Mario Beccia, lo scalatore che vinceva le tappe al Giro d'Italia e i suoi ricordi legati alla Remac Fanini
Scritto da Valter Nieri
29 gennaio 2026
Pugliese soltanto di nascita, ma già da bambino mise le sue radici in Veneto, prima a Cornuda poi, dopo essersi unito in matrimonio nel 1980 a Rech Bertilla, a Crocetta del Montello dove risiede tutt'oggi da pensionato, all'età di 70 anni. Stiamo parlando di Mario Beccia, uno fra i migliori scalatori nei suoi undici anni di professionismo iniziato alla Sanson nel '77 fino alla Malvor nell'88.
Un altro campione che ha indossato i colori Fanini. Dalle foto in bianco e nero si intuisce che di anni ne sono passati tanti, ma per chi ha fatto abitudine ai capelli grigi non dimentica quei corridori che non solo hanno fatto epoca, ma hanno segnato con grandi imprese i momenti più fulgidi del ciclismo dopo l'èra-Merckx: quello di Bernard Hinault, di Francesco Moser, Beppe Saronni e poi via dicendo Giovanni Battaglin, Moreno Argentin, Joop Zoetemelk.
Beccia e Panizza erano fra quegli scalatori che dopo essere stati gregari, trovarono spazio per fare la loro corsa sui valichi alpini e sulle grandi salite del Giro d'Italia. Trovare spazio in un ciclismo che ha vissuto per anni sul dualismo Moser-Saronni non era facile e il Giro d'Italia era uno dei momenti più propizi per mettersi in luce quando la strada saliva, uno dei pochi che gli alfieri della Sanson e della Del Tongo concedevano.
A Lucca la passione per il ciclismo era crescente perché già allora, il professionismo esisteva grazie a Ivano Fanini, il patron che non demordeva, che non si arrendeva nemmeno nel periodo travagliato dal Covid-19, durante il quale anche le piccole cose per tutti diventavano difficili.
Tanti i campioni passati da lui e uno fra questi è stato proprio Mario Beccia nel 1987, il grande scalatore che ancora mancava alla sua tradizione centrata prevalentemente su velocisti e passisti, ma anche specialisti della pista e del ciclocross che hanno portato nella sua bacheca 12 titoli mondiali.
BECCIA IMPUNTO' I PEDALI A 18 ANNI E CON ENORMI SACRIFICI SI IMPOSE IN UN PERIODO TRAVAGLIATO DALLA CRISI ECONOMICA
Per un ragazzo non era facile negli anni '70 riuscire a coltivare la propria passione ciclistica, perché la crisi economica massacrò la classe media e Beccia apparteneva a una famiglia piuttosto povera nella quale i soldi servivano per tirare avanti, non certo per sacrificarsi nello sport. Si creò in quegli anni uno zoccolo duro della popolazione il cui reddito si collocava sotto la soglia della povertà. Lui si rimboccò le maniche trasformando una bicicletta deposta in cantina in un veicolo azionato dalla potenza muscolare, adagiandola con un kit da corsa e un sistema meccanico arrangiato dalle sue abilità.
"Una bicicletta - ricorda lo scalatore - riuscivo a smontarla e a rimontarla completamente. Era l'unico sistema che mi consentiva di pedalare. Spesi a quei tempi 50 mila lire, risparmiate con tanti sacrifici, facendola verniciare, togliendo il portapacchi e allestendola per fare qualche giro del comprensorio dove abitavo".
Come corridore non necessitava di grandi gesti tecnici per andare forte, perché l'alta frequenza del suo pedalare era resa naturale dal suo fisico minuto e agile. Si univa ai corridori del Montebelluna e coglieva i momenti ideali per provare le vie di montagna più famose. Nelle prealpi bellunesi in cima arrivava sempre da solo fra lo stupore di chi non lo conosceva per quella sua naturalezza in salita. Insisteva su percorsi impegnativi per le pendenze elevate ma la fatica veniva sempre ripagata dalla sua grande passione. Già da junior mostrava una buona tecnica e capacità nel gestire le proprie forze. Da lì a una buona carriera dilettantistica il passo fu breve.
NEL 1980 LA VITTORIA AL GIRO DI SVIZZERA STACCANDO JOOP ZOETEMELK
Passato professionista nel '77 con la Sanson, iniziò a fare il gregario a Francesco Moser. Ma per incompatibilità di carattere preferì cambiare squadra diventando leader della Mecap e successivamente della Honved Bottecchia. Con questi ultimi colori nel 1980 vinse il Giro di Svizzera staccando tutti nell'ottava tappa, la Mendrisio-Glarus. Fra i battuti il beniamino di casa Josef Fuchs e lo scalatore olandese Joop Zoetemelk. Un Beccia formidabile che arrivò in solitudine sul traguardo infliggendo al termine del Giro distacchi consistenti ai suoi avversari.
Fra i suoi principali successi in carriera quattro tappe al Giro d'Italia vincendo anche la maglia bianca nel '77 come miglior giovane; la Freccia Vallone dell'82 e il Giro dell'Appennino dell'84. Giunse anche sul podio della Sanremo nell'86 dietro il vincitore Sean Kelly e Greg Lemond. Ha indossato la maglia azzurra dal '77 all'84.
"In salita non temevo nessuno - dice l'ex scalatore - Rispettavo chi andava forte come gli spagnoli (Marino) Lejarreta, lo stakanovista dei grandi giri, e Alberto Fernandez Blanco, ma non mi sentivo loro inferiore".
La sua migliore edizione al Giro fu quella del 1983, quando giunse al quarto posto, sfiorando il podio per pochi secondi nell'edizione vinta da Saronni, ma ritagliandosi il suo momento di gloria vincendo la prestigiosa tappa a Selva di Val Gardena. In quell'edizione rosa nella classifica finale a precederlo furono soltanto Saronni, Visentini e Fernandez Blanco.
IL RIMPIANTO SULLO STELVIO NEL 1980
- Qual è stato il maggior rimpianto della sua carriera?
"Se devo dire quale amarezza ancor oggi mi porto dietro è la tappa sullo Stelvio del 1980, la terz'ultima di quel giro da Cles a Sondrio di 221 km. Ero in classifica, però prima di me c'era Miro Panizza, secondo che tallonava il grandissimo Bernard Hinault. Quando Hinault attaccò assieme al suo gregario Jean-René Bernaudeau (all'esordio nella corsa rosa), ero in grande forma. Mi sentivo di star bene e di potermi sganciare dal gruppo al loro inseguimento, ma non lo feci perché avrei svantaggiato Panizza e in quel giro gli italiani mi avrebbero giudicato male perché ancora speravano che Miro potesse vincere quel Giro. All'arrivo Hinault concesse la tappa al giovane Bernaudeau e Hinault vinse il Giro. Panizza fu secondo a oltre cinque minuti dal fuoriclasse bretone e io conclusi il Giro al sesto posto. Lei prima mi aveva chiesto quale scalatore temevo? A pensarci bene nessun specialista è stato forte quanto Hinault, uno dei più completi corridori di tutti i tempi".
NEL 1987 BECCIA PASSA CON SODDISFAZIONE ALLA REMAC FANINI
Il 1987 Beccia l'ha trascorso alla Remac Fanini, voluto fortemente dal patron della Remac, Mario Cioli, e sostenuto dall'ingegner Falconi allora titolare della Alan, uno degli sponsor tecnici. A presiedere la formazione c'era Ivano Fanini.
"Ho apprezzato di Fanini - dice l'ex professionista pugliese - lo stile comunicativo. Pieno di entusiasmo, da quarantacinque anni segue le vicende sportive del ciclismo scontrandosi con i più alti organi federali per difendere i propri princìpi, come ad esempio la lotta contro il doping, perché Fanini è una persona sincera e quello che ha da dire lo dice in faccia. Intorno a me c'era un clima di sfiducia quando mi fu prospettata l'ipotesi di passare a correre per lui, ma accettai e ne fui felice. Non era facile già allora riscuotere gli stipendi puntualmente come mi successe alla Remac Fanini. Volevo far bene alla Milano-Sanremo, dopo il podio dell'anno precedente , ma arrivai diciannovesimo e a vincere, quel giorno, fu lo svizzero Erich Maechler. In squadra con me c'era l'astro nascente del ciclismo: il danese Rolf Sørensen. Cercammo di aiutarci per il grande risultato ma lo stesso Sørensen non riuscì a infilarsi nella fuga giusta e terminò al decimo posto. Resta il fatto che i colori Fanini furono con noi due ben rappresentati alla classica monumento. Rolf Sørensen a fine stagione ebbe molte richieste da grandi squadre. Fanini, per consentirgli una carriera più luminosa lo svincolò consegnandolo alla Ariostea di Argentin, Furlan, Cassani e Baffi. Un gesto che dimostra l'umanità di Fanini mentre altri al suo posto avrebbero fatto valere il contratto per assicurarsi le prestazioni dell'allora ventiduenne danese che prometteva scintille per il futuro".
Mario Beccia con le sue vittorie e il suo talento ha fatto sognare per qualche anno i suoi tifosi sparsi un po' in giro per l'Italia. Fanini lo fece conoscere anche ai lucchesi che, verso la fine degli anni '80, ebbero l'occasione di ammirare volti noti della tv dalle telecronache di Adriano De Zan, protagonisti nelle fasi conclusive per giocarsi la vittoria, come G.B. Baronchelli e Pierino Gavazzi che facevano da chioccia ai numerosi giovani che sognavano di diventare campioni.
Fare attività ciclistica è sempre stato difficile figuriamoci nel periodo falcidiato dal Covid-19, che ha dato il colpo di grazia anche a quelle società improntate sulle categorie giovanili.
A Lucca è quasi impossibile dare vita a una squadra juniores, mentre Fanini continuava ad alimentare il professionismo con Amore & Vita, una squadra con licenza Continental nel suo ultimo periodo del Covid-19 che vinceva all'estero ma anche in Italia come fu dimostrato nella Challenge della Liguria di Tizza di quegli anni. Con onore riuscì anche a prestare corridori agli stage dell'allora CT Davide Cassani, come la convocazione di Manuel Senni, l'ultima di una lunga serie.
Ricordiamo con simpatia Mario Beccia e incoraggiamo Ivano Fanini a confermarsi quel talent-scout contradditorio e complesso, amato e anche odiato in tutta Italia, ma di sicuro tutte le sue squadre le ha create da solo, alimentate da una passione genuina. Tanti al suo posto avrebbero sfruttato l'immagine a livello commerciale per vendere più biciclette, lui invece di professione fa il commerciante di auto.
Mario Beccia rimarrà per sempre quello scalatore sbocciato per caso divertendosi. Un processo attivo e dinamico approfondito sui passi alpini del Giro d'Italia. Dopo aver appeso la bicicletta al chiodo, ha fatto il D.S. del Team Vorarlberg per un biennio e ora continua da pensionato assieme a quegli amici di Montebelluna conosciuti per caso in bicicletta a pedalare chilometri spensierati ammirando il paesaggio tra le curve e i tornanti delle dolomiti bellunesi.

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