UN LUNGO SPOT FUORICAMPO


I mondiali di Haaland, Messi, Vozinha. Splendori del football alternati alle sue miserie, attraverso un progetto economico e politico che cambierà per sempre il gioco del calcio

LUCA PISAPIA
Il Manifesto - venerdì 19 giugno 2026
Pagina 16

Alla fine della prima settimana mondiale si può già trarre un parziale bilancio; non tanto del campo, dove è ancora troppo presto, quanto del fuoricampo, dove tutto è più chiaro. Se rivolgendoci al prato verde sospendiamo l’incredulità, e teniamo da parte i disastri del king Trump e del caudillo Infantino, come sempre la Coppa del mondo regala storie straordinarie.

Come il duello a distanza tra il centravanti Haaland e il portiere Vozinha: il primo è un giovane gigante norvegese che sembra costruito in laboratorio, destinato dalla nascita a primeggiare (in qualsiasi sport probabilmente) attraverso una cura maniacale del corpo tra biohacking, meditazione e ibernazioni; il secondo è un anziano e sciancato portiere alla prima e ultima apparizione sul palcoscenico mondiale, il cui sguardo attonito si è sciolto nelle lacrime dopo che le sue goffe e improbabili parate hanno permesso a Capo Verde di fermare (in realtà frenare: 1-1, ndr) la Spagna.

O la tripletta con cui Messi annuncia che la sua last dance non sarà triste y solitaria, ma soltanto final; le dimostrazioni di geometrica potenza di Francia e Inghilterra; gli inciampi di Brasile e Portogallo; la resistenza dell’Iran e della RDC; il momento magico in cui Curaçao pareggia con la Germania prima di capitolare 7-1; il calore degli abitanti di Tijuana che hanno adottato la delegazione iraniana e i cori dei bosniaci che inneggiano alla Palestina. Fuoricampo invece, gli splendori del calcio lasciano spazio alle sue miserie. La Coppa del mondo più ipertrofica della storia, con un numero infinito di partite che si giocano a ogni ora del giorno e della notte, e la dilatazione spazio-temporale che costringe le squadre a viaggiare per migliaia di km, hanno generato finora partite noiose e un numero record di pareggi.

MA QUESTO è proprio l’intento del regno a venire della FIFA di Gianni Infantino, in cui il pallone è un apostrofo multicolore tra i continui spettacoli extracalcistici che precedono, inframezzano e seguono gli scatti di Vinicius e le sgroppate di Mbappé; in cui gli intervalli pubblicitari mascherati da cooling break spezzano le geometrie di Pedri e le intuizioni di Musiala; un cambio epocale di paradigma che raggiungerà l’apice durante la finale del 19 luglio quando l’intervallo tra primo e secondo tempo durerà oltre trenta minuti per lasciare spazio alle performance musicali. Questa non è una semplice «americanizzazione» del pallone, ma un preciso progetto economico e politico che punta a cambiare per sempre la rappresentazione del calcio per concentrarsi sui ritorni economici del suo indotto.

L’ULTIMO RAPPORTO Deloitte racconta infatti la continua crescita nei bilanci delle grandi squadre europee dei ricavi commerciali (+60% negli ultimi anni, superati per la prima volta i diritti televisivi); ovvero di tutto quello che ha a che fare con la partita di calcio senza avere a che fare con la partita di calcio: cibo, bevande, hotel, ristoranti, musica, musei. Per capirci, l’ultimo bilancio del Liverpool non è tenuto in piedi dalle vittorie sul campo, ma da concerti di Taylor Swift. Ecco perché ai mondiali sono aumentati i prezzi dei biglietti (tanto gli stadi sono pieni lo stesso di spettatori dall’altissimo potere d’acquisto) e di tutto ciò che circonda la partita, gestito direttamente dalla FIFA in un regime di monopolio il Guardian ha definito «estorsione di stampo mafioso». Ma perché il pallone scompaia e il calcio si trasformi in un evento in cui Messi e Mbappé hanno la stessa importanza della bevanda dolciastra e della compagnia aerea che lo sponsorizzano, è necessario cambiarne le immagini.

DA QUI le inquadrature sempre più strette, in cui l’esultanza di Ronaldo non rappresenta la gioia del calciatore ma il logo di un’azienda che fattura come una media squadra europea; le scelte registiche sempre più simili a videogame che impongono un gioco sempre più spezzettato, dove frammenti di immagini accuratamente selezionati sono trasmessi sulle televisioni davanti a cui si rifugiano gli esclusi dagli stadi (negli Stati uniti la partita tra padroni di casa e Paraguay è stata seguita da 25 milioni di telespettatori, più delle finali NBA), o sui nuovi media dove non si guarda più la partita in diretta, e men che meno per intero, ma attraverso highlights che oltre a gol e assist includono il contorno di cui sopra; e dove i clienti che compulsano queste immagini sono collegati a ulteriori mercati speculativi a portata di click, come scommesse, fan token e criptovalute.

Per fortuna, per resistere a questo osceno e ipertrofico spettacolo del tardo capitalismo, possiamo ancora continuare a raccontarci le meravigliose storie che regala il gioco del calcio, come il duello a distanza tra il giovane Haaland e il vecchio Vozinha o la tripletta dell’eterno Messi; oppure fare come i messicani, che protestano nelle piazze e per un mese hanno deciso di tifare Iran.

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