Nella lunga notte degli Oscar blindata dai «conflitti globali»
Jessie Buckley premiata per «Hamnet», Miglior attore protagonista Michael B. Jordan
Sean Penn in Ucraina, pochi accenni all’attualità, mai nominato Trump
GIULIA D’AGNOLO VALLAN
Il Manifesto - Martedì 17 marzo 2026
Pagina 18
Niente grosse sorprese o grandi sbavature: la cerimonia per la novantottesima edizione degli Academy Awards si è svolta in un’atmosfera di elegante efficienza (sulla East Coast alle 23 si poteva esser già a letto), blindata quasi ermeticamente dal caos e dai conflitti globali - se non fosse per l’assenza forse velatamente polemica di Sean Penn (vincitore del premio di miglior attore non protagonista), il «No War. Free Palestine» (quasi bisbigliato, prima di tuffarsi sul testo del teleprompter) di Javier Bardem e qualche accenno qua e là a democrazia, eguaglianza e pace nel mondo.
Nel suo monologo d’apertura, stringato e divertente, il tempratissimo conduttore della serata, Conan O’Brian, si è permesso qualche stoccata in più in direzione della Casa Bianca - senza però nemmeno fare il nome del presidente. Come, d’altra parte, di sta cominciando a fare nelle conversazioni bon ton: invece di Trump si dice «lui». L’epitomia di un tiranno.
È STATA, come da tutti i pronostici, la serata dell’incoronazione di Paul Thomas Anderson e di One Battle After Another (Una battaglia dopo l’altra).
«Mi avete fatto lavorare duramente per una di queste», ha detto «PTA», stringendo la statuetta di miglior regista, dopo che aveva dedicato ai suoi figli quella di Miglior sceneggiatura non originale, e ai giovani - come quelli a cui il finale del suo film affida la promessa di un mondo migliore. Barba e capelli ormai quasi tutti bianchi, nell’arco dei trent’anni in cui ha inanellato (solo) dieci film - spesso magnifici, sempre «intrattabili»: per ambizione, orizzonte, taglia, dissonanze - Anderson è passato dall’essere un amato ragazzo terribile del cinema americano a esserne uno dei grandi statisti.
E il consenso intorno a Una battaglia dopo l’altra - che non è il suo lavoro migliore, o più visionario; ed è molto meno pynchioniano di Inherent Vice (Vizio di forma) - è in parte dovuto al fatto che il film è diventato (suo malgrado?) un simbolo dello zeitgeist.
Seduto in platea, Steven Spielberg - coproduttore di Hamnet (per cui l’attrice irlandese Jesse Buckley ha vinto l’Oscar di Migliore attrice) sembrava uno dei più felici della pioggia di Oscar riversata sul «rivale». Oltre a Miglior film, Miglior regista, Migliore sceneggiatura e Miglior attore non protagonista, Una battaglia ha vinto infatti anche Miglior montaggio (Andy Jurgensen) e il primo Oscar della storia conferito al Miglior casting (Cassandra Kulukindis).
Come da aspettative, l’altro grande vincitore della serata è stato Sinners - I peccatori (Miglior sceneggiatura originale, Miglior attore protagonista per Michael B. Jordan, Miglior colonna sonora e Miglior fotografia, per Autumn Dural Arkapaw, prima donna a vincere il premio). Diversamente da Una battaglia, la sanguinaria fiaba musicale di Ryan Coogler è stata uno dei grandi successi popolari e di botteghino del 2025. Come lo è stato l’inaspettato horror di Zach Cregger Weapons, premiato con la statuetta di Miglior attrice non protagonista alla veterana Amy Madigan. Il fatto che i protagonisti della serata siano stati tre film della Warner Bros illumina ancora di più la disconnessione del rituale degli Academy Awards dalla realtà fuori del Dolby Theater.
SULL’ORLO della vendita alla Paramount, WB - lo studio con la storia più «di sinistra» di Hollywood e quello che continua più coerentemente a coltivare una politica degli autori - esce del 2025 con un profilo di successo altissimo. Un modello industrial/culturale di cui essere orgogliosi, da seguire, uno immaginerebbe - non da rottamare nelle mani degli Ellison, come invece ha fatto l’infame CEO David Zaslav applaudito da un avido Consiglio d’amministrazione e un altrettanto avido pool di azionisti.
ANCORA più pronunciato il disconnect quasi programmatico riflesso nella scelta del Miglior film internazionale, che ha premiato un melodramma famigliare nordico, concepito come un Bergman con meno spigoli, Sentimental Values, invece di una delle quattro opzioni, tutte in maniera vibrante ancorate nel contemporaneo: il brasiliano The Secret Agent (L’agente segreto), il tunisino The Voice of Hind Rejab (La voce di Hind Rejab), l’iraniano It Was Just an Accident (Un semplice incidente) e lo spagnolo Sirat. Con la più malleabile Barbra Streisand, a fare l’eulogia di Robert Redford (invece di Jane Fonda, che - come ha fatto notare lei stessa - poco dopo la cerimonia, con Redford ha fatto quattro film - ma la cui apparizione avrebbe potuto riservare delle sorprese) e Billy Crystal un po’ sedato a ricordare l’amico carissimo Rob Reiner, l’annuale parentesi sugli scomparsi, è sembrata un affastellamento alla rinfusa di brutte foto cimiteriali, che faceva rimpiangere tempi migliori. Anche l’evocazione che Paul Thomas Anderson ha fatto dell’Oscar 1975 (Nashville, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Lo squalo, Quel pomeriggio di un giorno da cani e Barry Lindon). Eppure, nonostante questo palmarès fastidiosamente dosato al millimetro (inclusa l’esclusione di Marty Supreme/Timothee Chalamet, per cattiva condotta del personaggio e overexposure della star e dello studio), il 2025 è stato un anno molto buono al cinema.

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