«Vengo dalla Bosnia, portami in America», la festa grande di Sarajevo


UNA PARTITA STORICA, CON IL RICORDO DELL’AMICHEVOLE DEL 6 NOVEMBRE 1996, LA PRIMA DOPO L’ASSEDIO

LINDA CAGLIONI
Il Manifesto - Giovedì 2 aprile 2026
Pagina 7

«I am from Bosnia, take me to the America». Nella notte di martedì, questo verso tratto da una canzone del celebre gruppo bosniaco Dubioza Kolektiv risuona per le strade di Sarajevo come una profezia destinata ad avverarsi. Contro ogni pronostico, il Paese balcanico si è aggiudicato la qualificazione ai Mondiali, battendo 5-2 ai rigori un’Italia che, per molti aspetti, si è presentata sul campo da calcio convinta di aver già la vittoria in tasca.

La svolta storica in cui nessuno davvero sperava ha colto di sorpresa il fiume umano che nella capitale Sarajevo ha assistito alla partita sui grandi schermi come una furia collettiva. In pochi minuti le strade si sono riempite, i clacson hanno iniziato a sovrapporsi alle grida di gioia, e il centro città si è trasformato in un unico spazio di festa.

Nell’arteria principale di Sarajevo intitolata al Maresciallo Tito, e all’incrocio tra numerosi simboli e memoriali che quotidianamente ricordano le molteplici guerre che hanno attraversato questa terra, la storia ha finalmente preso una svolta che ha i tratti di una speranza a cui aggrapparsi. Centinaia di bosniaci si sono stretti tra le lacrime, avvolti nella densa nube dei fumogeni, intonando insieme i versi di Ljiljani, la canzone di Halid Bešlic che nei decenni si è trasformata in un inno non riconosciuto ufficialmente, ma che sul piano emotivo ha invece un’importanza fondamentale.

Per qualche ora, le divisioni etniche e le politiche nazionaliste che da trent’anni a questa parte minano la stabilità del Paese sono state messe da parte in nome dell’unità calcistica. Lo strombettare incessante dei clacson ha accompagnato lo sfumare di una lunga notte che si è poi trasformata in luce. E all’indomani della vittoria, il blu e il giallo delle tante bandiere bosniache che sventolano dalle finestre dei palazzoni socialisti sembrano brillare di una nuova intensità, creando un forte contrasto con il grigiore dato dalla pioggia e il freddo fuori stagione. La città si è svegliata sospesa tra stanchezza e euforia. E sulle testate principali è stato un susseguirsi di pezzi e approfondimenti su una partita che la Bosnia-Erzegovina non dimenticherà, insieme con i video in cui il Ct della nazionale, Sergej Barbarez, interviene in conferenza stampa con gli occhi lucidi.

Negli scorsi giorni, i media italiani e bosniaci hanno inevitabilmente dedicato molti articoli in vista di questa partita, anche per il rapporto di amicizia che da anni lega i due Paesi e in cui il calcio ha assunto un ruolo speciale. Il 6 novembre 1996, a Sarajevo, si disputò infatti tra Bosnia e Italia la prima amichevole dopo l’assedio che, nel contesto delle guerre degli anni Novanta, aveva attanagliato la città per quattro anni. In molti hanno sottolineato che quella partita non rappresentò solo un’occasione sportiva, ma un evento storico. Diventando la prima nazionale straniera a giocare a Sarajevo dopo la guerra, l’Italia contribuì a “riaprire” simbolicamente il Paese al mondo e a dimostrare che lo stadio e la città erano di nuovo sicuri.

Con molte probabilità, se c’era un Paese che la Bosnia-Erzegovina avrebbe preferito non dover affrontare in un match tanto cruciale, questo era proprio l’Italia. Al contempo, però, l’Italia non credeva davvero che il Paese balcanico potesse rappresentare una minaccia e molti media si sono spesi nei giorni scorsi in critiche sulle condizioni dello stadio “Bilino Polje” di Zenica, dove la partita si è disputata. «Quando si sottovaluta un Paese piccolo e con poche risorse, il calcio diventa uno dei principali fattori di unità nazionale - spiega Timur Jalovcic, un giovane bosniaco Questa vittoria significa molto per noi, non si viveva un momento così positivo da circa dodici anni, cioè dall’ultima qualificazione ai Mondiali, e forse anche prima. Tra problemi politici e difficoltà economiche, il successo della nazionale è riuscito a creare un senso di coesione e orgoglio collettivo».

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