Ridolini bene chi ride ultimo
EPOCALCIO /
Christian Giordano
L'ANTEFATTO
La FIGC di Giuseppe Pasquale, all’indomani dalla spedizioni cilena, esclude gli oriundi dalla Nazionale, consente l’acquisto di un solo straniero e introduce il controllo anti-doping.
Per ciò che riguarda i risultati, Milan e Inter hanno iniziato il loro ciclo di successi nazionali e internazionali. Nel 1962-63 l’Inter del quasi catenaccio vince lo scudetto e l’anno dopo la Coppa dei Campioni succedendo al Milan e bissando il successo l’anno dopo, corredato con tanto di Coppa Intercontinentale.
Lo squadrone di Helenio Herrera perde però rocambolescamente lo scudetto 1963-64, in finale contro il Bologna di Bernardini, dopo una misteriosa e brutta vicenda di doping-non doping.
L'Inter si rifarà nel ‘65 e nel ‘66, mentre nel ‘67 perderà incredibilmente sia il titolo europeo (contro il Celtic), sia quello italiano (scudetto lasciato alla Juve dell’altro Herrera, il paraguaiano Heriberto, il profeta del Movimiento).
Nonostante questi successi, il Ct azzurro Mondino Fabbri, che con l’Inter se l’era presa per l’assunzione già fatta del ''62 e il successivo allontanamento, ignora il blocco nerazzurro, soprattutto in difesa, dove si tiene solo gli insostituibili terzini, prima Facchetti, poi pure Burgnich.
Neanche dei milanisti si fida più di tanto, preferendogli in maggioranza i giocatori del Bologna. Mondani naturalmente rifiuta l'imperante catenaccio, fatto di difesa e contropiede. Cerca invece di varare soluzioni tattiche originali, che chiama "fluidificazione".
Fabbri modifica infatti il WM adottando due centrali difensivi (senza che nessuno dei due si renda "libero") quando gli avversari attaccano. Uno dei due si deve poi portare a centrocampo e l’altro va a uomo sul centravanti quando si è in possesso palla.
Fabbri è un buon tecnico, ma già si presagisce che è psicologicamente impreparato a resistere alle - invero fortissime - pressioni ambientali. Abiura il catenaccio perché contrario ai suoi principi di calcio offensivo, ma varerà poi difese ancora più estreme del metodo da lui tanto avversato (saltuariamente dovrà persino convocare per forza la grande coppia centrale interista, Armando Picchi libero e Aristide Guarneri stopper).
Gli inizi sono però discreti. L'a sua Italia infila cinque vittorie su cinque, compresa la doppia sfida con la Turchia per le eliminatorie del secondo campionato europeo. Pratica liquidata con un 6-0 a Bologna (due gol di Gianni Rivera, quattro del romanista Orlando) e acuto dell'italo-brasiliano Angelo Benedicto Sormani a Istanbul. Più un bel 3-0 in amichevole addirittura al Brasile di Pelé.
La nazionale arriva quindi a Mosca per l'andata contro l’URSS con una grande convinzione nei propri mezzi. E si ha piena fiducia nel solo pilota al comando. La squadra è capitanata da Cesarone Maldini, e ha i suoi uomini migliori in Facchetti, Giovanni Trapattoni, Giacomino Bulgarelli e Mariolino Corso.
Il noto giornalista Giglio Panza definisce Fabbri abile sul piano della tecnica e della tattica, ottimo psicologo, organizzatore sagace, lavoratore instancabile. Le perplessità, al solito, riguardano la condizione atletica degli azzurri. Storicamente il maggior cruccio di un altro sommo giornalista, Gianni Brera, che arriverà in seguito a definire i giocatori di Fabbri «abatini (ometti cagionevoli di salute, simili ai “cicisbei” e mal portati alla lotta, così come da natura tipica degli italiani, eminenze precoci, fragili e intriganti».
Le due partite contro l’URSS si rivelano altrettanti fallimenti.
Dopo la sconfitta a Mosca per 2-0, con sua espulsione, Ezio Pascutti, piangendo, a fine partita dichiara: «Ho rovinato l’Italia. Chiedo solo comprensione. Ho avuto una reazione di nervi, ho fatto un gesto istintivo, pugni o calci non ne ho dati. Quel numero due – Dubinski, ndr – mi tira una legnata da togliere il fiato. Lo so, avrei dovuto fare il morto. Ma non ne sono il tipo. Ognuno nasce con un certo carattere. Io ci ho il mio... Guardate il mio amico Corso, lui è tutto diverso, è mansueto come un vitello. E se dà un calcio, lo dà con scienza e con arte. Io no, non sono un santo».
Al ritorno, 1-1 a Roma, il nome di Sandro Mazzola, secondogenito dell'immenso Valentino e lanciato in prima squadra da Herrera, entra nella ricca collezione degli 86 rigori parati in carriera dal Ragno Nero russo Lev Jascin: «Era un gigante nero, mi sentii ipnotizzato: lo guardai cercando di capire dove si sarebbe tuffato, ma quando presi la rincorsa vidi che si buttava a destra. Potevo tirare a sinistra, ma non ci riuscii. Quel giorno il mio tiro andò dove volle Jascin», ricorderà il famoso Baffo interista anni dopo.
Nonostante il flop Fabbri rimane saldamente in sella per compiere la sua missione (anche dio evangelizzazione al Nuovo calcio), mentre si inasprisce sempre più il conflitto fra lui e l’Inter, campione d'Italia in back-to-back nel ‘65 e ‘66, facendo appunto "quasi catenaccio" con Herrera.
Il sistema di gioco interista, secondo la raffinata penna di Antonio Ghirelli, evolveva però da quello milanista di Nereo Rocco, «per un perfezionamento costruttivo costituito dalla tendenza offensiva del terzino di sinistra, Facchetti, a seguire le azioni d’attacco».
Di quella formazione Fabbri mantiene sempre più stabilmente solo i terzini Burgnich e Facchetti, più il rapidissimo Mazzola, con il pretesto che gli altri non hanno attitudini con i suoi schemi che non prevedono, appunto, il "battitore libero".
Il buon Mondino ritiene, infatti, che la forza della squadra di Herrera stia soprattutto nella illuminata regia di Luisito Suarez e nei suoi lanci per i fulminanti contropiede di Jair.
Non potendo contare su quei due fuoriclasse, il Ct dà l’ostracismo a tutti gli altri nerazzurri. Nell’esclusione di capitan Picchi, poi, Fabbri è pure spalleggiato da Rivera, fermamente contrario al libero interista che, secondo lui, faceva giocare la squadra con un uomo in meno.
Meglio allora Sandro Salvadore del (suo) Milan, perché dava al ruolo una interpretazione più costruttiva.
La polemica scatenata ad arte dal Golden Boy, che andava assumendo atteggiamenti via via sempre più mistici da evangelizzatore del Nuovo calcio, scoppia al ritorno della Nazionale dalla trasferta in Polonia (0-0) per le qualificazioni mondiali, nella quale Fabbri schiera addirittura sei interisti (l'intero quartetto difensivo, più i genialoidi Mazzola e Corso), ma accanto a Rivera non il fido Lodetti, che nel Milan corre e sgobba per lui.
Le animose più ancora che animate discussioni con Picchi si concludono con l'esclusione, colpevolmente decisa e forse pure subita da Fabbri, del leader nerazzurro dalla Nazionale.
Da quella stessa gara era stato estromesso pure l’asso emergente del calcio italiano, l’anticonformista ala destra Luigi "Gigi" Meroni, che aveva rifiutato di farsi tagliare la fluente chioma.
Come per Cile ‘62, durante la preparazione resta fuori anche Corso dopo una lite, stavolta, con il secondo di Fabbri, Ferruccio Valcareggi. Una volta capito che sarebbe stato utilizzato al più come vice-Rivera, Mariolino in allenamento si ferma polemicamente. Valcareggi lo invita (eufemismo) a impegnarsi o ad abbandonare il campo, l’interista prende cappello e va a infilarsi dritto sotto la doccia e poi a casa.
Per qualificarsi al Mondiale del 1966 gli azzurri battono 6-1 e 2-0 la Finlandia, impattano 0-0 in Polonia e la travolgono 6-1 a Roma (tripletta di Paolo Barison), poi perdono 1-0 a Glasgow con la Scozia (Fabbri riprova una difesa con i tre interisti "superstiti" più Salvadore, passato nel frattempo alla Juventus) e staccano il pass al ritorno a Napoli battendola 3-0 (reti di Pascutti, Facchetti e Mora) con un centrocampista in più e Salvadore, il vice-Picchi, in meno.
Nelle altre partite dsi erano distinti fra i marcatori Rivera, Bulgarelli e Mazzola.
Il ritiro premondiale è ad Asiago. Prima di raggiungerlo, Mazzola con la sua Lancia Fulvia coupé è coinvolto in un incidente stradale sulla via Aurelia nei pressi di Borghetto Santo Spirito. La signora Ermenegilda Franchi non rispetta lo stop, inevitabile lo scontro, ma per fortuna solo tanto spavento e tutti illesi.
Fabbri fa giocare ai suoi ragazzi una estenuante serie di amichevoli nel mese di giugno, partite in cui gli azzurri si sbarazzano autorevolmente di Bulgaria, Austria, Argentina e Messico e, in Danimarca, di una rappresentativa di Copenaghen. In totale, 19 reti fatte e solo una subita, con più volte a segno pure il rampante Meroni.
“Era il simbolo di estri bizzarri e libertà sociali
in un Paese di quasi tutti conformisti sornioni.”
- Gianni Brera su Gigi Meroni
- Gianni Brera su Gigi Meroni
Proprio quest’ultimo, se non il primo di sicuro il più celebre e celebrato "ribelle" stravagante e anticonformista del calcio italiano (capelli lunghi à la Beatles, passione per la pittura, il vezzo della gallina al guinzaglio, l'amore "proibito" per una circense), viene osannato nella sua Torino (gioca nella squadra granata) contro l’Argentina, mentre Mazzola È fischiato a più non posso nonostante il cognome. Le amichevoli, troppe, servono solo ad alimentare polemiche e malumori tra giocatori, primi tra tutti, guarda caso, Rivera e Mazzola. Nonostante siano solo amichevoli, Fabbri, che ha giocatori che vengono peraltro da un campionato molto duro finito da poco, pretende agonismo e impegno atletico, e infatti il gioco, sfruttando anche il fattore campo, risulta insieme pratico e spettacolare. La fluidificazione significherebbe infatti il gioco aperto e arioso, assolutamente d’attacco. Con quelle prestazioni, la nostra Nazionale diventa anche una delle favorite al successo finale nel Mondiale. Quelle partite erano state affrontate affinché fosse installato nella mente dei giocatori un complesso di superiorità che avrebbe dovuto colmare le nostre ataviche paure di essere sempre inferiori agli avversari. Il portiere della brigata di Fabbri È il fiorentino Enrico Albertosi (il preferito, il bolognese Negri, che il Ct ha avuto al Mantova, È infortunato), il centrale titolare ritorna Salvadore in luogo di Guarneri, con Rosato a protezione della difesa. Il blocco bolognese È costituito da Perani, Pascutti, Bulgarelli e Janich, più la coppia della (futura) discordia Mazzola-Rivera. Il romanista Barison fa l’ala e non È considerato un vero bomber. In patria ci sarebbe un giovanissimo Luigi Riva, che Fabbri porta in Inghilterra insieme al potente centrocampista Bertini non includendoli nei ventidue, ma solo in “viaggio-studio”.
I Campionati del mondo di calcio sono stati attribuiti finalmente all’Inghilterra, decaduta dal ruolo di Madre del gioco, ma sempre una "super nazione" in fatto di calcio. L’inglese Stanley Rous È il presidente della FIFA, e si capisce subito che la squadra di casa, in un modo o in un altro, È la favorita al successo finale. Il mister degli inglesi È un ex giocatore dei tragici Mondiali del ‘50, Alf Ramsey, che modifica finalmente il WM, arretrando un centrocampista, il famoso Bobby Moore, all’altezza dei difensori, anzi un pochettino più indietro. Non è catenaccio, i marcatori fanno, infatti, il loro lavoro a zona e non a uomo, ma la lontananza non è così eccessiva. Il tutto è condito da un atteggiamento assolutamente maschio (se non addirittura violento) in campo, con il terribile mastino Styles (che porta la dentiera, che in campo toglie per avere una parvenza ancora più cattiva) che picchia come un fabbro.
Fabbri arriva in Inghilterra pronunciando la frase adesso siamo in guerra!, con le prestazioni amichevoli che hanno dato agli azzurri la consapevolezza di andare al Mondiale per vincerlo, nonostante Gianni Brera faccia dividere i tifosi sul se o meno i nostri ragazzi, poco potenti e scarsamente abituati alla lotta agonistica, siano ancora degli abatini o dei dottorini dal cuore debole. Dal gruppo si distingue l’intellettuale Bulgarelli, che scappa dal ritiro per vedere Laurence Olivier a teatro. Fabbri va a vedere con il vice presidente vicario della FIGC, il rampante Artemio Franchi, la partita inaugurale, Inghilterra-Uruguay che, senza essere una meraviglia (termina 0-0), fa subito abbassare la cresta al Ct che, tutto impaurito, sparla frasi del tipo di questi sono troppo forti e noi non siamo preparati. Paure che a tutti sembrano esagerate, se non figlie di un calcolo, anche perché il nostro girone vede, oltre alla quotata URSS, il Cile (che lontano da casa sua è una squadretta) e addirittura la Corea del Nord. Tutti sono sicuri del fatto che almeno il secondo posto, il minimo per arrivare ai quarti, non ci può sfuggire. Al ché Mondino rialza la cresta annunciando alla stampa di essere lui, e lui solo, a fare la formazione, per smentire le solite voci di preferenze verso alcuni giocatori in luogo di altri, fatte da alcuni titolari influenti (niente nomi, solo cognomi: Rivera). Ma il clima nel ritiro azzurro è tutt’altro che sereno. Il fratello di Meroni vorrebbe venire in Inghilterra a vedere il quarto di finale che impegnerà l’Italia, Gigi lo sconsiglia: Non venire nemmeno, È inutile che tu ti dia da fare perché qui non si va avanti. Siamo in clausura, in caserma, qui sono matti. Non fare questo non fare quello, bisogna pensare a parlare solo di calcio, sembra un funerale. Fabbri vuole rinunciare a una difesa rigida, nonostante tutti i pareri contrari della stampa breriana e della «Gazzetta dello Sport». Il motivo è quello secondo il quale, se il catenaccio o il gioco alla Rocco o alla Herrera può andare bene nel campionato italiano, dove tutti giocano con il libero, non è adottabile all’estero, specialmente in un campionato del mondo, perché concederebbe un determinante vantaggio numerico a centrocampo all’avversario. Fabbri a predicare È bravo, lo aspetta la verifica del campo. Il 13 luglio, al "Roker Park Ground" di Sunderland, l’Italia affronta il rinnovato Cile del calciatore-pugile Sánchez con questa formazione: Albertosi tra i pali, Burgnich e Facchetti terzini, Salvadore centrale, Rosato, Lodetti, Bulgarelli e Rivera centrocampisti, Perani e Barison ali con Mazzola centravanti. Sánchez è marcato da Burgnich, e resta prudentemente al largo. Nonostante i proclami offensivi gli azzurri giocano con il freno tirato, adottando una tattica rinunciataria. In ogni modo ci portiamo a casa un 2-0, pur rischiando più del dovuto, grazie alle reti di Mazzola al 9’ e di Barison all’88’. Per il resto della partita, tutti arroccati a difesa della porta di Albertosi. Si vede già che, oltre a quelle del campionato, agli azzurri si sono aggiunte le tossine delle inutili amichevoli giocate. Fabbri, invece, afferma che si tratta di annebbiamento per eccesso di emozioni. Poi va oltre, e nella conferenza stampa seguente alla partita, critica aspramente la squadra. Negli spogliatoi, Pasquale (che poi se ne torna subito in Italia) trova una comitiva di musi lunghi, con il morale sotto ai tacchi. La promozione non sembra però a rischio, anche se dobbiamo giocare contro l’URSS tre giorni dopo sempre a Sunderland. I russi hanno battuto facilmente i coreani per 3-0 e hanno in squadra autentici campioni come Jascin, Voronin e Cislenko. Nonostante Bulgarelli abbia preso un brutto colpo su un ginocchio nella gara con il Cile, viene messo nel ruolo di Rivera (che sembra notevolmente affaticato e, dopo l’orrenda prestazione offerta con il Cile, dichiara: se mi escludono non farò tragedie), poi giocano anche Leoncini, Meroni e Pascutti, escono Perani e Barison. Da notare l’utilizzo di Pascutti, inopportuno dopo la gara di Mosca di tre anni prima. Fabbri predica gioco, ma È chiaro che È imbottito di centrocampisti, quindi pensa a distruggere solo quello avversario. Il primo tempo si chiude sullo 0-0, poi viene fuori la maggior forza dei sovietici, che vanno in gol grazie al solito Cislenko per l’1-0 finale. Forse ci viene negato un rigore, ma giochiamo comunque in modo patetico: Jascin para il poco che proponiamo, i russi ci evitano altre due reti. Fabbri nel 1994 ricorda che Italo Allodi, già dirigente gravitante nell’ambito della Nazionale, il giorno dopo porta in ritiro l’arbitro tedesco Kreitlein, che non ci ha dato il presunto rigore con la Russia: L’ho portato a mangiare il nostro risotto, mi fa Italo. E io mi sono morsicato la lingua per non rispondere. Perché sa ben che risotto ci avrei voluto dare io a quel signore là? Il giornalista-scrittore-umorista Mario Gismondi, nel suo bellissimo E fu subito Corea, afferma che la nostra Nazionale È come il tabacco: ha sempre un buon odore prima di andare in fumo. E poi fa male. Prima della gara con la Corea si scatena: La nostra squadra È come certi piatti di lusso elencati nei menu dei ristoranti inglesi: a leggere i nomi ti aspetti chissà che cosa. Al momento di mangiarli, ti accorgi che È insalata con aceto, pezzi di carota e patate lesse. Però sono piatti preparati bene, bisogna riconoscerlo. E costano, ah, se costano! Dopo tante chiacchiere di fluidificazione, Fabbri aveva fatto giocare la Nazionale come l’Inter, senza avere molti degli uomini chiavi per far andare bene la squadra come quella nerazzurra di Herrera. Il nostro attacco restava troppo alle dipendenze degli stati d’umore dei nostri abatini. Il Ct, sempre più infuriato, si giustifica pronosticando ai russi il successo finale. Cile-Corea del Nord finisce 1-1 (altra perla di Fabbri: andato a vedere questa partita, se ne va a poco dalla fine, sull’1-0 per i cileni, ormai contento perché la qualificazione È pressoché acquisita, in ritiro scopre che la Corea ha pareggiato al 90’ su rigore), poi l’URSS batte i sudamericani per 2-1, così ci basta un semplicissimo pareggio contro gli omini piccoli e con gli occhi a mandorla. I coreani, parola di Brera, sono degli omarini piccoli e tosti, capaci di correre dal primo istante alla fine. Tutta la squadra a disposizione del Ct Myung è militarizzata, ed è in ritiro addirittura da due anni: i giocatori sono stati sottratti dai loro club, non hanno giocano per questo tempo in campionato, ma solo una amichevole a settimana contro varie formazioni della loro martoriata nazione, dove il regime di stampo comunista ortodosso è uno dei più arretrati al mondo. I coreani avevano sfruttato la rinuncia delle squadre africane, e si erano qualificati al Mondiale con solo due partite contro l’Australia. Problemi poi perché gli inglesi ebbero molti dubbi prima di concedere loro il visto d’ingresso. Hanno organizzato la trasferta con un viaggio di alcuni mesi prima per valutare alloggi, campi, clima, venti e qualità dell’erba. Davanti all’albergo che li ospita disegnano le esatte misure del campo di Middlesbrough, in modo che i giocatori imparino a contare il numero dei passi necessari per percorrerlo tutto, saggezza tutta orientale. Una sera rientrano tardi dall’allenamento e trovano la cucina chiusa: "chi va a letto senza cena, la notte si dimena", dice un loro proverbio. I coreani iniziano a dimenarsi pericolosamente, sono attivati due camerieri alla bisogna prima dell’arrivo della polizia. Da notare che nel periodo pre-mondiale il pugile Nino Benvenuti perde ai punti il titolo mondiale dei pesi medi junior a Seul contro il coreano (del sud) Kim Soo-Ki. Poteva essere un avvertimento? Prima della gara Gianni Brera, che ha sempre amato fare il Ct, manda un foglietto con una formazione a Fabbri attraverso un altro giornalista, Rizieri Grandi. In un ricordo dettato a De Felice nel 1994, Fabbri dichiara quale fu la sua risposta: non lo presi neppure e risposi al volo, lo riporti al dottor Brera e gli dica che ci si spazzi il culo. Si, proprio così gli dissi. Come tutti sanno, Valcareggi, che secondo la leggenda Fabbri aveva mandato a spiare i coreani nella partita con l’URSS, definisce il loro gioco "da Ridolini", dal nome di un famoso comico americano. Lo stesso Fabbri dichiarerà a De Felice in proposito: Una balla. Valcareggi non osservò mai i coreani e non parlò mai, almeno con me, di Ridolini. Valcareggi osservò solo il Portogallo, nostro eventuale avversario nei quarti, e fu una missione inutile. Probabilmente, È una delle invenzioni del solito Gianni Brera, anche se Valcareggi, nel 1974, per un altro libro di Mario Gismondi, dichiarerà che non dissi che giocano come dei Ridolini, ma che corrono come dei Ridolini, una differenza che mi pare notevole ma che non fu ben considerata e riferita. Fabbri È soprannominato anche Topolino per come scappa di fronte alle domande di accaniti gattacci-giornalisti a lingua di fuori e artigli spianati. Intanto Brera commenta: Mondino tiene ogni giorno una conferenza stampa. Dopo l’URSS ne sente di orribili. Risponde umiliato e quasi tremante. La Federazione l’ha lasciato solo alle prese con un branco di giornalisti imbestialiti. I formidabili successi conseguiti nel periodo di preparazione paiono improvvisamente una farsa maligna. Alla vigilia dell’incontro con la Corea, che basterebbe pareggiare, hanno perso quasi tutta la testa. Probabilmente la testa la perde anche Brera, che garantisce di cambiare mestiere se contro gli asiatici si dovesse perdere. Però, in quel tragicomico Mondiale, Mondino è così convinto di superare il turno che ha già prenotato a Liverpool il lussuoso Loyola Hall per disputare il quarto di finale e mette a riposo alcuni titolari come Burgnich, Salvadore e Rosato. Anche il tecnico coreano, Myung, È sicuro di batterci, ma tutti sorridono. Comunque sia, se il Ct asiatico fa certi discorsi, lo fa per via della "grande" impressione che il nostro gioco ha destato. I coreani vengono sistemati in un albergo vicino a un aeroporto, in mezzo ad aerei che partono e arrivano a tutte le ore, non hanno rappresentanza diplomatica, perché la Repubblica Popolare di Corea (da noi comunemente detta Corea del Nord) non È riconosciuta dalla Gran Bretagna, e al pranzo ufficiale, colmo dei colmi, si È presentato, con bella faccia tosta, l’ambasciatore a Londra della Corea del Sud. Non ascoltiamo neanche le raccomandazioni di Morozov, il Ct russo: Attenti ai coreani, con quel continuo movimento ci hanno creato seri problemi. Se non piazzate subito qualche gol, rischiate di avere brutte sorprese. Così, il 19 luglio, all’"Ayresome Park" di Middlesbrough, si va in scena con questa formazione: Albertosi portiere, Landini e Facchetti terzini, Guarneri centrale, Janich a copertura, Fogli e Bulgarelli interni, Rivera mezz’ ala, Mazzola punta centrale con Perani e Barison ali. Il furbo Fabbri mette ancora in campo Bulgarelli, che ha un ginocchio che emana sinistri scricchiolii, e un centrocampo di podisti dove È del tutto assente un minimo di velocità. Forse sarebbero necessarie anche per noi le forti dosi di ginseng che prendono gli asiatici (ricostituente naturale estratto da una radice), che gli permette di essere freschi specialmente negli ultimi minuti. Con il Cile pareggiano al 90’ su rigore dopo un pressing incredibile. Da notare che il loro giocatore più alto, il capitano Sin Yung, non raggiunge il metro e 75. Vedremo come nonostante la bassa statura, i coreani siano dei buoni colpitori di testa.
LA PARTITA
Che la partita non sia una passeggiata lo si capisce dopo 30 secondi, con un destro di Ih che passa due metri lontano dall’incrocio dei pali di Albertosi. Ma la reazione della azzurri c’è, e al 2’ appena Mazzola recupera un rilancio della difesa asiatica, lancia Perani che si porta avanti la palla di testa, supera Sin, ma il portiere Li mette in angolo il suo tiro. Un minuto dopo Rivera parte in velocità, crossa per Perani, che di suola mette clamorosamente fuori. La nostra superiorità sembra evidente, visto che Rivera irride Han, uno dei perni del centrocampo, coreano con un tunnel.
Al 4’ È Bulgarelli a partire da centrocampo e a mettere un rasoterra in area, Perani, ancora lui, lo controlla con il destro, ma poi ciabatta malamente fuori con il sinistro. La partita sembra talmente facile che il centrocampo italiano si sfalda subito: gli immensi vuoti in mezzo al campo sono piano piano colmati dalle velocissime "zanzare rosse".
Al 7’ c’è però la quarta occasione da rete azzurra, con Barison che spedisce di testa fuori un cross di Rivera. I coreani iniziano delle puntate in avanti che sconvolgono la fragile difesa a W degli italiani. Soffre in particolare Guarneri, che non ha, come nell’Inter, la sua bella polizza d’assicurazione in Picchi libero. Se facesse un errore, non ci sarebbe nessuno alle sue spalle a rimediare.
All’11’ c’è una fuga di Pak Sung (sua la rete su rigore per l’1-1 con il Cile), palla a Yang, che funge di punta insieme a Kim e a Pak Doo nel coraggioso 4-3-3 asiatico, deve allontanare precipitosamente Janich. Ih ci prova poi da lontanissimo, senza dare preoccupazioni ad Albertosi. La gara, diretta senza eccessivi problemi dal pelato e appesantito francese Shwinte, scorre via piacevole, anche se si nota subito come gli italiani giochino con troppa precipitazione. Landini cerca di fluidificare e di portarsi sempre più spesso in avanti sulla fascia destra, al 16’ Barison è in ritardo su una bella palla di Fogli, risponde al 20’ un gran tiro dalla distanza di Pak Sung, che è l’organizzatore di gioco dei coreani. Dopo una bella inquadratura che mostra tutta la differenza di struttura tra l’altissimo Facchetti e Han, il piccolo centrocampista che opera nella sua zona, i coreani, che difendono con ordine e ripartono con veloci contrattacchi, mostrano insospettabili doti di palleggio.
Alla vigilia Mario Gismondi aveva notato come "giochicchiassero", sebbene il pericolo stava nel fatto che anche gli azzurri non avevano certo mostrato di meglio.
Al 23’ un bel dialogo tra Rivera e Mazzola È stroncato da Oh, un minuto dopo l’occasionissima ancora per Perani, su lancio di Bulgarelli, ma l’ala del Bologna batte incredibilmente addosso al portiere. I coreani prendono fiducia, fino a non disdegnare il dribbling, con Yang che in particolare irride un paio di volte Fogli. Aumentano improvvisamente i ritmi di gioco coreani, che devono vincere per qualificarsi, l’Italia li soffre e deve operare di rimessa. Non c’è grande spazio per Mazzola, controllato bene a uomo da Ha Jong.
L’arbitraggio non sembra davvero sfavorevole per noi, ma i coreani sono rapidissimi e su Perani che, nonostante i quattro gol sbagliati resta il nostro uomo più attivo, c’è sempre il raddoppio di marcatura. Coreani che sgobbano molto con continue sgroppate di 40 metri palla al piede, cui il nostro centrocampo non sembra avere la forza di fare opposizione. In particolare Ih e Pak Sung entrano come il burro all’interno della nostra trequarti.
Al 33’ c’è la prima svolta della gara. Il claudicante Bulgarelli (che è l’unico a provare a far da collante tra il nostro traballante centrocampo e gli isolati attaccanti) è saltato come un birillo da Pak Sung e gli fa fallo da dietro nel tentativo di recuperare palla. Solo che il legamento del ginocchio salta e la gara di Bulgarelli termina. Non sono ammesse sostituzioni (solo il portiere Pizzaballa può eventualmente sostituire, solo per infortunio, Albertosi), rimaniamo in dieci quando manca un ora alla fine della partita. Fabbri era stato rassicurato dai medici che si trattava solo di una leggera contusione, e lo aveva schierato nonostante le riserve dello stesso giocatore. Il colmo della situazione è che Barison, il giocatore più alto tra i 22 in campo, deve andare, secondo gli schemi di Fabbri, a battere i calci d’angolo! Gli italiani, senza Bulgarelli, sono sempre più lenti, i coreani hanno sempre tutto il tempo per piazzarsi.
Al 41’ una azione insistita dei nostri avversari mette il solito Pak Sung in condizione di lanciare un pallone in area, Guarneri rilancia, Ha rimette dentro di testa, gli azzurri stanno a guardare Pak Doo che, leggermente defilato sulla destra, scatta sulla palla, controlla e lascia partire il diagonale con il destro. È il primo vero tiro asiatico verso la nostra porta, ma va a finire nell’angolo basso alla destra di Albertosi. I 20 mila dell’Ayresome Park non credono ai loro occhi, la Corea del Nord è in vantaggio per 1-0. L’Italia cerca subito di reagire, con Rivera che di testa mette il quinto pallone buono sul piede di Perani, che calcia fuori.
Al 44’ è Fogli a procurargli la sesta personale palla gol, che lo stesso Perani mette ancora fuori. Finisce il primo tempo con i nostri che non sanno rendersi conto se sono svegli oppure stanno facendo solo un brutto sogno. Il secondo tempo si apre con il contemporaneo intervento in area su Perani di tre coreani (che attaccano e difendono sempre in sette), ma il rigore, dalla immagini, apparirebbe eccessivo, Shwinte fa giustamente continuare. Gli azzurri cercano di recuperare la spinta di inizio torneo, quando erano giunti in Inghilterra con grande euforia, talento e offrendo spettacolo. In 10 contro 11 si fa tutto più difficile.
Al 4’ È Pak Doo a non sfruttare una limpida azione di contropiede, perché il pallone gli rimane sotto al piede. Anche l’arbitro inizia ad osteggiarci, con un assurdo gioco pericoloso fischiato a Mazzola.
Al 5’ ci prova anche uno dei difensori, Ha, con una conclusione da lontano parata.
Al 6’ Barison si fa tutto il campo sulla sinistra, tiro ribattuto da Li, arriva Rivera, che non vede Perani solo soletto e si fa anticipare da Lin Zoong. Guarneri cerca di portarsi sempre più spesso in avanti sulla destra, e anche i nostri emigranti in tribuna cercano di farsi sentire. All’ 8’ occasionissima per Barison che, lanciato da Rivera, spreca con un sinistro da dimenticare. Lo stesso Barison cerca di proporre subito dopo in una zona morta, recupera lo stesso palla Rivera, supera un avversario in pallonetto, avanza e prova il sinistro da 25 metri, con Li che compie probabilmente la parata della vita. Sul calcio d’angolo cross di Mazzola, ponte di Facchetti, Barison cilecca la girata in rete.
All’ 11’ È Mazzola a lanciare in area Perani, finta per Landini, un avversario chiude in angolo. Incredibile che Barison, che potrebbe mettere in difficoltà gli avversari con la sua mole, debba per gli ordini di Fabbri, andare a crossare dalla fascia.
Al 14’ un angolo di Rivera È colpito di testa da Fogli che sfiora la traversa sull’uscita errata del portiere. Solo per l’obiettivo impegno, gli azzurri meriterebbero a questo punto il pareggio.
Al 16’ Perani È anticipato dal portiere, capovolgimento di fronte, Han soffia palla a Facchetti che si trova in evidente difficoltà forse più mentale che fisica, mette in area un pericoloso pallone, Kim arriva in leggero ritardo per la deviazione vincente. Due minuti dopo È provvidenziale un intervento di Guarneri su un cross di Pak Doo Ik. I coreani ci mettono in difficoltà perché non si limitano solo a difendersi, ma perché sono chiaramente in miglior stato fisico di noi. Al 21’ la palla buona arriva sui piedi di Barison, lanciato dal positivo Rivera, ma l’attaccante mette clamorosamente fuori. Un minuto dopo c’è la risposta di Ih, tiro respinto, capovolgimento di fronte, Barison È troppo defilato per centrare la porta. Anche Albertosi inizia a sbagliare qualche rinvio per la fretta. Gli azzurri partono con la testa, Landini lancia un contropiede di Pak Doo e Han, con quest’ultimo che tira di poco a lato sull’uscita di Albertosi. I coreani prendono fiducia, fanno delle belle triangolazioni, e gli azzurri non tentano neanche il pressing. Oltre che su Perani, che sta sparendo dal campo, il raddoppio di marcatura tocca anche a Rivera. Al 32’ una pericolosa punizione di Pak Doo va di poco alta. Al 33’ Rivera colpisce in uscita il portiere, poi si scusa. Da notare che i coreani rinunciano anche alla melina. Ci riprova Perani al volo, ma batte altissimo. Mazzola cerca di adoperarsi anche nei collegamenti tra i reparti, ma si vede che non È il suo ruolo. Pak Doo si sente l’uomo del giorno e supera di slancio spesso anche Janich. A Mazzola l’arbitro non fischia più niente, ma al 38’ c’è un’ altra occasione d’oro per Barison e Facchetti su di un cross, i due si ostacolano, poi Facchetti mette fuori.
Al 40’ c’è una girata debole di Mazzola, e il contropiede rapido dei coreani. Poco dopo anche l’ennesima girata debole del volenteroso Perani. Facchetti e Barison potrebbero sfruttare i cross, invece si tengono defilati e la punta va a battere gli angoli.
Al 43’ Landini salva su un contropiede coreano, Facchetti sul ribaltamento tenta un destro debolissimo. Gli asiatici chiudono in attacco, con occasioni per Han e Pak Doo annullate da Guarneri.
Al 45’ Shwinte fischia la fine. Nessuno crede che nel tabellone ci sia riportato il risultato di Corea del Nord-Italia 1-0. Dopo l’incredibile sconfitta degli inglesi contro gli Stati Uniti nel 1950, è la più grossa sorpresa dall’invenzione del gioco. Un telecronista asiatico si lascia sfuggire la frase: La caduta dell’Impero Romano è niente di fronte alla nostra vittoria! Fabbri, appena rientrato negli spogliatoi, annuncia: La comitiva è sciolta. Ognuno torni in Italia con mezzi propri.
La "notte dei pomodori"
L’immenso, sterminato, oceanico ridicolo di cui il calcio italiano si è coperto in Inghilterra, il calcio milionario delle signorine e delle prime donne, È una pietra miliare nella storia delle nostre patrie disavventure. È parso subito evidente come la Corea avesse corso e sprintato, cosa che noi eravamo stati molto lontani dal fare. La squadra delle amichevoli pre-mondiali si era dissolta nel nulla. Dopo le orrende prestazioni con Cile e URSS, Fabbri aveva capito di non poter competere con i coreani sul piano della velocità, e aveva imposto una formazione che tentasse l’aggiramento sulle fasce, più che l’azione a saltare l’uomo, che tornava comunque velocemente sotto. Il piano, con un Facchetti appena sufficiente, sarebbe riuscito. Invece pagavamo proprio la disastrosa forma del nostro fluidificatore sommo, cancellato dal campo dai coreani (la cui vittoria era data dai bookmakers inglesi addirittura 500 a 1). Fortuna che il medico della Nazionale, il dott. Fino Fini, aveva dichiarato che, a parte Bulgarelli, tutti erano in perfette condizioni fisiche. La squadra paga anche l’incertezza e l’approssimazione nel fare le formazioni, in italica attesa di qualche evento miracolistico. E invece i miracoli toccano tutti agli asiatici perché Perani sbaglia le sue sei occasioni sei, Barison tre, Rivera è stoppato dal portiere. Molte delle colpe sono da attribuire alla Federazione, che lascia la squadra sola. Il presidente FIGC Pasquale era arrivato prima della gara con il Cile ed era rientrato subito in Italia per degli affari, Franchi aveva trovato una situazione già compromessa: Lasciati gli azzurri a Coverciano, in un clima di perfetta serenità, me li sono ritrovati al ritiro di Durham terrorizzati, con gli occhi sbarrati, come se già presentissero la catastrofe. Franchi nega il permesso di tornare di nascosto e ognuno per sé. Dopo il ricevimento alla Lancaster House di Londra per le squadre eliminate, la squadra torna in Italia accolta a pomodori, anche se arriva a Genova in gran segreto e a notte fonda. Evidentemente c’era stato il solito "corvo". Sulla scelta dei pomodori si schiera anche Mario Gismondi: L’uovo marcio non è troppo fine. È più da teatro di altri tempi. Il fischio era troppo poco. La pietra era addirittura da selvaggi. L’arancia, questa sarebbe stata molto signorile, ma basilisticamente pericolosa, al pari del finocchio e della rapa, poco rappresentative. No, era giusto che finisse a pomodori! Tutti cercano Brera per ricordargli la promessa di lasciare il giornalismo, ma lo scrittore è bravo nel convincersi e convincere che non sia il caso.
Sulla vicenda Corea scrive:
"Riesamino quella spedizione dannata e mi confermo nella convinzione che l’inventore dell’intelligenza italiana doveva avere più genio di Leonardo. Diciamo meglio: l’intelligenza è un’aggravante nell’ignoranza, come l’ubriachezza nei fatti di sangue. Intelligenza, gli italiani ne hanno a mucchi: gli manca solo una cosina da nulla, temo: il buon senso. Tradotta in termini più sintetici, questa mia perifrasi si riassume in una sola parola: stupidità. Ah, perdio, di quali miracoli siamo capaci, noi italiani: anche di essere intelligenti nella stupidità più totale e talora mortificante... Mondino si prende i convocati (meno quel Corso, tanto geniale e odioso; meno Riva, Bertini e Domenghini) e incomincia a spremerli di santa ragione. Dopo un riposino che nuoce perché può solo arrugginire, subito sotto con la preatletica, le corse, le partite: goduriosi arrembaggi a bulgari, austriaci, argentini, messicani, danesi: più si gioca e meno si gioca: le illusioni permangono grandi solo in coloro che non vedono ( e Dio sa per fortuna quanti sono). La difesa sballata, il centrocampo endemicamente fioco per legge razziale, l’attacco tutto composto di gente molto sollecita a impaurirsi. E dove credevamo di andare? Maurizio Berendson prima accusa un po’ tutti gli azzurri (Tradimento è una parola pesante ed equivoca. Si tradisce per cattiva forma, per emozione, per non idoneità al clima internazionale, ma si tradisce in rapporto alla propria personalità e alla propria classe), poi se la prende principalmente con Rivera e con Fabbri: Si presentava come il protagonista di questa gara. Sembrava la partita fatta per lui sia per la sua disinvoltura nel liquidare avversari di rango inferiore, sia per la situazione psicologica che gli era diventata favorevole dopo l’esclusione e la sconfitta con l’URSS senza di lui... L’inizio era stato buono, un Rivera da manuale, perfino da tunnel. Poi, passa il tempo, sfumate le occasioni iniziali, e scomparso Bulgarelli, tutte le premesse di rivincita si sono paurosamente dissolte. Rivera, portato avanti da Fabbri, È ripiombato nel suo narcisismo, nella sua fragilità, nel suo dramma. Decine di volte è partito con la palla al piede per tentare l’affondo, o preparare un passaggio decisivo, e in ogni occasione si è sistematicamente perduto lungo la strada... Una vera pena, una conferma definitiva dei limiti del ragazzo, della sua crisi precoce quanto la sua fama, della sua crudele decadenza. Non centra la volontà, non centra l’uomo. Se c’è un giocatore che darebbe tutto per Fabbri è lui... che ha avuto la squadra fatta per tanto tempo in funzione alle sue caratteristiche. Ma l’atleta Rivera non poteva, non può fare di più. Noi che lo sapevamo avevamo sperato che Fabbri stesse aprendo gli occhi e che il maggior dinamismo di Rizzo (o di Juliano, nda) l’avrebbe aiutato a vedere la realtà con meno conformismo... Il sentimento ha tradito il bruciato Fabbri... il tecnico che ha inventato la famosa fluidificazione (da tempo abbandonata) in antitesi all’Inter e in polemica con essa e che ha poi finito per fare un cattivo catenaccio attaccando in una sola partita (l’ultima) ma troppo tardi e senza fortuna. La fortuna pareva essere una delle caratteristiche di Fabbri, ma anche questa piccola leggenda ora se n’è andata."
Gigi Riva, aggregato come ospite alla comitiva di Fabbri, con Bertini, nel 2002 ricorda per Calcio 2000 che il ritiro di Durham, era costruito su due ali, che si prestò alle divisioni politiche del gruppo: In una delle ali dormivano i "potenti", quelli che facevano il bello e il cattivo tempo (Mazzola, Rivera, Bulgarelli, Albertosi, Pascutti), quelli che Fabbri "subiva". Dall’altra parte c’erano, oltre a me e Bertini, coloro che contavano poco o nulla. L’unica maniera che avevamo di sfogarci era quella di umiliare i nostri "rivali" in allenamento: le partitelle le vincevamo sempre noi... ma quella Nazionale non sarebbe andata lontano: se avessimo passato il turno ci saremmo scontrati col Portogallo di Eusebio e credo proprio che il nostro Mondiale, viste le premesse, sarebbe finito lì. Portogallo che si trova la Corea del Nord, che dopo pochi minuti va sul 3-0 addirittura, poi il ginseng termina il suo effetto, e i portoghesi vincono, con qualche aiutino arbitrale, per 5-3.
Il retroscena
Ma tutto ciò finora letto è niente se paragonato allo scandalo che Fabbri fa scoppiare in piena estate.
Il Ct si convince che c’è stata una macchinazione a danno suo e dell’amico club del tortellino che lo ha imposto e che lo manterrebbe al suo posto fino al 1970 (in special modo Pasquale), ordita dal rampante Artemio Franchi con la determinante complicità del medico Fini. Mondino passa l’estate a rintracciare undici suoi fedelissimi e a farsi rilasciare delle dichiarazioni che mette in una sua relazione da consegnare al Consiglio Federale della FIGC, che lo vuole sentire in relazione alla ridicola spedizione inglese. Qualche giorno prima della presentazione di tale dossier, Fabbri racconta le note più salienti a Stadio, e scoppia il finimondo. Nelle dichiarazioni, gli azzurri sottoscrivono che alcuni di loro hanno fatto delle iniezioni di strani colori, trattamenti non consueti e saune con odori particolarissimi che gli hanno poi dato, parola di Facchetti, senso di abulia e di svogliatezza. Si tratterebbe di un ipotetico doping all’incontrario.
Il cardine di questo mistero sarebbe dei prelievi insistiti di urina che Fini ha fatto a Bulgarelli, per analizzare un nuovo prodotto. Fini mandò ad analizzare le urine in una struttura pubblica inglese, e ne sarebbe venuto fuori che sarebbe stata una sostanza dopante. Bulgarelli era stato avvertito lo stesso di non preoccuparsi, che Fini avrebbe saputo in anticipo i nomi dei sorteggiati all’anti-doping, anche se l’arbitro di ogni gara aveva la possibilità di indicare qualche altro giocatore distintosi per forma fisica. Le dichiarazioni firmate più importanti sono quelle dello stesso Bulgarelli, di Facchetti, Rivera, Mazzola, Lodetti, e altri ancora. Il primo a smentire, a scandalo scoppiato, è Facchetti, che racconta di come Fabbri gli abbia detto che voleva la sua dichiarazione per ordine di Pasquale, il nemico numero uno di Franchi, che sarebbe stato proprio il senese a inventarsi tutta la macchinazione.
Fabbri nega di aver parlato in questi termini con l’interista. Poi anche Mazzola fa una ritrattazione parziale (che il trattamento fosse giusto o sbagliato non potevo dirlo, e non l’ho detto; non sono un medico, io). Gli altri confermano tutto. Il Consiglio Federale È convocato d’urgenza, e il primo a presentare un memoriale È Franchi, che racconta tutta la storia della spedizione dalla costernazione di Fabbri alla visione di Inghilterra-Uruguay (ritenei che fosse un atto di furberia, senza offesa, un po’ campagnola, la furberia del Bertoldo), alla crescente situazione di assurdo nervosismo, con i giocatori che si dicevano preoccupati senza poterne spiegare il perché.
Le continue conferenze-stampa di Fabbri generavano, secondo il dirigente, anche piccoli, deplorevoli incidenti come quello di non presentarsi a un incontro con alcuni arbitri influenti organizzato dallo stesso Franchi. Il vicario di Pasquale afferma poi di aver detto ai ragazzi di non sopravvalutare i coreani, ma per spingerli a non avere paura, perché, ricorda di aver detto, nel calcio ci sta tutto ma non ci può stare, normalmente, che noi perdiamo con la Corea.
Il clima era anche arroventato perché Pasquale non voleva dare premi in denaro, ma assicurazioni riscattabili. Burgnich voleva fare delle obiezioni, ma fu zittito dalla squadra. Nel dossier di Franchi si legge come la colpa del precario stato psicologico della squadra sia da attribuire alle dichiarazioni continue del Ct, come quella, dopo la gara con l’URSS, in cui disse d’aver sbagliato a non far giocare Guarneri. Il prode Artemio deve anche smentire le voci di festini dopo la gara con la Corea. È vero, alcuni giocatori hanno poi bevuto superalcolici, ma solo per stemperare il nervosismo.
Per Franchi, Fabbri indipendentemente dalle sue qualità tecniche, ha subìto enormemente l’impegno dei campionati del mondo, in una maniera che è andata al di là delle sue stesse possibilità di sopportazione psicologica... Il commissario è andato avanti per anni ed ha indubbiamente risposto alla nostra fiducia ma, messo di fronte a un impegno di così grande importanza, è miseramente fallito. Franchi lascia trapelare come si cercasse pateticamente di avere dall’arbitro la formazione avversaria prima di dare la nostra. Sul caso di Bulgarelli, messo in campo a forza da Fabbri, si era schierato anche Pasquale, che all’amico Ct aveva detto che è meglio un asino sano, di un dottore zoppo.
Conclude Franchi: Qualunque cosa possa essere detta da lui o dai suoi difensori, non ci sono dubbi: i suoi nervi sono saltati non solo nel fare le formazioni, nel litigare con i giornalisti e con i fotografi, ma anche nello sparire per ore intere dall’ambiente della nazionale, per cui, a un certo punto, io ho dovuto chiedergli di stare più vicino alla squadra perché, forse, si sentiva abbandonata. Nello stesso modo era stato anche inutile mandare Valcareggi a visionare altre gare, quando erano gli azzurri ad aver bisogno.
Dopo qualche giorno da queste gravissime dichiarazioni di Franchi, arriva l’autodifesa di Fabbri:
"Dovendo formare una squadra composta di giocatori esclusivamente italiani e tenendo presente che questa squadra doveva affrontare squadre internazionali, ho cercato di dare alla squadra stessa uno schema di gioco che potesse essere più confacente alle esigenze richieste per competere in campo internazionale. Per questo ho impostato e concepito il giuoco della squadra nazionale in maniera più elastica di quella che usualmente si gioca in Italia, dove è oggi ancorato a uno schema piuttosto rigido perché porta a marcare un uomo prefissato, e solo in caso eccezionale prevede l’alternarsi di uomini nelle marcature dell’avversario. Questo faceva subire l’iniziativa dell’avversario stesso, specialmente a centrocampo e non permetteva di attaccare e difendere così come dovrebbe essere concepito il gioco in generale."
La battaglia che Fabbri stava combattendo era quella di adattare il gioco italiano a schemi di maggior movimento, cioè a un sistema più conforme perché contempera la necessità della difesa con le esigenze dell’attacco, in quanto, disponendo egualmente le marcature ma essendo esse in parte variabili, vi è una maggiore possibilità di movimento da parte di tutti i giocatori, senza fissarsi al controllo esclusivo del proprio avversario.
Il problema è che, utilizzando giocatori che in campionato praticano schemi più rigidi, si è dovuto far perno sulla intelligenza e sulla classe dei giocatori più sensibili alla percezione e all’applicazione del gioco di movimento, che lo stesso Fabbri pretendeva di dare alla Nazionale. Alla fine, una specie di rivoluzione copernicana. Sottolineato il fatto che i club possono utilizzare assi stranieri, e una netta carenza atletica di tradizioni ataviche nello sport italiano, il Ct afferma di aver impostato il gioco più sulla tecnica che sulla prestanza fisica. Essendo finito da poco il campionato, la preparazione era stata impostata come proseguimento di quella condizione atletica i cui i giocatori erano venuti a trovarsi, invece di rifarla ex novo.
La brutta prova con il Cile era da attribuire a fattori psicologici come l’emozione della prima partita ai mondiali e al ricordo della gara di quattro anni prima. Le stesse polemiche dichiarazioni del dopo-gara di Fabbri era una azione di stimolo e di incoraggiamento a battersi sempre meglio. Prima della decisiva gara con la Corea, Fabbri aveva avvertito in molti giocatori un senso di spossatezza di cui io non sapevo spiegarmi l’origine e le cause. Quindi mette fuori squadra i più affaticati come Burgnich e Rosato. Fabbri conclude la sua difesa dicendo che: "l’irritazione e l’amarezza della sconfitta porta a volte a scomposti atteggiamenti, e così mi sono stati attribuiti comportamenti e stati psichici che decisamente contesto. Non è vero che io abbia trasmesso alla squadra uno stress psicologico perché gli stessi giocatori potranno confermare che sono stato tranquillo, sereno e a loro affettuosamente vicino."
Che certo non sono le stesse affermazioni, di squadra triste e abbandonata, fatte da Artemio Franchi, che era tra gli artefici dell’ avvenuto rinnovo del contratto a Fabbri quattro giorni prima della partenza dei mondiali. La Commissione d’Inchiesta della FIGC esclude però qualsiasi tipo di congiura e smonta pezzo per pezzo tutto il teorema di Fabbri, cui il Consiglio Federale rescinde d’autorità il contratto e lo squalifica per un anno, proprio mentre sta firmando per il Milan. Per ciò che riguarda il trattamento sperimentale fatto da Bulgarelli, il Dott. Fini aveva davvero inviato le urine a una struttura pubblica e aveva sospeso il trattamento del farmaco ai primi dubbi che potesse considerarsi doping. E le iniezioni di strani colori? Semplici vitamine. E gli odori particolari della sauna? Un nuovo bagnoschiuma. Per la stessa Commissione era un dato di fatto attendibile che la condizione abnorme e di estremo scoramento psicologico si sia alimentata nel Fabbri, sì da determinarlo a un indirizzo di difesa basato sulla scelta di inconsulti mezzi polemici e sulla valorizzazione di episodi ed elementi, anche remoti, di nessun significato pertinente. In poche parole, ammesso e non concesso che tutto il mistero fosse verità, Mondino viene tacciato di essere un matto, come minimo, da legare. Diventa in seguito l’esempio del personaggio amletico che si ritorce dal rimorso. Comunque sia, rimane un buon tecnico, come dimostrano le vittorie in Coppa Italia alla guida del Torino (è sotto la sua direzione che muore in un tragico incidente Gigi Meroni nel ’67; per un altro tragico incidente, nell’80 morirà anche Paolo Barison) e del Bologna. Nella fase cruciale della sua carriera, arrivata forse troppo presto, mancò di sicurezza e di decisione, questo sì, e se non si fosse fatto confondere dalla gelosia verso Herrera e da amicizie poco raccomandabili, avrebbe sicuramente potuto raggiungere qualche traguardo di rilievo anche con la Nazionale. Qui fu sostituito dal suo vice Ferruccio Valcareggi, in coppia con Herrera, poi da solo dopo la rinuncia di H.H. Nel novembre del 1980 Fabbri sarà assunto dalla Pistoiese in serie A come direttore tecnico, dopo sei anni di lontananza dalla panchina (aveva allenato anche Cagliari, Bologna e Ternana, oltre che la Reggiana come consulente), passate a curare i suoi vigneti da cui, parola di Brera, ricavava un buonissimo Sangiovese. Intervistato in quel periodo ancora sulle vicende inglesi, dichiarerà a Tuttosport:
"Un mondo di ruffiani e di vigliacchi. Mi lasciarono solo come un cane e mi fecero tremendi sgambetti in tutti i sensi. No che non ho cambiato idea, non ero mica impazzito quando parlavo di congiure e di carognate. I nomi li so io e fa niente se non c’è stata una giustizia terrena. Ci penserà Nostro Signore, molta gente dovrà rendere conto a Lui, proprio così. Vigliacchi, ruffiani e carogne, ce ne furono tanti e così io mi devo tirare dietro per tutta la vita questa storia della Corea e per colpa di chi? Di gente che voleva far perdere la Nazionale e che, purtroppo, la fece perdere. Negli stessi giorni, al «Corriere della Sera» afferma: Corea, Corea è un nome facile da gridare. Forse se avessimo perso contro gli Stati Uniti (cosa che è capitata agli inglesi) sarebbe stata un’altra cosa. Nel senso che il coro Stati Uniti, Stati Uniti, non È certo facile da dirigere... Nessun incubo. Rifarei tutto, ma non accetterei la Nazionale a soli 41 anni come ho fatto, con una esperienza di appena un anno di Serie A e soprattutto senza conoscere la grande stampa e avere le spalle coperte."
Partirà bene con la Pistoiese di Lippi, Frustalupi, Rognoni e del fantasma Luís Silvio, ma non riuscirà ad evitare la retrocessione, e a beccare una squalifica di sei mesi per aver insultato un arbitro. Terminata la squalifica, diventerà consulente del Ravenna in C2, poi apprezzato opinionista per pubblicazioni sportive.
All’indomani dello scandalo, il presidente della FIGC, Pasquale, colto da improvviso zelo, come afferma Brera, inizia la sua battaglia per riformare tutto il calcio italiano. Pretende che né giocatori, né tecnici stranieri siano assunti dalle società italiane, cui un prestito del Coni consentirà di pagare i debiti pregressi. Le stesse società saranno trasformate in (Brera) anonime produttrici di pedate: lo status giuridico chiamerà automaticamente a responsabili i dirigenti, che si sono comportati con demenziale leggerezza. Al campionato maggiore prenderanno parte 16 e non più 18 squadre. La poltrona sarebbe salva, invece l’anno dopo lascia la carica. Gli succede Artemio Franchi, abile politico, ottimo conoscitore di lingue, strenuo viaggiatore, tutte doti che Pasquale non possedeva.
Il campionato del mondo, alla fine, lo vince proprio L’Inghilterra grazie anche ad arbitraggi chiaramente amici e alla compiacenza con cui proprio gli uomini in giacchetta nera assistono alle male fatte degli uomini di Ramsey, che picchiano e intimidiscono gli avversari con interventi da codici penale.
Per il giornalista Mario Gismondi, la differenza tra un giocatore italiano e uno inglese sta nel fatto che se il primo, per educazione calcistica e razziale, si limita a minacciare all’avversario di rompergli una gamba, il secondo non minaccia. Rompe.
La finale di Wembley, contro la Germania Ovest del giovanissimo Beckenbauer, finisce 4-2 dopo i supplementari, con il gol-non gol di Hurst sul 2-2, convalidato da l’arbitro Dienst (che per Brera viene "comprato" dagli inglesi con la semplice stima di affidargli una simile gara) e dal guardalinee sovietico Bakramov. La notizia più rilevante È che nessun tedesco viene rotto da Styles e Moore. Assicuriamo che, per i tedeschi, era già qualcosa.
IL TABELLINO
Stadio "Ayresome Park", Middlesbrough (Inghilterra)
Martedì 19 luglio 1966, ore 19:30 locali (20:30 italiane)
Girone eliminatorio, 3a giornata Gruppo 4
Corea del Nord - Italia 1-0
Corea del Nord (4-3-3): 1 Li Chan-myung - 5 Lim Zoong-sun, 3 Shin Yung-kyoo (C), 14 Ha Jung-won, 13 Oh Yoon-kyung - 8 Pak Seung-zin, 7 Pak Doo-ik, 6 Im Shung-hwi - 11 Han Bong-zin, 17 Kim Bong-hwan, 15 Yang Song-guk. Ct: Myung Rye-hyun.
Italia (4-3-1-2 a uomo): 1 Enrico Albertosi; 11 Spartaco Landini, 6 Giacinto Facchetti; 7 Romano Fogli, 8 Aristide Guarneri, 9 Francesco Janich; 17 Marino Perani, 4 Giacomo Bulgarelli (C), 14 Sandro Mazzola, 19 Gianni Rivera, 3 Paolo Barison. Ct. Edmondo Fabbri.
Arbitro: Pierre Schwinte (Francia).
Marcatore: 42' Pak Doo-ik
Spettatori: 20 mila circa (17.829 paganti).
Arbitro: Pierre Schwinte (Francia).
Marcatore: 42' Pak Doo-ik
Spettatori: 20 mila circa (17.829 paganti).

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