Editorial - Cruyffismo o barbarie


Revista Líbero
Número 56
Primavera 26

Primero fue ídolo, luego líder deportivo, después icono y mito antes de convertirse en profeta y una década después de su desaparición física, hablamos del creador de una filosofía de vida que se parece mucho a una religión, el cruyffismo. Pocas veces un deportista cambia para siempre la mentalidad de un club a su paso. Por muy exitoso que sea. Si además esa entidad tiene la vocación de ser más que un club, no solo cambia la mentalidad de los aficionados sino que su manera de ver la vida se extiende a la sociedad. Lo que hizo Johan Cruyff en Barcelona es incomparable. Hace varias generaciones que la mentalidad victimista del culé es un recuerdo muy lejano, parte de una memoria histórica cuya genética pervive en el barcelonismo pero que ningún aficionado menor de 40 años siente como propia.

Johan Cruyff llegó a España en 1973, ganó una liga para el Barça después de 14 años y lideró en verano a La Naranja Mecánica en la famosa final del Mundial de Alemania que en lugar de ser recordada por los anfitriones campeones consagró a los perdedores: "Me afectó muy poco, prácticamente nada. Creo que es a causa de la enorme carga positiva que nos rodeaba, de la admiración universal por nuestro juego", escribió en su biografía. Fue la cima de su carrera como jugador que después solo descendió. Pero ninguno de los grandes jugadores de la historia alcanzó la trascendencia que Cruyff logró aplicando su conocimiento de jugador estelar al futuro del fútbol mundial. Lo resume uno de sus célebres admiradores, el madridista Emilio Butragueño, en esta edición: "Sin él, nada sería igual". Johan volvió a Barcelona y revolucionó al club como entrenador consiguiendo la primera Copa de Europa en 1992 y algo mucho más trascendente, implantando un libro de estilo para el futuro.

El filósofo Gilles Lipovetsky describió la sociedad actual como la era del hiperconsumo. Estamos caracterizados por la búsqueda instantánea de la felicidad a través de la compra compulsiva y constante de nuevos productos para alcanzar una supuesta felicidad individualista. El sistema exige que consumamos cada vez más. La traducción de ese estilo de vida en el fútbol es la estrategia por la victoria a toda costa, la inflación constante de múltiples y millonarios fichajes para renovar la ilusión de unos aficionados tratados como clientes programados en el dualismo de la victoria o el fracaso. Cruyff hablaba de un triángulo que comenzaba con el juego ofensivo, para dar espectáculo y llenar el estadio. Esa sencilla ecuación para ofrecer emociones sigue siendo la estrategia que ha sostenido al Barça ante un colapso financiero motivado por el terror a la derrota. Sin dinero, el cruyffismo, la cantera y la identidad han salvado al Barça.

En definitiva, cruyffismo o barbarie. Johan Cruyff murió el 26 de marzo de 2016 dejando un legado transversal y universal porque sus sencillas y directas ideas sirven para cualquier club o ser humano. Mejor morir con tus ideas que con las de otro.

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Editoriale

Cruyffismo o barbarie

Revista Líbero
Numero 56
Primavera 26

Prima è stato un idolo, poi un leader sportivo, in seguito un’icona e un mito, per poi diventare un profeta; a dieci anni dalla sua scomparsa, parliamo del creatore di una filosofia di vita che assomiglia molto a una religione: il cruyffismo. Raramente uno sportivo cambia per sempre, al suo passaggio, la mentalità di un club. Per quanto di successo possa essere stato. Se inoltre quell'entità ha la vocazione di essere più che un club, non solo cambia la mentalità dei tifosi, ma il suo modo di vedere la vita si estende alla società. Ciò che Johan Cruijff ha fatto a Barcellona è incomparabile. Da diverse generazioni ormai la mentalità vittimistica del tifoso del Barça è un ricordo molto lontano, parte di una memoria storica il cui DNA sopravvive nel barcelonismo, ma che nessun tifoso sotto i 40 anni sente come propria.

Johan Cruijff arrivò in Spagna nel 1973, con il Barça vinse il campionato che il club attendeva da 14 anni e in estate guidò l’Arancia Meccanica nella famosa finale dei Mondiali in Germania Ovest che, invece di essere ricordata per i padroni di casa campioni, consacrò gli sconfitti: «Mi ha toccato pochissimo, praticamente per nulla. Credo sia dovuto all'enorme carica positiva che ci circondava, all'ammirazione universale per il nostro gioco», ha scritto nella sua autobiografia. Fu l'apice della sua carriera da calciatore, che in seguito conobbe solo declino. Ma nessuno dei grandi giocatori della storia ha raggiunto l'importanza che Cruijff ha ottenuto applicando la sua esperienza di fuoriclasse al futuro del calcio mondiale. Lo riassume uno dei suoi celebri ammiratori, il madridista Emilio Butragueño, in questo numero: «Senza di lui, nulla sarebbe stato più lo stesso». Johan tornò a Barcellona e rivoluzionò il club come allenatore, conquistando la prima Coppa dei Campioni nel 1992 e, cosa ben più significativa, introducendo un nuovo stile di gioco per il futuro.


Il filosofo Gilles Lipovetsky ha descritto la società odierna come l’èra dell’iperconsumo. Siamo caratterizzati dalla ricerca immediata della felicità attraverso l’acquisto compulsivo e continuo di nuovi prodotti per raggiungere un presunto appagamento individualista. Il sistema ci impone di consumare sempre di più. La traduzione di questo stile di vita nel calcio è la strategia della vittoria a tutti i costi, la costante inflazione di acquisti multipli e milionari per rinnovare il sogno di tifosi trattati come clienti, programmati nel dualismo fra vittoria o fallimento. Cruijff parlava di un triangolo che partiva dal gioco offensivo, per offrire spettacolo e riempire lo stadio. Quell'equazione semplice per offrire emozioni rimane la strategia che ha sostenuto il Barça di fronte a un collasso finanziario motivato dal terrore della sconfitta. Senza soldi, sono stati il cruyffismo, il vivaio e l'identità a salvare il Barça.

In definitiva, cruyffismo o barbarie. Johan Cruyff è morto il 26 marzo 2016, lasciando un'eredità trasversale e universale perché le sue idee semplici e dirette valgono per qualsiasi club o essere umano. Meglio morire con le proprie idee che con quelle di altri.

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