Argentina, 24 marzo 1976 Il golpe (quasi) invisibile
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Da sinistra, in bianco e nero: Jorge Rafael Videla (Mercedes, Argentina, 1925 - Marcos Paz, Argentina, 2013), al centro, con gli altri ufficiali della giunta che prese il potere il 24 marzo 1976 (Ansa); militari a Buenos Aires dopo il golpe (foto di Eduardo Di Baia/Ap); Videla consegna al capitano Daniel Passarella la coppa del mondo vinta dalla nazionale argentina a Buenos Aires il 25 giugno 1978 (AFP).
CLAUDIO FAVA ha dedicato un libro ai fatti di mezzo secolo fa, vissuti di persona dal regista MARCO BECHIS che fu arrestato, torturato e sta completando un film su quella tragedia
«I militari simularono normalità. La forza di questi regimi si fonda anche sul silenzio e la neutralità di tanti».
«Dev’essere un campanello d’allarme:
non è un modello superato»
Conversazione tra MARCO BECHIS e CLAUDIO FAVA a cura di ALESSANDRA COPPOLA
8 Mar 2026 - Corriere della Sera / La Lettura
Un golpe del secolo scorso, ma attenzione ad archiviarlo tra le pagine chiuse. Il 24 marzo saranno 50 anni esatti da un’alba tiepida di inizio autunno australe in cui la giunta militare guidata da Jorge Rafael Videla prese il potere a Buenos Aires. E lo tenne stretto per sette anni di repressione e morte, lasciando in eredità alla democrazia — dopo la sconfitta nella guerra delle Falkland- Malvinas — un paesaggio di devastazione e 30 mila desaparecidos. Da allora, un passo alla volta, magistrati, politici d’opposizione, giornalisti, più di tutti le associazioni dei familiari delle vittime — Madri e Nonne di Plaza de Mayo — infine anche storici hanno fatto luce e contribuito a una parziale giustizia. Passiamo oltre?
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A colori: Paula Cohen in una scena di Ritorno a Buenos Aires e Adriano Giannini con Vijaja Bechis Boll sul set (foto di Maria Vernetti); qui sopra Adriano Giannini, a sinistra, con il regista (foto di Gabriela Felin).
Ritorno a Buenos Aires, di Marco Bechis con Adriano Giannini, è una coproduzione Italia e Brasile di Fandango, 39Films, Karta Film con Rai Cinema e 34 Films, con il contributo selettivo del Mic e con il contributo del Pr Fesr Piemonte 2021-2027, bando Piemonte Film Tv Fund, con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte.
Il film uscirà nei prossimi mesi
«La dittatura argentina non è un modello superato», avverte Marco Bechis. «Ha ancora qualcosa da insegnarci», ribadisce Claudio Fava. Tra cinema e letteratura, entrambi arrivano allora a questo anniversario con una nuova tessera da aggiungere al racconto.
Marco Bechis, 70 anni, regista e scrittore, ha già dato un contributo fondamentale alla ricostruzione dell’epoca con il dittico di film Garage Olimpo (1999, ispirato alla sua esperienza di sopravvissuto a un centro clandestino di tortura e sparizione) e Hijos (2001, attorno al dramma dei figli rubati ai desaparecidos e dati in affido a coppie vicine al regime); infine con l’autobiografia La solitudine del sovversivo (Guanda, 2021). Ora ha appena terminato di girare Ritorno a Buenos Aires, coprodotto da Fandango in collaborazione con Rai Cinema: un uomo scampato alla repressione ed emigrato altrove, interpretato da Adriano Giannini, riapproda decenni dopo in Argentina per testimoniare in un processo ai suoi aguzzini, costretto a fare i conti con l’ombra che l’accompagna.
Claudio Fava, 68 anni, giornalista, romanziere e sceneggiatore, che ha tenuto assieme il lavoro sulla mafia a quello dedicato all’America Latina (dalla scrittura del celebre film I cento passi sull’omicidio di Peppino Impastato fino al volume Mar del Plata per Add, 2013, basato sulla vera storia della squadra di rugby argentina sterminata durante la dittatura), arriva il 13 marzo con il nuovo libro Non ti fidare, edito da Fandango (portato anche a teatro con il titolo La firma): vicenda di Stella che a 35 anni scopre di non essere la figlia di un colonnello bensì di dissidenti uccisi dal regime di Videla.
«La Lettura» ha messo i due autori a confronto via Zoom, il primo da Roma il secondo da Catania, per ragionare sulle menzogne da smontare, come nel libro di Fava, e infine, citando le note di regia di Bechis, su «ciò che resta dopo la sopravvivenza».
- Cominciamo dalle vostre biografie: dove eravate il 24 marzo del 1976?
MARCO BECHIS — Io avevo vent’anni e mi trovavo a Buenos Aires, maestro elementare. Ricordo perfettamente quella giornata di grande tensione, ero con l’amico con cui dividevo una stanza, entrambi militanti politici. Avevamo sentito arrivare questo momento, se ne parlava, i giornali scrivevano di possibili cambiamenti. C’era un governo peronista molto corrotto e di estrema destra (della vedova di Perón, Isabelita, condizionata dall’anima nera López Rega, ndr), che copriva l’organizzazione paramilitare Triple A, attiva da diversi anni e che già aveva ammazzato centinaia di militanti. E poi c’era la guerriglia dei Montoneros e dell’Erp. Quindi il clima era pesante. La notizia arrivò attraverso la radio, con un comunicato che diceva in sostanza: «Da questo momento la giunta militare governa il Paese». Ma all’apparenza la vita in città continuò normale. Ricordo che nei giorni seguenti andai a vedere il film che aveva vinto al Festival di Cannes... Fu molto diverso dal golpe di Pinochet in Cile (dell’11 settembre 1973,
CLAUDIO FAVA — Io avevo 18 anni ed ero a Catania, quindi abbastanza periferico. Ma in Italia in generale non avevamo sentore di quello che stava accadendo in Argentina. Mentre sapevamo del colpo di Stato in Cile, che fu molto più pirotecnico, visibilmente violento. Credo che la giunta militare a Buenos Aires abbia tratto insegnamento da Santiago. E abbia simulato normalità (al punto di riuscire a celebrare un Mondiale di calcio, nel 1978, senza boicottaggi o proteste mondiali, ndr).
MARCO BECHIS — È proprio così: i militari argentini avevano imparato moltissimo dal Cile, che dopo il clamore internazionale era stato isolato. Quindi si erano organizzati in segretezza. Il posto dove sono stato rinchiuso io si chiamava Club Atlético. Quando vi sono ritornato, anni dopo, ho parlato con il barista di fronte, figlio del vecchio gestore del locale: il padre gli aveva raccontato che nel ’75, quindi un anno prima del golpe, venivano a mangiare da loro degli operai che lavoravano in nell’edificio della polizia alla costruzione di celle nascoste nei sotterranei. Dunque non c’era nulla di improvvisato. Ma noi ragazzi non ne avevamo idea. Anche quando la gente cominciò a scomparire, nessuno sapeva bene dove andava a finire. Nessuno sospettava che sarebbero tutti morti.
C’era una frase che si ripeteva per spiegarsi queste sparizioni: «Por algo será», qualcosa avranno fatto per meritarselo...
MARCO BECHIS — Se portavano via qualcuno si pensava che fosse un guerrigliero, quando invece bastava essere interessato alla politica per sparire. Nella pensione in cui vivevo con il mio amico, c’era un ragazzo che aveva affittato una cameretta senza finestre. Un giorno, dopo il golpe, andò dalla padrona di casa a dire che noi eravamo entrati nella sua stanza. Io l’affrontai: «Stai mentendo». E lui: «Non fate i furbi o vi faccio finire in un fossato». Quando andò via sbattendo la porta, la signora ci disse: «È della polizia politica». E ci spiava.
Nel mentre, in Sicilia, Claudio Fava stava fronteggiando un’altra minaccia, non meno grave; il padre, Pippo Fava, ucciso nel 1984 da Cosa Nostra per il suo lavoro giornalistico, in particolare per le inchieste sul boss Nitto Santapaola (morto lo scorso 2 marzo). Come si legano i due mondi?
CLAUDIO FAVA — A me l’America Latina ha salvato la vita. Dopo la morte di mio padre, portammo avanti il suo giornale, «I Siciliani», un’impresa improba. Eravamo poco più che ragazzi, in un contesto in cui non c’erano soltanto i mafiosi, ma soprattutto gli amici dei mafiosi, magistrati, colleghi giornalisti, poliziotti, imprenditori, politici, tutti corrotti; e alla fine fummo costretti a chiudere. Io mi resi conto che avevo bisogno di guardare tutto quello che era accaduto con una certa distanza, anche fisica. Partii come freelance per l’America Latina: le tragedie immani che attraversavano quel continente, le grandi passioni politiche e i grandi sentimenti collettivi mi avrebbero permesso di tornare a essere semplicemente un giornalista, lontano dalla mia storia, senza i galloni del reduce cuciti addosso.
Tra violenze così distanti, ha trovato un filo.
CLAUDIO FAVA — Il terrorismo di Stato in Argentina e in Cile, negli strumenti, nel vocabolario che usavano e anche nella capacità di mimetizzarsi, non erano molto diversi da quello che accadeva in Sicilia con i capimafia. Lì il nunzio apostolico andava a giocare a tennis con membri della giunta militare, qui Nitto Santapaola frequentava i migliori salotti ed era considerato un ospite prezioso, perché stare accanto a lui era un segno di forza sociale. Ma è la stessa dimensione del male che riesce ad apparire quasi inoffensivo, persino capace di una propria perversa mondanità.
- Gli anni Ottanta segnano il passaggio dell’Argentina a una precaria democrazia e poi via via a un lento percorso di giustizia. Ma come si può sopravvivere a tanta violenza?
MARCO BECHIS — Io credo che nella nostra generazione siamo tutti sopravvissuti. Claudio è un sopravvissuto quanto me, quindi non c’è un’etichetta speciale che mi appartiene perché sono stato dieci giorni in un campo di concentramento argentino, bendato e torturato. Nel film che sto montando, ho voluto affrontare questo tema da un altro punto di vista: mi interessa la figura del sopravvissuto oggi, indipendentemente dalle vicende argentine di mezzo secolo fa. Io mi sento vicino altri sopravvissuti: palestinesi, per esempio, o qualunque migrante che arriva in Italia, perché so che hanno vissuto esperienze simili alle mie.
Per la sola condizione di non essere morto, il sopravvissuto convive con il senso di colpa. Nel caso dei superstiti argentini, si aggiunge spesso il peso di aver parlato sotto tortura e di aver potuto causare la morte di altri.
MARCO BECHIS — Dare dei nomi sotto tortura era l’unico modo per far interrompere il dolore, lancinante, provocato da uno strumento elettrico costruito dai francesi durante la guerra d’Algeria, la gégène, rinominato dagli argentini picana. Apparecchio efficacissimo, perché rende intollerabile il dolore. Io ho avuto la fortuna in quei dieci giorni di non denunciare nessuno solo perché non avevo informazioni, non ero in collegamento con la struttura militare. E poi perché sono stato liberato per intervento di mio padre. Ma non mi sento di additare nessuno, mai, che ha dovuto passare da lì. Addito i militari, che non hanno mai parlato, non hanno mai collaborato, non si sono mai pentiti.
Nel libro di Fava, il padre della protagonista corrisponde a questo modello di golpista omertoso: convinto della bontà del proprio operato perché «eravamo in guerra».
CLAUDIO FAVA — Ho avuto un modello per questo personaggio: Alfredo Astiz durante il processo a suo carico per crimini contro l’umanità (ex capitano di fregata condannato all’ergastolo anche a Roma per la sparizione di tre argentini con cittadinanza italiana, ndr). Uno dei peggiori, anche perché si porta addosso le stimmate del traditore: andava a baciare all’uscita dalle riunioni in chiesa le madri di Plaza de Mayo per segnalarle e farle catturare. Ecco, lui rivendicava: «Abbiamo fatto quello che andava fatto». I militari parlavano di un processo di riorganizzazione nazionale, e in questo senso l’Argentina è stata anche un laboratorio politico, un test.
A partire dal 1998, si sono aperti a Buenos Aires anche i processi sul «robo de los niños»: neonati sottratti alle donne che partorivano nei centri clandestini di tortura e adottati da famiglie complici. Su 500 bambini, grazie alle Nonne di Plaza de Mayo, oggi ne sono stati ritrovati 140. Ma non è semplice ritrovarsi con una nuova identità.
CLAUDIO FAVA — Mi capitò anni fa di leggere la storia di una ragazza che aveva appreso di essere figlia di una militante uccisa dal regime. Aveva vissuto in una bugia, ma alla fine aveva deciso di stare dalla parte dei finti genitori. Una contraddizione antica tra le ragioni della norma e quelle dell’affettività. In questo caso la ragazza dice: «I miei sentimenti sono per questi genitori, non per quelli che non conosco e sono soltanto due fototessera che adesso mi mostrate». È una vicenda che mi ha sorpreso, ma mi ha anche molto interessato. Che cosa si spezza dentro la mente, nel cuore di chi si trova a vivere questa contraddizione? Ma c’è anche un’altra cosa che mi appassionava, e cioè — lo accennavo prima — il modo in cui il male riesce a mimetizzarsi, a nascondersi, a celarsi; a offrire di sé l’aspetto apparentemente più normale, più domestico. Una grande risorsa che il male ha sempre avuto. Non presentarsi nella sua epicità, nel suo momento più drammatico e drammaturgico, non recitare sé stesso. Noi siamo abituati al male che ci ha proposto quel genio di William Shakespeare, Macbeth, Riccardo III. E invece il male che noi abbiamo conosciuto è il nostro vicino commensale, spesso garbato nelle forme, nelle maniere. Torno in questo all’opacità, alla vischiosità che spesso le mafie dei nostri giorni hanno proposto.
- Il protagonista di «Hijos» sceglie invece la sua vera famiglia. E il film si chiude con un «escrache»: la denuncia pubblica di torturatori e assassini. Quanto è importante conoscere e dire la verità sulla dittatura?
MARCO BECHIS — Ai tempi del film, nel 2001, c’erano due scuole di pensiero quando venivano fuori i casi dei figli di scomparsi. Una linea propendeva per il lasciarli stare, perché tutto sommato avevano degli affetti: perché rovinargli la vita? La tesi che ho sposato io è che un evento così violento — un militare che ruba un neonato — condiziona il rapporto con quel bambino poi adulto. È una violenza perpetrata e ripetuta. Avevo fatto molte interviste con nipoti recuperati dalle Nonne di Plaza de Mayo e la costante era che questi ragazzi avevano vissuto in un certo disagio. L’idea del film partiva dal fatto che non ci poteva essere armonia in una famiglia nata con un crimine. Non tanto per un problema ideologico, ma perché affetti di quel tipo erano inevitabilmente falsi. Motivo per cui sono fermamente convinto che la ricerca dell’identità di questi ragazzi sia fondamentale.
- Che importanza ha oggi, a cinquant’anni di distanza, ricordare il golpe argentino?
CLAUDIO FAVA — Quell’esperienza ci insegna che la forza di questi regimi si fonda anche sul silenzio di tanti, sulla neutralità di tanti. Questo riguarda tutte le forme di potere che cercano un assetto istituzionale, dai narcotrafficanti di Medellín ai corleonesi: la loro forza è anche legata al fatto che c’è una parte di comunità civile, economica, sociale che sceglie la via della neutralità, spesso anche per interesse, non soltanto per paura. Nel caso del golpe del 1976, la neutralità non ha riguardato solo l’Argentina, ma la comunità mondiale.
MARCO BECHIS — Questa data va ricordata come qualcosa di allarmante oggi perché quello che è successo in Argentina e Sud America, come diceva Claudio, è stato un laboratorio e io temo che le democrazie occidentali scompariranno come noi le conosciamo e somiglieranno sempre più ad autocrazie. Quello che è successo allora deve essere un campanello d’allarme, perché non è un modello superato.
Potremmo dire che lo stampo non è stato buttato via...
MARCO BECHIS — Non l’hanno buttato, anzi lo stanno ridipingendo.
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Non ti fidare
FANDANGO LIBRI
Pagine 132, e 13
In libreria dal 13 marzo
Lo scrittore
CLAUDIO FAVA (Catania, 1957; qui sopra), giornalista, scrive per cinema (I cento passi, nel 2001 David di Donatello per la sceneggiatura), tv (fra le altre, la serie Il capo dei capi) e teatro. Tra i suoi libri: per Baldini & Castoldi Nel nome del padre (1996) e Il mio nome è Caino (1997); Teresa (Feltrinelli, 2011); per Add Mar del Plata (2013) e Il giuramento (2019). Fava partecipa a Libri Come a Roma il 21 marzo alle 21 con Ninni Bruschetta e Florinda Fiamma
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Il regista
MARCO BECHIS (Santiago del Cile, 1955; qui sotto, foto di di Gabriela Felin), di madre cilena e padre italiano, nel 1977 è stato arrestato e torturato in Argentina e poi espulso dal Paese. È regista e produttore. Tra i suoi film: Alambrado (1991); Garage Olimpo (1999); Figli/Hijos (2001); La terra degli uomini rossi. Birdwatchers (2008)
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La web serie
Nel 2013 Bechis ha diretto la web serie online su Corriere.it Il rumore della memoria. Il viaggio di Vera dalla Shoah ai desaparecidos: nata da un’idea dell’allora direttore Ferruccio de Bortoli, fu scritta da Bechis con Caterina Giargia e i giornalisti Antonio Ferrari e Alessia Rastelli, poi divenne un film (2015).
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VOCI DAL MONDO
di Sara Banfi
L’Eternauta cerca i desaparecidos
A 50 anni dal golpe militare (l’anniversario cadrà il 24 marzo), una serie Netflix (2025) tratta dal classico fumetto argentino El Eternauta ha riacceso l’attenzione sulle ricerche dei desaparecidos. Il successo della produzione ha ridato slancio alle iniziative delle Abuelas de Plaza de Mayo, con un forte aumento delle richieste d’identità e nuove piste nella ricerca di bambini sottratti alle loro famiglie durante la dittatura.

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