Paolo Pulici - “Avevamo il tremendismo grazie al Grande Torino. All'inizio ero l'unico a credere nello scudetto”


Nel 50° anniversario dell’ultimo tricolore lo scrittore Baricco dialoga con l’attaccante “L’anno dopo quelli della Juve hanno deciso che non lo dovevamo più vincere”
   - ALESSANDRO BARICCO

La Stampa - Sabato 16 maggio 2026
Pagina 22

Giusto per capirsi: il pallone era ancora bianco a scacchi neri, i numeri sulle maglie andavano dall'uno all'undici, potevi passare indietro al portiere e si potevano fare al massimo una o due sostituzioni. Cioè. Non ne sono proprio sicuro. Magari glielo chiedo. «Finite quelle, quando uno si faceva male restava in campo, lo mettevamo a pascolare sull'ala sinistra, non so esattamente perché proprio lì». Dato che la vita è strana, e alle volte molto generosa, la risposta me la sta dando Paolino Pulici, cioè un essere mitico, che credevo esistesse soltanto nei miei sogni. Invece, è reale. Dev'essere evaso dal mio album Panini e adesso è lì davanti a me, a ricordare quando cinquant'anni fa il Toro ha vinto lo scudetto più bello di tutti. Lui c'era, con la maglia numero 11 sulle spalle. Io avevo diciotto anni.

Mi stavo chiedendo se esistevano già cose tipo gli attaccanti che tornavano a coprire. Non so, anche solo sui corner.

«Be', gli altri sì, lo facevano. Io no. Quando Salvadori, che difendeva dalla mia parte, mi vedeva nella nostra metà campo mi urlava "Cosa cavolo ci fai qui?!" Era meglio se stavo non troppo lontano dalla porta, capisci. Il mio lavoro era là».

Il suo lavoro, Pulici lo faceva con un misto di ferocia e fanciullezza che ci faceva andare ai matti. Lui non tirava, lui scaricava sul pallone una rabbia che veniva da lontano: la conoscevamo, era la nostra. Spesso gonfiava la rete (ai tempi esisteva ancora questa espressione) e allora saltava in aria con le braccia tese in aria e i pugni stretti. Nel salto piegava le gambe e portava i talloni quasi a toccare il culo: il tutto formava una figura nell'aria che sapeva di felicità ai giardini, e di bambini coi maglioni ai posto dei pali.


«Quella dei pugni in aria me l'aveva suggerita un giornalista, Porrà. Mi disse che
se lo facevo la gente avrebbe capito che il gol l'avevo fatto per loro, e con loro».

La gente eravamo noi. Capivamo. Quello scudetto, pensavate di vincerlo o è venuto fuori per caso?

«Io lo dicevo già al ritiro precampionato, che potevamo vincere. Ma ero l'unico. Radice non voleva che se ne parlasse».

Radice. Il Mister.

«Aveva smesso presto di giocare, per un incidente a un ginocchio, quindi era giovane, era come noi, poteva fare sul campo i gesti e i movimenti che facevamo noi. Questo cambia le cose».

Che gioco vi faceva fare?

«Semplice: verticalizzare sempre, e andare in porta. L'idea di far girare il pallone non era da lui».

Si diceva che aveste un gioco all'olandese.

«Nel senso che i terzini salivano e Caporale, il libero, quando prendeva palla poi impostava».

Ma forse, mi viene da pensare, era anche una questione di mood: era una squadra che giocava, e lo faceva con allegria, coraggio e senza star troppo a pensare. Sembravano provenire da una qualche liberazione sessuale, ma in senso calcistico. Se adesso guardi la formazione sembra spezzata in due e vagamente surrealista. Fino a centrocampo, onesti operai, con il senso della realtà. Da lì in avanti, solo sognatori.

«Ma guarda che anche dietro non erano male: in quella squadra non c'era uno che non sapesse lavorare il pallone».

Sì, sì, volevo solo dire che da Pecci in su sembrava un'installazione artistica.

«Eravamo in cinque, e tutti potevamo saltare l'uomo. Cercavamo l'uno contro uno, piaceva a tutti».

Oggi neanche il Real Madrid. C'è da chiedersi come facevate a recuperare il pallone, a centrocampo.

«Patrizio Sala. Era il più scarso, ma correva per venti».

In effetti quello davvero buono era l'altro Sala, il numero 7: un genio del dribbling. In un certo senso inventò il raddoppio difensivo: dribblato uno, andava a cercarsene un altro, lo dribblava, e solo allora si decideva a crossare. Il confetto era in genere per i due gemelli del gol, Pulici e Graziani: si muovevano imprevedibili come una particella quantica ma collegati come marionette. Letali. Il numero 10 era Zaccarelli, un dieci d'ordine più che di genio.

«Era lui che teneva insieme la squadra».

Pecci?

«Aveva il 46 di piede, sa dio come faceva a tirare».

Lo scudetto lo vinsero in rimonta, arrivando da dietro, superando la Juventus a sei giornate dalla fine e arrivando all'ultima partita con un punto di vantaggio. Se la giocarono in casa, contro il Cesena. In teoria c'era da andare in blocco per la tensione.

Che cosa vi disse Radice nello spogliatoio?

«Fuori i coglioni, ragazzi».

Era un'espressione che usava spesso. Una volta la urlò in allenamento, furibondo per qualcosa. Pecci si voltò verso Patrizio Sala e gli sibilò: «Hai sentito?, devi uscire».

Ma comunque. Non si poteva perdere, e non era detto che pareggiare sarebbe bastato. Stavamo tutti in bilico su un filo, e il filo ballava. Era il 16 maggio. Al sedicesimo del secondo tempo dalla destra arrivò un traversone che Graziani, in area, decentrato a sinistra, cercò di controllare. Gli venne fuori uno stop da oratorio e dovette ingobbirsi un po' per andare a recuperare la palla qualche passo indietro e non perderla. A quel punto era ormai scivolato lontano dalla porta e dalla gloria, quindi toccava ricominciare da capo. Gli venne in mente che un bel crossetto al centro poteva andare – non era gente che facesse girare la palla appoggiando indietro, lo abbiamo detto. Provò una prima volta, ma qualcosa non gli piacque quindi si aggiustò meglio la palla, immalinconendo un po' il difensore che lo marcava, e poi fece partire il cross. Lo aveva immaginato alto e teso, venne basso e molle. Un pallone morto: se ne galleggiava inutile, nel cuore dell'area, a un metro scarso da terra, già mentalmente preda della difesa, quando da terre lontane sbucò impensabile Paolo Pulici, spinto evidentemente dal destino, e in tuffo – in tuffo - andò a colpire di testa, a un'altezza che non so definire se non pensando a un nanetto da giardino. In questo modo surreale bruciò il difensore cesenate, uno di discreta fama, si chiamava Danova. Chissà se adesso la racconta al bar, la sera. Sul momento ci restò male, come se quell'uomo disteso a siluro nell'aria, arrivato lì a bruciargli il piacere di un rinvio liberatorio, gli stesse rivelando qualcosa di spiacevole sulla vita. Pulici impattò con un'esattezza esemplare (aveva d'altronde un goniometro al posto della fronte): il portiere del Cesena si ritrovò a meditare sulla caducità delle cose e il Torino vinse lo scudetto.


Il gol di Pulici al Cesena il 16 maggio 1976, 
giorno del 7° e finora ultimo scudetto vinto dal Toro

Fu lo scudetto, va ricordato, di un presidente mite e rassicurante come un salumaio emiliano: in realtà era lombardo e produceva materiali elettromeccanici, qualsiasi cosa fossero. Si chiamava Orfeo Pianelli. Pulici lo ricorda come un padre.

«Quando vendette il Toro, venne da me e mi disse "Ho venduto tutto il Toro tranne questo", e mi porse un foglio: era il mio cartellino. Me lo regalò, ero libero di andare dove volevo».

D'altronde Pulici, per noi granata, non giocava, semplicemente, nel Toro: lui era il Toro. Lo era a tal punto che quando lo vedevamo in Nazionale, con quella maglia azzurra, ci prendeva una specie di capogiro, come un microscopico jet-leg. In finale di carriera si trovò a giocare per altre squadre. Un giorno passavo davanti alla tivù e me lo vedo incornare nel cuore dell'area, spanne sopra tutti gli altri, in quel suo modo inconfondibile, solo che aveva la maglia della Fiorentina. Son tornato di là, e tutti a chiedermi se non stavo bene.

Dico questo per spiegare come mai, a un certo punto, ho pensato di chiedere, a Pulici, cos'è il Toro - in cosa è una squadra unica al mondo. Credo che avessi bisogno di sentirmelo ripetere, sono passati così tanti anni da quando lo sapevo con certezza.

«Per le altre squadre puoi tifare - mi dice-. Il Toro, invece, è una fede».

E mi spiega che tutto nasce dal Grande Torino.

«Se indossi la maglia del Toro - spiega - stai difendendo qualcosa che i Grandi hanno costruito, e tu sei lì per onorare la loro memoria. Se non lo capisci, meglio che cambi squadra. Non importa neanche tanto se vinci o perdi, ma è che sei dentro una leggenda, non in una squadra di calcio».

E mi racconta di una volta, che era a non so che incontro coi tifosi, e si avvicina un bambino e gli dice: tu giochi nel Grande Torino, vero? Gli dovette spiegare che no, in realtà no, erano passati tanti anni da allora. Ma il bambino non riusciva a capire. Sei Pulici, no? Sì. E allora giochi nel Grande Torino.

«Insomma, per lui era tutta la stessa cosa, era tutto lo stesso sogno. Anche per noi lo era», mi dice Pulici.

E il tremendismo granata?

«Ce l'abbiamo perché veniamo da quei Grandi, mica puoi permettere che qualcuno passeggi sulla loro memoria. Giagnoni, Mondonico… gente che lo sapeva bene. Giagnoni, quando stavamo entrando in campo, ci indicava gli avversari e diceva: distruggeteli».

Gli chiedo quando si è incrinato, tutto questo, e com'è che siamo finiti a Biraghi capitano, con tutto il rispetto. Lui dice che se non tieni in società quelli che "hanno visto", interrompi qualcosa, incrini una memoria. Tra le righe, ma neanche poi tanto, leggo dell'amarezza. Poi mi racconta che una volta è andato a incontrare il presidente Cairo, a Milano. Cena insieme, ecc ecc. Al momento dei saluti, il presidente dice una frase che Pulici non dimentica. «Lei è una persona di difficile collocazione».

Neanch'io, sono sincero, la dimenticherò. Non per il contenuto, che posso perfino condividere. È la forma, che mi incanta. Mi spiega finalmente un sacco di cose. Pensa essere del Toro, avere davanti Pulici e dirgli «Lei è una persona di difficile collocazione».

Poi gli ho fatto una domanda dritta dritta, che covo da 49 anni. A Pulici, dico, non a Cairo. Paolo, perché non abbiamo vinto lo scudetto, l'anno dopo, nel 1977, che eravamo i più forti?

«Perché quelli della Juventus hanno deciso che non lo dovevamo vincere».

Ottimo, mi sembra che ci siamo detti tutto. Ah no, aspetta. Mi son dimenticato il portiere, il Giaguaro.

«Castellini?».

Lui.

«Non lasciava passare niente, neanche i moscerini».

Amen.

— © RIPRODUZIONE RISERVATA.

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LE INIZIATIVE SU LA STAMPA
I videoracconti di Salvadori e un forum in redazione per celebrare le nozze d’oro

Lo scudetto visto dallo spogliatoio. La Stampa ha svelato aneddoti e segreti attraverso i videoracconti di Roberto Salvadori, terzino nel 1975-'76: trenta puntate, ognuna dedicata a un compagno o a un evento, tuttora disponibili sul nostro sito web come "La fiaba granata". Non è stata l'unica iniziativa per celebrare la ricorrenza: nei giorni scorsi c'è stato il forum in redazione con i protagonisti di quella magnifica stagione (nella foto Claudio Sala e Salvadori con la torta celebrativa), anch'esso visibile sul sito, e sono state pubblicate le interviste a George Pianelli, nipote del presidente Orfeo, e a Ruggero Radice, figlio dell'allenatore Gigi.

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