SUPEREROE


Si è spento a 59 anni il 1° maggio, come Senna. La Formula 1, lo schianto del 2001 in cui perse le gambe, i trionfi paralimpici Nel 2020 l’incidente in handbike

"Quando in una gara ti accorgi di avere dato tutto, 
tieni duro altri 5 secondi"
   - Alex Zanardi sulla “sua” regola dei 5 secondi 

3 mag 2026 - La Gazzetta dello Sport
di ARRIGONI, BERGONZI, CANFORA, MIGLIO, SCOGNAMIGLIO
Intervento di CASSANI
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LA FAMIGLIA 
Mamma Anna era camiciaia, papà Dino faceva l’idraulico: il piccolo Sandrino era cresciuto con il mito di Villeneuve 

L’EREDITÀ 
In breve tempo era diventato una fonte di ispirazione: il suo sorriso ha allargato anche le nostre vite

Un pilota dalla vita sempre al limite Lo schianto e le gambe amputate poi gli ori paralimpici e l’incidente in bici contro un Tir Si è spento il 1° maggio come Senna Tutta l’Italia si commuove Alex resta un sorriso ironico e contagioso. Uno sguardo illuminato e temerario sulla gente e sulle cose. Resta un uomo che ha vissuto una, due, tre... mille vite e non ha mai avuto paura di imboccare una curva, oltre quelli che noi umani riteniamo i limiti. Per lui, i limiti erano semmai il punto di partenza di una nuova avventura. Lo ha fatto in bici, in auto e poi ancora in carrozzina. Si è spento all’ombra dell’ultimo sole del primo maggio: come Ayrton Senna, il pilota che amava. Alex si è assopito, per sempre, a 59 anni, accanto a Daniela, la compagna di tutte le sue, straordinarie, vite, e Niccolò, il figlio per il quale non voleva essere né un guru né un supereroe, ma un normale papà. Ci ha lasciato un Gigante del nostro tempo, un uomo capace di trasformare i problemi in opportunità, e di moltiplicare i sogni.Alex Zanardi aveva 59 anni, è stato pilota automobilistico e paraciclista

Senza lussi

Prima campione dello sport col motore e poi, dopo l’incidente del 15 settembre 2001 nel quale perse entrambe le gambe, era diventato il più vincente e popolare dei campioni paralimpici. Ma il 19 giugno 2020 si era scontrato contro un camion, con la sua handbike, durante una staffetta per benefica nella zona di Pienza. E da 6 anni pedalava in un suo mondo a parte fino a quell’ultima curva del primo maggio. Alex era nato a Bologna il 23 ottobre del 1966 da una famiglia senza lussi e senza stenti. Mamma Anna faceva la camiciaia, papà Dino l’idraulico. Si trasferiscono a Castel Maggiore e lì al piccolo Sandrino esplode la passione per lo sport dei motori. Cresce col mito di Gilles Villeneuve, il pilota della Ferrari, senza freni e senza paura. I suoi sogni li mette su un kart, e poi segue la trafila motoristica per approdare alla sfavillante Formula 1. Alex guida in una quarantina di Gran Premi con la Minardi, la Jordan e la Lotus tra il 1991 e il ‘94 prima del “secondo giro” con la Williams nel 1999. In mezzo ci sono i successi a stelle e strisce nella Formula Cart. È campione nel 1997 e nel ‘98 nella scuderia di Chip Ganassi. La sua prima vita col motore, e con le gambe, finisce nello spaventoso incidente del settembre 2001, nel corso del campionato Cart al Lausitzring, in Germania. L’auto di Zanardi, all’uscita dai box, perde il controllo e viene centrata in pieno da quella del pilota Alex Tagliani. Finisce all’ospedale con un litro, su cinque, di sangue. Dopo 16 operazioni chirurgiche, l’amputazione delle gambe, 7 arresti cardiaci e un’estrema unzione... Zanardi si risveglia rinato. «Non pensai alla metà di me che avevo perso... ma alla metà che mi era rimasta», ha raccontato Alex nella sua biografia, scritta con l’aiuto dell’amico Gianluca Gasparini, con il quale ha pubblicato anche “Volevo solo pedalare, ma sono inciampato in una seconda vita”, nel 2016. È successo che rispondendo a un invito degli amici della Barilla, Zanardi andò alla maratona di New York 2007 per “pedalare” con le mani su una handbike recuperata da una vecchia bici di Franco Ballerini, il vincitore di due Roubaix e grande c.t. azzurro del ciclismo, morto nel 2010 per un incidente in un rally. Con zero o quasi preparazione arrivò quarto e fu l’alba della nuova sfida che lo ha portato a conquistare quatto ori paralimpici (due a Londra 2012 e due a Rio 2016) e una dozzina di mondiali. E per non farsi mancare nulla, Alex ha vinto anche l’Ironman di categoria.

Leggenda

In pochissimo è diventato leggenda degli atleti paralimpici e fonte di ispirazione per tutti (si sono moltiplicati) quelli che si sono concessi una nuova opportunità, a cominciare da Bebe Vio. Zanardi ha traghettato lo sport paralimpico fuori dalle paludi del pietismo e ha messo le basi per la crescita della sua popolarità. E non ha mai avuto pudore o paura di mostrarsi per come era diventato. Gli piaceva quella foto di lui ai Giochi di Londra. A terra, dopo aver vinto l’oro, con quello che restava delle sue gambe e il braccio destro che alza la handbike al cielo. Quel gesto era platealmente la confutazione del sinonimo disabilità-debolezza. Alex ripeteva semmai che “disabile” è chi non ha fiducia in se stesso.

Liturgia

Zanardi è stato un “maestro” ma rifuggiva, anzi combatteva contro la liturgia dell’uomo perfetto, contro ogni forma di retorica. Piuttosto, si sentiva clamorosamente vulnerabile e lottava con tenacia parente della testardaggine per migliorare ogni dettaglio della sua preparazione atletica e delle sue “macchine” passando ore nell’officina laboratorio della sua residenza, il suo porto quieto a Noventa Padovana. Zanardi portava la sua storia per il mondo raccontando anche la parabola dei “cinque secondi”, quelli che devi contare quando pensi di essere già al limite delle tue forze. «Non devi mollare e devi trovare nel serbatoio della riserva quei 5 secondi di sforzo in più, che magari fanno la differenza...». Di cinque secondi in cinque secondi, Alex è arrivato fin sulla soglia dei 60 anni fino all’ombra dell’ultimo sole del primo maggio. Ciao Sandrino da Castel Maggiore, ciao campione speciale, il tuo sorriso (sempre e comunque!) ha allargato anche i giorni delle nostre vite.

***

Un cuore grande 
Sapeva guardare a quello che aveva

Ci restano i suoi messaggi, i suoi esempi, la sua ironia Aveva la capacità di giocare sulle proprie difficoltà

3 May 2026 - La Gazzetta dello Sport
di DAVIDE CASSANI ex ct del ciclismo

Quando ero con Alex Zanardi la mia attenzione non cadeva su quella parte del corpo che non c’era, ma su tutto quello che riusciva a trasmettere, anche solo con un semplice sorriso. Mi ha sempre colpito una cosa di Alex: il suo ottimismo, la sua voglia di vivere pensando ai propri obbiettivi ma anche e soprattutto, dopo l’incidente del 2001, a quelli di altre persone che stavano vivendo le sue stesse difficoltà.

Fino al 15 settembre del 2001 Alex era un pilota. La formula Uno non gli ha mai dato grandi soddisfazioni, nel senso che non è mai riuscito ad avere la macchina giusta per esprimere il proprio potenziale. Ma a un certo punto è emigrato negli Stati Uniti vincendo due titoli mondiali in Formula Cart. Tornò in Formula Uno nel 1999 ma la Williams era molto lontana dalle monoposto migliori.

Il 15 settembre 2001 al Lausitzring, in Germania, Alex stava per tornare a vincere una gara di Formula Cart. Mancavano 13 giri quando perse il controllo della sua vettura, si intraversò, venne colpito dalla monoposto di Alex Tagliani lanciata a 320 km orari. Quindici operazioni, alcuni giorni in coma, la perdita delle gambe, la lunga rieducazione. A un anno dall’incidente, Alex tornò al Lausitzring per fare quei 13 giri finali. Non fu una passerella, il tempo fatto registrare fu di assoluto rilievo, gli sarebbe valso il quinto posto nella griglia di partenza della corsa del giorno dopo.

Il mio Alex, quello che ho conosciuto, è quello della sua seconda vita: Zanardi parte seconda, che non è il sequel di un film di successo ma il successo di un uomo che da pilota diventa corridore, da star a simbolo di forza d’animo. Scopre la handbike per caso. Nel 2007, a un Autogrill, incontra Vittorio Podestà, campione italiano e mondiale di paraciclismo ed è incuriosito da quello che vede sul tetto della sua macchina, un mezzo sconosciuto per lui, una handbike. Alex conosce Vittorio, gli fa mille domande, vuole sapere tutto di quel mezzo e decide che il paraciclismo sarà il suo prossimo sport. Quel giorno nasce una vera amicizia tra i due e anche la condivisione di vittorie mondiali e olimpiche.

Ma se chiudo gli occhi e penso ad Alex, la prima cosa che vedo sono i suoi occhi buoni, il suo sorriso contagioso, il suo spirito combattivo, la sua autoironia: «Sono talmente emozionato che mi tremano le gambe» usava dire nei momenti belli delle sue vittorie. O la volta che raccontava di quella caduta in discesa. Un signore corse per soccorrerlo e quando lo vide rimase senza parole. Alex era a terra dolorante ma quando vide il volto del signore terrorizzato si sentì in dovere di dirgli: «Signore, tranquillo, le gambe non le avevo neanche prima di questa caduta». Aveva questa grande capacità di mettere tutti a proprio agio giocando sulle proprie difficoltà, che non considerava tali. Diceva sempre: «Sono proprio fortunato nella mia vita, perché gioisco di tutto quello che ho e di tutto quello che posso fare». Non guardava a quello che mancava, ma a quello che aveva. E chi lo ha conosciuto lo ha apprezzato anche e soprattutto per il suo cuore, grande, forte, sensibile, amorevole. Non era solo un grande atleta capace di vincere tutto ciò che si poteva vincere, ma una fonte di ispirazione. Storica la sua regola dei cinque secondi: «Se sei a tutta, non hai più nulla da dare, stai per mollare… non lo fare, tieni duro altri cinque secondi. Sì, solo cinque secondi, perché il tuo avversario potrebbe cedere ma soprattutto tu riuscirai a superare il tuo limite e solo così vincerai nella vita».

Mentre scrivo queste parole mi viene da piangere, vedo Alex all’Ironman alle Hawaii, alla maratona delle Dolomiti dove soffriva in salita e poi ti ridicolizzava in discesa; su una sedia a raccontarsi davanti a centinaia di ragazzi e ragazze, muti come pesci ad ascoltare le sue parole; a sistemare la sua handbike con le sue invenzioni per renderla sempre più performante; a parlare con la moglie Daniela, che lo accompagnava in tutti i progetti come Obiettivo 3, cioè reclutare formare, allenare, sostenere persone con disabilità che volevano avvicinarsi allo sport paralimpico e portarne alcune alle Olimpiadi.

Alex venerdì è salito in cielo lasciando un vuoto incolmabile. Ma di lui resta tutto quello che ha fatto. E non parlo delle quattro medaglie d’oro olimpiche, le dodici maglie iridate e i titoli mondiali in formula Cart. No, parlo dei messaggi che ci ha lasciato, delle sue parole, i suoi esempi, le sue azioni. E ogni volta che avrò un piccolo problema, che mi mancherà qualcosa, penserò ad Alex Zanardi da Castel Maggiore, perché mi ha fatto capire che nella vita bisogna pensare a tutto quello che si ha e non a quello che ci manca. E lui, ci mancherà tantissimo. 

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