzesca. Ci trovavamo a occhi chiusi. Io sapevo che prima avrebbe fatto i suoi dribbling e poi me l’avrebbe passata. Muraro diceva che Becca non gli dava mai la palla, ma lui si muoveva: io invece stavo fermo e partivo al momento giusto per fare gol. La gente in quegli anni veniva allo stadio a vedere giocare il Becca: era un numero 10 che faceva innamorare. Chi ha fantasia nel calcio vede le cose diverse da noi anche fuori dal campo».

E fuori, appunto, che rapporto avevate?

«Non ci siamo mai separati, nessun litigio tra noi. Potevamo avere posizioni contrastanti su alcune cose, una soluzione la trovavamo sempre. Abbiamo vissuto i nostri giorni migliori insieme, abbiamo condiviso tutto». 

Lei però gli consigliava di non fare tardi la sera.

«Vero, ma le persone estrose vedono le cose in maniera diversa. Lui era istintivo, però leale».

Lo consigliò lei all’Inter?

«Abbiamo iniziato a fare tutto assieme, io un anno prima e lui l’anno dopo. E così, all’inter, continuavo a parlare del Becca ai dirigenti. Tant’è che una volta li convinsi a vedere Brescia-ascoli, in ritiro, perché la Rai trasmetteva il secondo tempo di una gara di B. Diede un calcio alla bandierina, ma l’inter era già convinta: fece una tournée in Cina nel 1977, conquistò tutti». 

Che mesi sono stati, questi, per lei?

«Gli parlavo in dialetto, vedevamo delle vecchie foto. Un anno di sofferenza anche per me: quando andavo a casa sua mi rendevo conto che non era il Becca di prima, mi piaceva ricordarlo com’era».

E chi era Evaristo Beccalossi?

«Il mio migliore amico, un campione, un secondo padre per i miei figli. Con lui è morta una parte di me, non mi do pace».

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Papà Beccalossi con la figlia Nagaja, che lavora nell’Inter

«Papà non reagiva più, ho fatto in tempo a dirgli dello scudetto dell’inter»

Il dolore della figlia Nagaja, la forza di Danila

7 May 2026 - Corriere della Sera
di Monica Colombo

«Lunedì ho fatto in tempo a dirgli che l’inter ha vinto lo scudetto». Nagaja, figlia unica di Evaristo, stringe mani e consola i tanti amici che sono accorsi a dare l’ultimo saluto al numero 10 più amato dai nerazzurri. Fra cinque giorni il Becca, fantasista nella vita prima che in campo, avrebbe compiuto 70 anni: da diversi mesi però il suo mondo si era svuotato di quei piaceri che ne avevano accompagnato l’esistenza. Le Marlboro, le cene, le partite, gli ex compagni, i viaggi.

Il 9 gennaio dello scorso anno l’episodio-spartiacque della sua esistenza: «Un amico che lo doveva accompagnare a Pavia era arrivato a casa sua e lo aveva trovato in stato confusionale — aveva raccontato al Corriere la moglie Danila —. Nagaja si era precipitata a casa sua a Milano: Evaristo era cosciente, parlava ma non tutto quello che diceva aveva un senso». Di lì la decisione di portarlo all’ospedale Fondazione Poliambulanza di Brescia, dove tutto è cominciato e dove nelle ultime ore tutto è finito. Al pronto soccorso lo avevano sottoposto alla TAC che aveva evidenziato un’emorragia cerebrale. Poi il coma, durato 47 giorni.

Un anno fa di questi tempi il Becca usciva dalla struttura che lo aveva curato, isolato e protetto dalla curiosità. Danila, una donna minuta ma dalla tempra di acciaio, per dodici mesi a casa lo ha accudito, ne ha incoraggiato i progressi, lo ha spinto a sorridere nei giorni più bui. Beccalossi ha ricevuto nel frattempo la visita di tanti ex compagni: gli ex interisti dello scudetto del 1980 si sono alternati nei pomeriggi degli ultimi mesi a tenergli compagnia.

Nazzareno Canuti uno dei più assidui: quando a gennaio è mancato e Nagaja è stata costretta a informare il papà che non si capacitava dell’improvviso assenteismo dell’amico di una vita, il crollo. «Papà si è chiuso in se stesso, dopo quell’episodio emotivamente non si è più ripreso». Da allora poche parole, un velo di malinconia, la rabbia dettata dalla consapevolezza di non poter più aggredire la vita a morsi come un tempo. Martedì, il nuovo ricovero in ospedale a causa di un’infezione. Ha ricevuto la visita di Enrico Ruggeri, legato al Becca da un rapporto storico di affetto e stima. «L’abbraccio di martedì sera è stato uno dei momenti più strazianti della mia vita» ha scritto il cantante sui social.

Nella folla che ieri si è radunata nella camera ardente c’era la sindaca (di Brescia, ndr) Laura Castelletti, la segretaria storica del Brescia che raccontava di quella volta che l’Evaristo ha pareggiato con il Varese segnando il gol del 3-3, le ragazze del bar dell’ospedale che hanno consolato e scherzato con Danila e Nagaja per i lunghi mesi della degenza del Becca, il capitano del suo Brescia Egidio Salvi, e il presidente dell’Inter, Beppe Marotta.

«Evaristo è stato fonte d’ispirazione per tanti giovani calciatori, sia tifosi dell’Inter sia di squadre avversarie. Ha vissuto il suo splendore in un calcio romantico, artefice di giocate sublimi che hanno emozionato tutti. Nelle società in cui è stato si è sempre comportato bene, è un esempio da seguire». Marotta parla del campione con sincera commozione. «Era un talento bello da vedere. Aveva grandissima qualità, sembrava pattinasse sul campo». Prima di congedarsi il presidente dei nerazzurri accarezza la testa di Danila, saluta con affetto Nagaja. «Ora bisogna vincere la Coppa Italia per lui: dobbiamo dedicargliela».

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CHI ERA

● Evaristo Beccalossi, nato a Brescia il 12 maggio 1956, è morto ieri a 69 anni, a pochi giorni dal 70° compleanno

● Dopo gli inizi al Brescia, si è trasferito all’inter nel 1978: ha giocato sei stagioni in nerazzurro, collezionando 215 presenze e segnando 37 gol. A Milano ha vinto lo scudetto nel 1980 e la Coppa Italia nel 1982

● Ha vinto anche la Coppa Italia nel 1985 con la Sampdoria

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