La lunga scia di sangue di folli e lupi solitari che porta alla Casa Bianca
Roosevelt fu salvato dal discorso di 50 pagine nella sua giacca,
Ford dal trench anti-proiettile - AGENZIA FOTOGIORNAL.
CONTRASTO - John Fitzgerald Kennedy,
ucciso il 22 novembre 1963 sulle strade di Dallas da Lee Harvey Oswald.
Da Lincoln a Kennedy, quattro i presidenti uccisi e molti di più gli omicidi eccellenti non andati a segno
GABRIELE ROMAGNOLI
La Repubblica - Lunedì 27 aprile 2026
Pagina 6
Uno (John Booth al presidente Abraham Lincoln) sparò per impedire l'unione degli Stati d'America. Un altro (Charles Guiteau a James Garfield) per vendetta personale.
Uno (John Schrank al candidato poi eletto Theodore Roosevelt) perché era, dissero, pazzo. Un altro ancora (John Hinckley jr a Ronald Reagan) perché voleva attirare l'attenzione dell'attrice Jodie Foster e pure lui bene non stava. Due (l'immigrato polacco Leon Czolgosz a McKinley e l'immigrato italiano Giuseppe Zangara al neoeletto Franklin Delano Roosevelt) perché anarchici, senza lavoro né speranza e, come scrisse il piccolo uomo venuto dalla Calabria, mentre attendeva la sedia elettrica: "Perché i governanti non lavorano e la povera gente deve mantenerli facendosi succhiare il sangue, per cui meritano tutti quanti di morire ammazzati". Due, entrambe donne (Lynette Fromme e Sara Jane Moore) mirarono, mancandolo, allo stesso presidente (Gerald Ford) a 17 giorni di distanza, perché volevano salvare il pianeta dall'inquinamento o per scatenare una rivoluzione che sovvertisse il sistema.
Dei bersagli, uno (Theodore Roosevelt) fu salvato dal discorso di 50 pagine che teneva nella giacca. Un secondo (l'altro Roosevelt) dal seggiolino traballante che fece oscillare il braccio dell'attentatore. Un terzo (Gerald Ford) dal trench anti-proiettile indossato dopo il primo agguato, in cui la pistola si era inceppata. Poi c'è il delitto dei delitti, quello di John Kennedy, a opera di Lee Harvey Oswald e, si presume, altri. Quattro tra questi presidenti sono morti. Stavolta ha ragione Donald Trump: il suo è un mestiere pericoloso. Anche per lui: un tentativo effettuato (e non riuscito per pochi centimetri) e due sventati sul nascere.
Un record, tante supposizioni, ma soprattutto un contesto unico, quasi rovesciato rispetto ai casi precedenti.
Può sembrare che l'attentato al Presidente sia negli Stati Uniti una tradizione, uno sport estremo con molti praticanti, un rito di metà mandato come le elezioni del midterm, che nasce da un'insoddisfazione di massa e si solidifica nella decisione (spesso largamente supportata) di un singolo. Quell'individuo non soltanto carica un'arma, ma carica su di sé l'aspettativa di squilibrio di un popolo che oscilla fra troppi poli opposti, nella politica come nella vita privata: dalla nullità alla fama, dall'individualismo al collettivismo purché sfrenati, dalla quiete delle esistenze disperse all'esplosione di un proiettile che tutto sintetizza e tramanda in un attimo che per comodità si etichetta di "follia", ma è il portato di una storia che in quei momenti si riconosce. L'America si è amaramente ma anche allegramente assuefatta agli "insani gesti". Stephen King ha creato un viaggio nel tempo (nel romanzo 22/11/63) per evitare l'assassinio di Kennedy. Su quello di Garfield esiste una miniserie tv (Death by Lightning). A Broadway spopola da quasi due anni una farsa (Oh, Mary!) in cui Lincoln è gay e viene ucciso dalla moglie alcolizzata e aspirante star del cabaret che ne incolpa l'amante (Oh, Dio!). Hanno sparato al presidente? È vivo?
Business as usual. Fight, fight, fight. Avanti, avanti, avanti.
Non fosse che i tentativi di colpire Donald Trump hanno uno sfondo e un detonatore diversi da tutti. In generale il bersaglio è una cucitura, l'attentatore uno strappo. Lincoln voleva mettere insieme nord e sud, est e ovest; FDR varare il New Deal per porre fine alla Grande Depressione; JFK guidare la carovana verso e oltre la Nuova Frontiera. Erano la novità, il futuro non ancora visto o immaginato, nel solco del capitalismo, certo, ma anche di una democrazia compassionevole, almeno a parole e intenzioni. Dicevano di voler trasformare il mare impetuoso della Storia americana in un lago che tutti potessero solcare senza rischi. L'aggressore era l'onda che rifiuta di lasciarsi placare: piuttosto uno tsunami, il caos, la secessione, perfino la rivoluzione. Da Mar-a-Lago è venuto invece un inedito, un opposto che gira il film della presidenza al negativo. È lui l'agente del caos, l'estremista, il provocatore quotidiano. Per alcuni (titolati a esprimersi sulla materia) perfino l'insano. Lui ha generato lo strappo che divide l'America tra il suo popolo e l'altro, il nemico interno, continuamente insultato e deriso. Non c'è stato Presidente, né tra quelli colpiti né tra gli altri, che non abbia prima o poi lanciato un messaggio unitario e inclusivo. Trump, nel secondo mandato, ha esordito salendo in groppa agli avversari e frustandoli. Tiratore e obiettivo sono entrambi schegge impazzite. Non esiste un riferimento storico o logico a cui aggrapparsi. C'è una cospirazione nella cospirazione: i teorici del complotto pro-Trump cominciano a pensare che abbia organizzato lui l'agguato in Pennsylvania ed ecco che qualcuno cerca di colpirlo a Washington.
Manca un centro delle cose, perché viene spostato a piacimento e di continuo. Il discorso pubblico è imbarbarito, evoca morte e distruzione come fossero evenienze stagionali. Lo sparo non è un lampo che squarcia ma un atto oscuro nel "buio americano", definizione dello storico Mario Del Pero. Una notte nella notte.
La superficie smossa non si ricompone. Come può Trump invocare un calo di tensione, l'attenuazione dei conflitti, la tregua sociale? Con quale forza e credibilità? Ogni giorno moltiplica i suoi nemici, ma il principale lo ha dentro di sé e da quello non riesce a salvarsi.
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