Richard Yates - La voce vincente di tutti gli sconfitti


Nacque un secolo fa, il 3 febbraio 1926 ,econil primo romanzo, «Revolutionary Road», si rivelò un gigante. 
Un libro e un evento lo celebrano

22 Feb 2026 - Corriere della Sera / La Lettura
Di VANNI SANTONI
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Alla fine degli anni Novanta, minimum fax, casa editrice indipendente nata da poco, entrò in tutte le case — o almeno in tutte le case abitate da lettori avveduti — grazie a un’operazione di pubblicazione e ripubblicazione delle opere di Raymond Carver, così brillante da permetterle di costruirci sopra l’identità del marchio. Una base estetica solidissima a cui si sarebbe poi affiancata la voce meno dolente e meno realista, ma non meno potente e umana, di un giovane David Foster Wallace.

Così, dopo che minimum fax ci aveva fatto scoprire Carver e Wallace, era legittimo avere aspettative elevate, che trovarono soddisfazione quando la casa editrice romana se ne uscì con Richard Yates, nato il 3 febbraio di un secolo fa. Come per Carver, l’autore non era nuovo agli scaffali italiani: il suo primo e più celebre romanzo Revolutionary Road era uscito nel 1966 per Garzanti col titolo I non conformisti, mentre la sua prima raccolta di racconti, l’eccezionale Undici solitudini, era uscita persino un anno prima, per Bompiani. A giudicare dalla quantità di copie dei Non conformisti ancora oggi in vendita su eBay, quei primi libri ebbero una discreta circolazione, ma ben presto l’autore finì dimenticato, al punto che minimum fax, nei primi anni Zero, poté tranquillamente lanciarlo come novità. E una novità che andava perfettamente in scia col realismo minimalista degli sconfitti di Carver: minimalista era anche Yates, sebbene in qualche modo più completo ea tratti persino dotato di un lucore fitzgeraldiano; e parimenti indiscutibile era lo stato di sconfitta dei suoi protagonisti. C’era forse pure qualcosa di Richard Ford anche se a ben guardare era Ford ad aver ripreso certi modi di Yates, come del resto era accaduto a Raymond Carver.

Stavolta, pur senza raggiungere la diffusione di Carver, Yates i suoi lettori italiani li trovò, replicando così il destino di scrittore ciclicamente riscoperto o da riscoprire che aveva avuto negli Stati Uniti, tanto in vita quanto da morto. Mai un libro di Yates vendette più di 12 mila copie (che per un romanzo di literary fiction non sono comunque poche, ma va considerato che il suo best-seller, Revolutionary Road appunto, fu finalista al National Book Award, dove arrivò sull’onda di un vasto e unanime consenso critico) e dopo la sua morte tutti i suoi romanzi trascorsero decenni nel limbo oscuro del «fuori catalogo», finché attorno al 1999 una serie di saggi critici usciti su riviste di peso tra gli addetti ai lavori, come la «Boston Review», innescò un vero revival.

Oggi, in ogni caso, Richard Yates è un classico moderno, come viene a ribadire, più che a dimostrare, una nuova pubblicazione di minimum fax a lui dedicata. Non un inedito ritrovato (magari!) ma un libro di omaggi, scritti da persone che gli erano state vicine e curati dal suo storico editore Seymour Lawrence: Richard Yates. Un artista americano.

Il primo di questi interventi, che è anche il più interessante del volume nel suo tracciare in poche pagine un ritratto affettuoso, accorato e anche nuovo dell’autore, è firmato da un altro grande scrittore, quel Kurt Vonnegut che divenne amico di Yates quando se lo trovò come collega d’insegnamento allo Iowa Writers’ Workshop. «Non saremmo qui — scrive Vonnegut introducendo, di fatto, anche il volume — e non avremmo un’opera così superba da celebrare, se non fosse stato per un pugno di editori che si sono sentiti onorati dall’opportunità di pubblicare uno degli scrittori americani più puri di questo secolo, pur sapendo che avrebbero perso una barca di quattrini». Si sa che Vonnegut era abituato a dir le cose come stavano, senza troppi giri, e infatti, dopo aver messo Yates al pari di alcuni dei massimi americani moderni, come Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald, ci ricorda che a differenza di loro «ha dovuto sopportare la condizione squallida e umiliante di essere un soldato semplice, impegnato in una guerra quotidiana per sopravvivere. A differenza di loro, non ha mai potuto prendere le distanze dalla vita borghese negli Stati Uniti. E perciò è della vita borghese che ha finito per scrivere […] celebrando il coraggio senza attrattiva degli americani che non hanno mai potuto contare qualcosa».

All’intervento di Vonnegut seguono una serie di lettere affettuose ma per lo più poco rilevanti — alcune contano letteralmente una decina di righe — ma dalle quali chi ama l’autore può comunque trarre spunti interessanti, come quando un certo E. Barrett Prettyman, Jr. racconta il periodo in cui Yates fu assunto per scrivere i discorsi di Bobby Kennedy, ai tempi procuratore generale, fu ficcato a lavorare in un ripostiglio per le scope, e lavorò così bene da finire a scrivere anche alcuni discorsi del fratello di Bobby, JFK. Ma senza mai diventare kennedyano, tutt’altro. Del resto a Yates la politica non interessava: gli interessava la letteratura, anzi ne era ossessionato, e dentro a quell’ossessione se ne nascondeva un’altra, meno salubre e più logorante, che ben emerge tra le righe di Richard Yates. Un artista americano: la paura di aver dato già il massimo con Revolutionary Road e di non poter più superare quel primo romanzo così perfetto. Al pari dei libri di Yates, difficilmente la realtà ha il lieto fine, e in effetti è oggi opinione condivisa che Revolutonary Road sia il suo miglior libro. Condivisa ma dibattibile: per cominciare, i racconti di Undici solitudini sono del tutto alla sua altezza, se non superiori; ma anche restando sui soli romanzi, ci sono almeno un paio di titoli che, a dispetto dell’opinione dello stesso autore, possono sfidare Revolutionary Road a testa ben alta. La lettura di Richard Yates. Un artista americano può allora diventare occasione per tornare alla sua scrittura, riprendere in mano romanzi comunque ragguardevoli come Easter Parade o Disturbo della quiete pubblica e giudicare da soli se Dick, come lo chiamavano gli amici, avesse ragione a tormentarsi tanto: nel peggiore dei casi si sarà letto un altro paio di ottimi libri.

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