OSCAR NOIOSI E FIFONI Nessuna critica a Trump
ANSA - Sei statuette al film di P. T. Anderson
Il cast di “Una battaglia dopo l’altra”: deluso Dicaprio
PREMI APOLITICI Stravince “Una battaglia dopo l’altra”, ma non a Hollywood: zitti tutti (a parte Bardem) su guerre e The Donald, che presto controllerà Paramount...
17 Mar 2026 - Il Fatto Quotidiano
Federico Pontiggia
Novantottesimi Oscar, ha vinto Una battaglia dopo l’altra. Le sei statuette, tra cui film, regia e sceneggiatura non originale per Paul Thomas Anderson, ci stanno, piuttosto calza largo il titolo: i latini avrebbero derubricato da battaglia a piccola pugna, sì, pugnetta. Ché la rivoluzione può essere scritta, diretta e persino recitata, ma poi anche Hollywood tiene famiglia, e l’assalto al palazzo di Mar-a-lago va benissimo domani, al massimo dopodomani. L’elefante nella stanza del cinema mondiale, il Dolby Theatre, ha il ciuffo arancione, ma non si vede, e nemmeno si pungola.
THE DONALD NO, MELANIA SÌ.
Il presentatore Conan O’Brien percula lo sconfitto Chalamet, il capo di Netflix Sarandos, Youtube che dal 2029 trasmetterà la Notte degli Oscar, e l’intelligenza artificiale: la sua, umana fino a prova contraria, non brilla. Peggio fa il collega Jimmy Kimmel, chiamato a premiare i documentari corti e lunghi, che apostrofa la Rete che l’ha censurato per anti-trumpismo: “Ci sono alcuni Paesi i cui leader non sostengono la libertà di parola. Non posso dire quali. Diciamo solo che si tratta della Corea del Nord e della CBS”. Bene, ma non benissimo: anziché prendersela con Trump, preferisce sfottere la consorte e il suo sfortunato documentario. Magari non è sessista, Kimmel, ma nemmeno coraggioso.
PECCATORI VENIALI.
Non riesce il peccato capitale a Sinners: né miglior film, né Ryan Coogler miglior regista, il primo afrodiscendente. L’uno e bino, ovvero gemellare, Michael B. Jordan ricompensa quale miglior attore protagonista, e a Timothée Chalamet girano le palline, da ping pong. Sinners si aggiudica pure la sceneggiatura originale, ma il black power, il messaggio antirazziale, antisegregazionista così attuale meritava di più: l’ICE non si scioglie al sole di Los Angeles. Consistente consolazione, annovera la prima direttrice della fotografia, e nera, riconosciuta dall’Academy, Autumn Durald Arkapaw, che invita ad alzarsi le donne in sala: “Senza di voi non potrei essere qui”.
GLI SPARI SOPRA.
Nel premiato documentario breve All the Empty Rooms di Joshua Seftel si commemorano le stanze da letto dei bambini uccisi nelle sparatorie a scuola, oggi la prima causa di morte di bimbi e adolescenti negli USA.
COLÀ DOVE SI PUTIN CIÒ CHE SI VUOLE.
Tra i doc lunghi, a moderata sorpresa, la spunta Mr. Nobody Against Putin di David Borenstein, che inquadra un insegnante di scuola elementare, Pavel Talankin, e l’indottrinamento dei suoi alunni a sostegno dell’invasione russa dell’Ucraina: “Quando un governo uccide le persone per le strade delle nostre città, quando non diciamo nulla, quando gli oligarchi prendono il controllo dei media, ci troviamo tutti – dice il regista – di fronte a una scelta morale. Ma anche un signor nessuno è più potente di quanto si pensi”.
FREE PALESTINE.
“No alla guerra, Palestina libera”: a squarciare il sipario di silenzio e ipocrisia – gli interpreti palestinesi del candidato a film internazionale La voce di Hind Rajab, tra cui Motaz Malhees, non hanno avuto accesso agli States – ci ha pensato l’attore e sempre più attivista Javier Bardem. Ma la statuetta all’ex opera in lingua straniera è andata altrove, deflettendo cause politiche e impegno civile: non in Iran, ossia Un semplice incidente del dissidente Jafar Panahi, non appunto alla Voce di Kaouther Ben Hania, né al brasiliano L’agente segreto, ma al norvegese Sentimental Value di Joachim Trier. Opera soave, per carità, ma come si dice a Hollywood “buttare la palla in tribuna”?
BRIGITTE BARDOT MA NO.
Billy Crystal ha omaggiato Rob Reiner, già vessato da Trump a cadavere caldo, Barbra Streisand ha cantato per il sodale Robert Redford, ma nel tradizionale In memoriam dell’Academy c’è stata una più scomparsa di tutti: BB, forse intenzionalmente stralciata, lei non brutta ma cattiva ossia un po’ fascia, dalla Mecca del cinema liberal.
PA(U)RAMOUNT, EH?
Netflix se l’è cavata bene, Warner ha trionfato con undici statuette, ma non si disturba il manovratore: le carte, dai contratti in giù, presto le darà la trumpiana, per conto Ellison, Paramount. Star avvisata, mezzo silenziata.
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