R.I.P. Jason Collins
Jason Collins era alto più di du
e metri, ma probabilmente non si è mai sentito così piccolo come nella primavera del 2013. In quel momento, il cestista, in scadenza di contratto con i New Jersey Nets, appariva sulla copertina della famosa rivista specializzata statunitense Sports Illustrated e affermava: «Sono un centro della NBA. Sono nero. E sono gay». Negli Stati Uniti, è la prima volta che un giocatore in attività annuncia pubblicamente la propria omosessualità, e in questo ambiente il numero esiguo di coming out basta a immaginare il coraggio che è servito a Jason Collins per rivelarsi come tale. La sua morte, a 47 anni, martedì 12 maggio, a seguito di un tumore al cervello, deve ricordarci la portata politica e umanistica delle sue dichiarazioni.
Va sottolineato soprattutto questo: Collins non ha parlato dopo aver concluso la carriera, quando i rischi economici, mediatici e sportivi sono minori, sebbene comunque presenti, ma lo ha fatto proprio dal cuore del sistema, in una NBA globalizzata, una macchina da spettacolo con atleti che incarnano marchi, prodotti e altrettanti simboli di virilità. Tanto più che Jason Collins incarnava tutte le linee di rottura. Nero in una società in cui gli stereotipi razziali assegnano ancora agli uomini afroamericani una mascolinità presumibilmente dura, conquistatrice, eterosessuale. Lo sport adora i corpi neri quando vincono e intrattengono; molto meno quando si discostano dalle norme dominanti. Così, rivelando la sua omosessualità, Collins metteva a rischio contemporaneamente la sua carriera, la sua immagine, il suo posto nello spogliatoio.
Jason Collins ha aspettato trentaquattro anni prima di parlarne pubblicamente e con la sua famiglia, convinto che dovesse frequentare donne, fidanzarsi, con la paura nello stomaco che il suo segreto venisse svelato. «Il mio unico piccolo gesto di solidarietà è stato indossare la maglia n. 98 con i (Boston) Celtics, poi con gli (Washington) Wizards», spiegava, in riferimento a un crimine omofobo avvenuto nel 1998 nel Wyoming, quello di uno studente, Matthew Shepard, rapito, torturato e lasciato in fin di vita (morì cinque giorni dopo, ndr) a causa del suo orientamento sessuale.
Nel 2013, i dirigenti della NBA hanno espresso il loro sostegno a Collins, mentre Barack Obama si è congratulato con lui. Tuttavia, il californiano ha dovuto fare i conti con una realtà meno benevola: sono trascorsi diversi mesi senza che nessuna franchigia lo ingaggiasse e gli atleti omosessuali non si sono certo affrettati a fare coming out. Nel 2021, Carl Nassib (football americano), Luke Prokop (hockey su ghiaccio) e Bryan Ruby (baseball) dichiarano la loro omosessualità e diventano a loro volta dei pionieri nei rispettivi maggiori campionati professionistici statunitensi. Oggi, gli insulti omofobi continuano a riempire le tribune e le istituzioni sportive spesso privilegiano campagne di marketing inclusive anziché profonde trasformazioni.


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