LEONARDO NON PUÒ ANDARE IN GUERRA


FOTO ANSA
A misura d’uomo Leonardo da Vinci morì il 2 maggio del 1519

ERRORI DI MAQUILLAGE 
Una azienda che costruisce armi non deve chiamarsi come il genio di Vinci. 
Così come Michelangelo, autore della cupola di San Pietro, non dovrebbe essere un sistema antimissile

1 May 2026 - Il Fatto Quotidiano
» LUCA JOSI
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Quando tutto si complica, sarebbe saggio cominciare a mettere ordine partendo dalle cose più semplici, evidenti, quelle che, proprio perché simboliche, orientano il modo in cui pensiamo e agiamo. Rullano i tamburi della forza, e la propaganda – sorella siamese dei conflitti che precede, accompagna e giustifica – torna ad affacciarsi. La guerra, prima fredda, poi tiepida, oggi brucia e si diffonde.

Noi l’avevamo rimossa dall’orizzonte della storia e ostracizzata nella nostra Costituzione.

Come si può dare vita ad alcune azioni semplici ma efficaci, capaci di disinnescare almeno in parte la militarizzazione del lessico e l’isteria che la alimenta? Chiamando ogni cosa con il proprio nome. Leonardo, per esempio, ci ha sempre rappresentato come ambasciatore del genio italiano; gli abbiamo dedicato scuole, aeroporti, transatlantici e premi al Made in Italy (uno dei quali celebrato, annualmente, nelle sale del Quirinale); è per noi, insomma, quello che nel mondo si definisce uno strumento strategico e potentissimo di soft power.

Dieci anni fa, nel 2016, maturò la decisione del più grande gruppo industriale nell’ambito della difesa, Finmeccanica, partecipata pubblica (quindi da tutti noi), di mutare il suo nome in Leonardo per un’operazione di maquillage comunicativo. Si voleva segnare una nuova epoca o rimuovere e nasconderne una precedente. Ma non ogni nome custodito dalla storia italiana può essere considerato disponibile, né fungibile per qualunque scopo.

Il Leonardo sedimentato nell’immaginario mondiale non è il progettista di armi, ma l’autore della Gioconda, dell’ultima Cena, il simbolo dell’umanesimo scientifico italiano. Usare quel nome per un colosso della difesa produce una torsione semantica. Non illegittima in senso giuridico, ma culturalmente discutibile. Perché un Paese può benissimo avere un’industria della difesa; ma dovrebbe chiedersi se sia intelligente farle indossare il nome più alto, più riconoscibile, più museale e più universalmente pacifico della propria civiltà.

Nell’ultimo lustro, alcune petizioni hanno provato a stigmatizzare l’incongruità di questo illogico cambio di denominazione, purtroppo senza molto successo.

Far migrare un nome che è promessa di arte, bellezza, scienza e conoscenza fino a farlo diventare insegna di armi, bombe, siluri e carri armati non appare un’operazione avveduta.

Non credo che stimoli o migliori le vendite (oggi un missile si vende anche se lo chiami Pasquale...); certamente depaupera un patrimonio collettivo inquinandone vocazione e carisma.

Perché il nome di quel Gruppo, oggi, forse, andrebbe cambiato? Perché se i nomi definiscono le cose, il Segretario alla Difesa statunitense, Peter Hegseth, che fa guerra al mondo, rimuove coerentemente il termine difesa dal suo dicastero per ritornare a quello arcaico di Dipartimento della Guerra, come prima del 1947 (e così era anche da noi); se altri scelgono di chiamare la guerra con il suo nome, noi dovremmo almeno evitare di chiamarla con il nome di Leonardo.

Il grimaldello storico usato per giustificare quell’associazione fu la celebre lettera con cui Leonardo si presentò a Ludovico il Moro, nella quale, tra le varie arti, venivano menzionate anche competenze militari. Ma quella lettura resta una forzatura: nel Codice Leicester, intorno al 1505-1506, Leonardo scrive – f. 15A-22v circa – di non voler divulgare certi sistemi per restare sott’acqua “per le male nature delli omini, li quali userebbono li assassinamenti” proprio perché temeva che le sue invenzioni potessero essere convertite in strumenti di morte diffidando della capacità degli uomini di farne buon uso; Leonardo ci ha consegnato l’icona dell’uomo vitruviano, in cui il corpo umano è posto al centro dello studio, della misura e dell’armonia. È difficile associare senza attrito quel Leonardo all’idea di concorrere all’annichilimento dell’uomo.

Lo stesso cortocircuito simbolico riappare con Michelangelo Dome, il sistema di difesa integrata presentato da Leonardo che rischia di sovrapporre impropriamente l’immagine del più potente simbolo architettonico della cristianità: la Cupola di San Pietro. A sua volta, il Buonarroti, altro genio fiorentino, viene qui arruolato, ancora più superficialmente, in un immaginario militare che non gli appartiene come destino simbolico prevalente; per questo l’utilizzo di un’architettura iconica che per il credente allude alla visione di Dio sull’umanità e alla sua protezione si muove tra usurpazione e blasfemia. Se errare è umano, perseverare, soprattutto in questo caso, suona diabolico.

Infine, si obietterà che il cambio della denominazione potrebbe rivelarsi un’operazione costosa o comunque uno spreco. Sarebbero briciole rispetto agli utili sconfinati che questo settore sta dragando in tempi bui. Domani, sabato 2 maggio, sarà il giorno in cui Leonardo smise di vivere. Potrebbe essere la data giusta per far partire una campagna che chieda di spegnere e rimuovere quel nome da quell’associazione impropria, liberarlo e riconsegnarlo al patrimonio comune della cultura come portavoce di arte e di scienza.

Tutto questo non rappresenterà un indebolimento della sicurezza del nostro Paese. Anzi.

Scrivo queste riflessioni come persona che ha adempiuto agli obblighi militari del suo Paese, che non si definisce un pacifista assoluto e crede in una difesa comune che scongiuri per l’Europa un declino che la conduca dall’irrilevanza alla sudditanza.

Ma “le parole – e i simboli che le incarnano – sono importanti”.

P.S. Se si volesse evitare l’abuso di fama e rientrare in un perimetro di congruità logica, la Storia non sarebbe avara di nomi legati alla difesa di qualcosa: Bragadin – a Marcantonio ho dedicato, con Allegra Scattaglia, Venetians, e proprio la frase di Leonardo contro l’uso improprio delle sue invenzioni è uno dei nuclei del romanzo – oppure Colleoni o l’abusato Garibaldi.

Un'unica riflessione in merito a quest’ultimo e all’eterogenesi di senso che nella memoria pubblica si è cristallizzata sulla sua reputazione: dopo una vita avventurosa e armata in difesa delle libertà si ritrovò a inveire: “Che bombe, che corazze? Vanghe e macchine da falciare ci vogliono! E i milioni sprecati in apparati di distruzione vengano impiegati ad accrescere le industrie e a diminuire le miserie umane!”.

Eisenhower, 80 anni dopo, riprenderà lo stesso pensiero: “Ogni cannone fabbricato, ogni nave da guerra varata, ogni razzo lanciato significa, in fin dei conti, un furto ai danni di chi ha fame e non viene nutrito, di chi ha freddo e non viene vestito”.

Quindi: se chi ha frequentato le macellerie per tutta la sua esistenza diventa vegetariano, una domanda facciamocela.

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