QUATTRO RUOTE SGONFIE - Volkswagen lacrime e sangue, via 50mila lavoratori in 5 anni


Il fallimento manageriale dell’azienda tedesca (vedi il caso Porsche) scaricato sui dipendenti

SEBASTIANO CANETTA
Il Manifesto - Mercoledì 11 marzo 2026
Pagina 12

Cinquantamila lavoratori da licenziare nei prossimi cinque anni. Significa 1 su 6 del totale dei dipendenti impiegati negli stabilimenti del Gruppo in Germania. È peggio di una decimazione.

DUE GIORNI DOPO le elezioni nel Land simbolo dell'automotive, nella relazione annuale riservata agli azionisti, l'amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, mette nero su bianco il maxi-piano di tagli che non ha precedenti nella storia del paese. A causa del devastante impatto dei dazi Usa sui diversi marchi dell'«Auto del Popolo» (Volkswagen, Audi, Porsche, Seat, Skoda, Seat, Lamborghini, Bentley, Ducati, Scania e Man), ma anche per colpa del crollo del 53% degli utili finanziari e della massiccia contrazione del mercato cinese , il top-manager di Vw sceglie di aprire la valvola di scarico dei lavoratori per poter tornare a macinare profitti. «Gli attuali costi, alla lunga, non sono sostenibili» scrive Blume nella relazione agli investitori per giustificare la sua misura.

SUL PIEDE DI GUERRA il sindacato dei metalmeccanici. Pronto, per cominciare, a ricordare al ceo di Vw come i tagli a valanga violino i patti che al contrario prevedono zero licenziamenti fino alla fine del 2030, come precisa Thorsten Gröger, capo-negoziatore della Ig-Metall dentro Volkswagen: «Questo enorme taglio del personale non era previsto nell'accordo. Si tratta unicamente di una strategia aziendale. Nell'intesa firmata con il management abbiamo stabilito che l'occupazione nelle fabbriche si può ridurre solo attraverso misure socialmente responsabili, come i piani di graduale pensionamento e i programmi di uscita volontaria».

Invece il ceo di Vw ha deciso di puntare tutto sulla politica industriale business oriented cucita su misura degli azionisti a cui ieri Blume ha promesso di riportare il Gruppo a utili nell'ordine di 6 miliardi di euro entro il prossimo lustro. Basando la ripresa sul taglio-record dell'occupazione fra gli attuali 295 mila dipendenti di Vw nel paese, come pure era già evidente lo scorso novembre quando la dirigenza Volkswagen aveva annunciato 35.000 licenziamenti e la chiusura di almeno tre fabbriche in Germania entro il 2035. Non sono passati neanche sei mesi: i manager di Wolfsburg hanno aggiunto sul conto altre 15 mila persone anticipando il taglio di cinque anni. Nonostante risulti chiara la loro responsabilità diretta per la condizione in cui si trova la più importante impresa della Germania. Al di là della crisi che investe il settore dell'automotive a livello mondiale, il fiasco di Vw si deve in gran parte agli errori di programmazione.

IN ALTRI TERMINI, si tratta di un fallimento manageriale, come dimostra il caso di Porsche che coincide con la scommessa persa di Vw di trasformare l'auto simbolo dello sport-luxury nella regina delle electric-car. Proprio il marchio premium di Volkswagen, ex fiore all'occhiello del Gruppo di Wolfsburg, è diventato la zavorra dei conti aziendali. DI FATTO PORSCHE trascina a fondo Volkswagen perché, banalmente, la strategia del management Vw (e del governo Merz a Bruxelles) di prolungare la vita del motore a combustione si è rivelata una scelta ultra-sbagliata. Di più, una tattica suicida per i conti di Volkswagen. Nella crisi del colosso le vendite delle auto non c'entrano. Pur essendo diminuite dello 0,8% rispetto a un anno fa il Gruppo ha registrato comunque una perdita di oltre un miliardo di euro «a causa della controllata Porsche che subisce gli effetti del cambiamento della posizione di Berlino rispetto all’estensione della durata di vita dei motori a scoppio che ha avuto un forte impatto sulla casa madre. A ciò si sono aggiunti miliardi di oneri derivanti dai dazi Usa, il crollo del mercato cinese e il mancato raggiungimento della quota del 10% di vendite sul mercato americano» certifica la relazione finanziaria. 

RISULTATO: L’UTILE netto del Gruppo è sceso da 12,4 a 6,9 miliardi di euro all'anno. Ma il fatturato del colosso Vw è rimasto pressoché stabile, raggiungendo i 321,9 miliardi di euro (erano 324,7 l’anno precedente). Tradotto, vuol dire che i ricavi del costruttore tedesco sono rimasti solidi nonostante il deterioramento della redditività. E che Volkswagen non licenzia 50 mila lavoratori perché si trova sull’orlo del fallimento bensì per «snellire la struttura produttiva» al fine di ingrossare gli utili da distribuire agli azionisti. Con il piano lacrime e sangue del Ceo di Volkswagen neppure giustificato dalla guerra in Iran. Il top-manager del Gruppo, per adesso, non risente ancora delle conseguenze del blocco del Golfo Persico e del bombardamento delle raffinerie arabe. Ma già vede nero: se lo scontro di Usa e Israele contro Teheran dovesse proseguire a lungo «Audi e Porsche inizierebbero ad accusare seriamente il colpo».

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