Eduardo Galeano, un mondo nel pallone
Il Manifesto - Mercoledì 29 aprile 2026
Pagina 12
Disse una volta di avere scritto la sua bibbia calcistica allo scopo di convertire i pagani, invitando i fanatici del leggere a superare la paura del calcio e i fanatici del calcio a superare la paura dei libri. Lo scrittore è Eduardo Galeano (Montevideo 1940-2015) mentre il libro in questione è Splendori e miserie del gioco del calcio (Sur, pp. 409, euro 20) un’opera del ’95 che ora torna nella edizione integrata nel ’14 e per la nuova smagliante versione di uno scrittore, Fabrizio Gabrielli, peraltro arricchita da testi inediti ed entrambi consonanti di Federico Buffa e Darwin Pastorin. Viene mantenuto il titolo della balzachiana Comédie humaine che fu scelto, ed evidentemente accettato dall’autore, per la prima versione italiana del ’97 ma è probabile che l’originale, El futbol a sol y sombra, meglio alludesse al contenuto con il suo violento taglio caravaggesco.
NON PENSINO I LETTORI delle opere che hanno reso celebre Galeano (da quelle di impegno storiografico e militante, Le vene aperte dell’America latina e Memoria del fuoco, ’89, a quelle più recenti di taglio narrativo come Il libro degli abbracci, ’92 o La palabras andantes del ’96) che il libro sul calcio sia un’eccezione ovvero un momento di etimologica ricreazione da parte di un appassionato o, anzi, di un tifoso acerrimo dei bianco-rosso-azzurri del Nacional di Montevideo, talmente patito di calcio da annoverare fra i momenti apicali della propria esistenza il 10 luglio del 1950 quando, ragazzo di appena dieci anni, visse via radio il trionfo dell’Uruguay di Schiaffino, Varela e Alcides Ghiggia sul favoritissimo Brasile di Ademir e Zizinho nella finale giocata al Maracanã di Rio de Janeiro (dicono 200mila spettatori presenti) passata alla storia col nome di Maracanazo, per i brasiliani equivalente a una disfatta senza precedenti.
LA VITTORIA DI DAVIDE nella sua povera maglietta celeste contro il colosso Golia convinto di poterlo annientare sembra già, nel suo imprevisto paradosso, presagire un racconto di Galeano o favorire il punto di vista da cui lo scrittore non vorrà mai derogare. Quello di chi guarda le cose sempre da Sud, cioè appostato da sotto e dal margine dove lo colloca in un regime di sfruttamento che è naturaliter coloniale il Nord capitalistico e imperialista. Si potrebbe dire che la postura da cui Galeano guarda alle cose del mondo è la stessa dell’agnello cui si rivolge, soprastante nella sua iattanza, il lupo della favola di Esopo e non è un caso infatti che la favola breve, l’aforisma pungente e l’apologo siano gli strumenti espressivi prediletti da Galeano. Quanto a ciò, Splendori e miserie del gioco del calcio non fa eccezione, ordinato per brevi capitoli e scandito secondo una cronologia che arriva al presente muovendo dall’età pionieristica e dal primo Mondiale che nel ’30 fu giocato proprio in Uruguay e vinto dalla squadra di casa. Va detto subito che Galeano si distingue dagli altri scrittori sudamericani di calcio: non dispone della corda elegiaca e teneramente inventiva di Osvaldo Soriano, cui pure nel libro rende omaggio, né gli interessa l’approccio strettamente documentario dell’altro argentino, Osvaldo Bayer, e nemmeno una analisi storico-antropologica alla maniera del brasiliano Alex Bellos perché tutto il sale del discorso sta ogni volta nella verità spiazzante delle microstorie e aneddoti calcistici che utilizza da materia prima. I lettori dell’altro suo libro calcistico (l’antologia dal titolo Chiuso per calcio, proposta da Sur nel ’23 ancora per la versione di Fabrizio Gabrielli) già sanno che Galeano non è un nostalgico del «bel gioco» e di un passato mitologico che infatti non sono mai esistiti ma viceversa egli è un critico nella cui micidiale chiarezza si legge il decorso di uno sport che non è più uno sport, e tanto meno un gioco, ma uno spettacolo a dominante mediatica il cui format è oramai, e alla lettera, ubiquitario e planetario.
IN ALTRI TERMINI, Galeano registra la progressiva trasformazione del ludus in merce immateriale, la mutazione di quanto era nato insieme al tango nelle milonghe della Boca e di Montevideo per snaturarsi in un bene di consumo. O, se è lecito usare un lessico antico, per tradurre un valore d’uso tra gli sfruttati in un valore di scambio e dunque di sfruttamento dei medesimi. Detto questo, va aggiunto che mai si finirebbe di citare gli aneddoti e le definizioni (veri e propri aforismi critici) degli emblemi che costellano la storia del calcio, e per stare solamente al alcuni: di Alfredo Di Stéfano, che taluni ritengono il più completo se non il più grande calciatore di sempre, viene detto che «l’intero campo da gioco entrava nelle sue scarpette», del brasiliano Didi, classico e persino ieratico nelle sue giocate, che «sembrava un idolo africano piantato in mezzo al campo» mentre del leggendario attaccante portoghese Eusébio, nero del Mozambico, Galeano detta questa ellittica biografia: «Nacque con il destino segnato: lustrare scarpe, vendere noccioline, oppure borseggiare la gente distratta. Da ragazzo lo chiamavano Ninguém: nessuno. (...) Arrivò ai campi da calcio correndo come solo chi sta scappando dalla polizia e dalla miseria che ti azzanna i talloni. E così, sparato come un proiettile zigzagante, si laureò campione d’Europa a vent’anni». Lo scrittore, pur riconoscendone il valore tecnico, non apprezza soltanto i fuoriclasse ma anche e soprattutto figure dotate di uno speciale carisma etico-politico, come Obdulio Varela (già oggetto di un celeberrimo racconto di Soriano), il capitano dell’Uruguay che sconfisse nel ’50 il Brasile e la sera stessa del trionfo, malinconico e smagato come solo può esserlo un personaggio di Juan Carlos Onetti (il patriarca dei romanzieri uruguaiani), se ne andò in incognito per le taverne di Rio dove tutti i brasiliani piangevano e pensavano al suicidio.
Un posto speciale è comunque riservato al campione eponimo del secolo, Diego Armando Maradona, colui che davvero ne ha rappresentato tutto lo splendore artistico e le umanissime miserie. La parabola di Maradona viene colta dal principio della sua fine di atleta, quando ai Mondiali americani del ’94, finalmente sciolto dal laccio della cocaina, è però trovato positivo al doping per efedrina: «Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto» è quasi un endecasillabo perfetto ed è l’incipit del ritratto che ne dà Galeano. Anche in questo caso la postura non è quella di chi rimpiange un immenso campione quanto di chi riconosce in lui l’esempio di una biodiversità da tutelare.
UNA BIODIVERSITÀ che il calcio formattato di oggi tende a ritenere un improvvida anomalia, un problema, un inciampo da annientare con tutto quanto non rientri nella omogeneità della forma-merce. È la cecità, scrive Pastorin, «di chi non ha mai conosciuto il calcio di periferia» ed è un pessimo segno visto che lo storico Arnold Toynbee (opportunamente richiamato da Galeano) amava ricordare come l’uniformità sia la caratteristica principale delle civiltà in decadenza.

Commenti
Posta un commento