“Il mio segreto: sono diventato immune dalle mie debolezze”
ANSA - Un “Giusto” dello Sport Alex Zanardi,
morto per un ultimo, fatale malore; qui a destra, con Schumi
Addio, supereroe È morto a 59 anni l’ex pilota di Formula 1 e poi campione paralimpico
‘‘Una gara non si vince quasi mai alla prima curva, lì la puoi solo perdere...
CHE ATLETA “È MAGIA QUANDO CALA LA FORZA MA CRESCE L’ESPERIENZA”
3 May 2026 - Il Fatto Quotidiano
Alex Zanardi @Rizzoli 2019
Pubblichiamo stralci di Volevo solo pedalare... ma sono inciampato in una seconda vita, il memoir di Alex Zanardi scritto con Gianluca Gasparini (Bur).
Io adesso so benissimo cosa mi appassiona e dunque cosa non mi pesa. Ma parlare a cinquant’anni è facile, non sempre è stato così in passato. Da ragazzo avevo mille dubbi e mille incertezze, che in parte mi accompagnano anche adesso. Solo che oggi le cose non le prendo di petto: ci ragiono, ci lavoro pian pianino e prima o poi ne vengo a capo, piccole o grandi che siano. Questo me l’ha insegnato lo sport e me l’hanno insegnato le persone che hanno fatto il mio stesso percorso. Per arrivare a correre in F1, che era ciò che sognavo da adolescente, devi infilare un imbuto sempre più stretto da cui passano pochi piloti, ma fortissimi sotto molti aspetti, di carattere in primis. Poi succede un fatto come quello capitato a me al Lausitzring e quando è ora di ripartire dici: “Io di metodo conosco questo, mi ha portato fin qua, proviamo a utilizzarlo ancora”.
A Monza, in quei giorni di ottobre del 2003, ho scoperto che non era cambiato nulla su certi automatismi da pilota, sul modo di gestire le situazioni. Ma bisognerebbe scrivere un libro solo su come ci si sente ogni volta che si va in pista. Tu ti prepari bene, ti dici che sei veramente pronto, perfetto, gareggi e dopo qualche tempo ti rendi conto che potevi affrontare tutto in un’altra maniera. Vai all’incasso convinto di portare a casa un risultato e invece ti trovi davanti situazioni che non corrispondono alle aspettative. È come cercare di risolvere un’equazione, lasciando indietro senza volere dei più e dei meno che però, sommati, alla fine una qualche soluzione la danno ugualmente.
Nel tempo acquisisci esperienza e maturità: nella vita hai commesso tanti errori che cerchi di non ripetere, ma può succedere. Credi di aver tutto sotto controllo e invece ti si parano davanti imprevisti che non ti aspetti, l’insidia si presenta con una veste diversa e ti frega di nuovo. Nel tempo diventi immune dalle tue debolezze congenite, mentre dall’altra parte purtroppo diminuiscono le tue forze principali.
C’è un incrocio magico nella vita in cui la forza inizia a calare ma crescono l’esperienza, la capacità di analisi, il giudizio, la reazione, il mantenere la calma ignorando l’emotività ma alimentando comunque il desiderio. Ogni pilota sa che una gara non si vince quasi mai alla prima curva, lì la puoi solo perdere. Quante volte succede ogni domenica di sbagliare proprio alla prima curva? Quell’incrocio magico arriva per pochissimo tempo ed è destinato a non riprodursi più. La forza continua a diminuire ma, dall’altro lato, l’esperienza continua a crescere. E non è detto che, su un nuovo terreno, sia impossibile trovare uno status vincente.
La mia storia nel paraciclismo, in questo, è esemplare. Ancora oggi se provo a giocarmela sulla potenza pura sono perdente contro Jetze Plat, che ha esattamente la metà dei miei anni, o Oscar Sanchez che ne ha una decina in meno. Il segreto, imparato col tempo, è non poterne più, essere morto, vedere Plat che scatta sulla salita più dura del percorso, e non solo andargli dietro ma affiancarlo e superarlo, ostentando sicurezza e guardandolo come per dirgli: “Ma dove cazzo vuoi andare?”. Poi mettersi davanti sperando che lui non comprenda il tuo gioco... Per giocartela in volata dove sai di avere qualche chance perché sei scattante e perché per venti secondi la fatica non esiste, la sopporti. Sei scaltro, lo sei diventato con gli anni: sai valutare bene quando è il momento di partire e quando di stare fermi, hai sviluppato un talento più creativo che muscolare e magari sul traguardo la gara la vinci tu anche se avrebbe dovuto vincerla quell’altro. Tutto questo pippero per dire che quando sono tornato a correre l’incrocio magico probabilmente era passato…
Da quando ho avuto l’incidente mi basta poco per sorprendere qualcuno... Mi lusinga scrivano “che fenomeno Zanardi”, ma obiettivamente non sono mai cascato nella trappola di pensare che ciò che ho fatto in questi anni sia miracoloso, e riconoscere che anche altri siano stati capaci di imprese simili o migliori delle mie è, oltre che un atto dovuto, lo stimolo per ritentare.
***
L’uomo che visse mille volte: trionfi, incidenti, rinascite di una leggenda
I NUMERI 16 OPERAZIONI, 7 INFARTI, 4 ORI OLIMPICI E 12 MONDIALI
3 May 2026 - Il Fatto Quotidiano
Leonardo Coen
Credo che il bolognese Alessandro “Alex” Zanardi sia un “Giusto dello Sport”, onorato in tutte le straordinarie vite che ha vissuto: la prima da campione automobilistico capace di rimonte incredibili, fossero quelle in Formula Uno (44 Gran Premi per Jordan, Minardi, Lotus e Williams) o nella Indy Car made in Usa, il campionato Cart vinto due volte, nel 1997 e nel 1998. Nelle altre vite, Alex ha dimostrato che si può continuare a vincere anche senza gambe, una lezione indimenticabile e struggente, diventando alfiere della causa di atleti in situazione di handicap. Sorridente. Spericolato. Impavido. Mai domo.
Aveva quasi 35 anni quando il 15 settembre del 2001, in Germania, sul circuito di Lausitzring, durante una gara Cart, una macchia d’olio lo fa sbandare all’uscita della corsia dei box. Testacoda. Alex Tagliani, un canadese, lo centra in pieno. Lo estraggono dai rottami. Le gambe, brandelli di carne. È in coma. Ha perso quasi tutto il sangue. L’elicottero lo porta all’ospedale di Berlino, dove gliele amputano. L’amico medico Carlo Costa dirà che ha fatto riscrivere i parametri Nasa. Quelli che stabilivano l’impossibilità di sopravvivere dopo otto arresti cardiaci. Sopporterà altre quindici operazioni.
Ma Alex rifiuta di porre fine alla sua carriera: “La vita non ha senso senza sfide”, dice a Dario Torromeo, l’ha aiutato la “flessibilità mentale delle persone che come me nella loro vita devono affrontare in modo continuativo ostacoli che per i normodotati non sono tali, per cui alla fine vai a sviluppare doti che tutti abbiamo ma che restano nascoste perché non ne abbiamo bisogno”. Si allena per diventare paralimpico del ciclismo. Nel frattempo, ritorna in pista, su auto adattate per lui, primo pilota di F1 con disabilità: la Bmw Sauber adatta una monoposto, e Zanardi utilizza protesi speciali. Alex va come una scheggia, però non è la velocità il significato dell’impresa, quanto il fatto che sia stata possibile. L’asticella dei sogni spostata sempre più in alto.
Il messaggio contagia il mondo: Alex trasmette forza, grinta e gioia di vivere. Si batte contro il conformismo e i pregiudizi che nello sport sono malattie insidiose, diventa “fonte d’ispirazione sia sul piano umano che sportivo”, sottolinea Stefano Domenicali, il patron della F1. Ai Giochi Olimpici di Londra (2012) e a quelli di Rio de Janeiro (2016) conquista quattro ori e due argenti nelle gare di paraciclismo, ai mondiali fa razzia: ben 12 ori. Partecipa alla maratona di New York con record, gareggia all’ironman delle Hawaii (nel 2015 è 167esimo su 2.367 concorrenti!), ma il destino, maledetto e baro, ha in serbo ancora una nuova beffa: nel 2020 si scontra contro un camion mentre partecipa a una staffetta di beneficenza di paraciclismo in Toscana; è gravemente ferito alla testa, però pure stavolta riesce a riemergere dal tunnel della paura e del dolore, insegnandoci a non arrenderci mai. Sino al primo maggio, quando ci ha lasciato a 59 anni e mezzo. L’immaginiamo, affrontando la morte coll’indimenticabile sorriso: “Prima o poi ci tocca”, mi disse una volta. Era il 2006, ai Giochi paralimpici di Torino.
Commenti
Posta un commento