Il pilota senza gambe che ha mostrato al mondo com'è possibile rialzarsi


Ha dimostrato che serve agire, non restare immobili: 
"La vita è come il caffè: non basta mettere lo zucchero, devi girare il cucchiaino" 
Alex Zanardi esulta sollevando l'handbike dopo aver 
vinto uno dei due ori alle Paralimpiadi di Londra 2012.

Zanardi ha riparato il destino senza mai cedere ad altri il volante. 
Ciampi preoccupato lo pregò: "Si voglia un po' di bene"

EMANUELA AUDISIO
La Repubblica - Domenica 3 Maggio 2026
Pagina 4

Come Ayrton, il suo idolo. Se n'è andato il Primo maggio. A quasi 60 anni. E proprio Senna nel 1993 a Spa in Belgio l'aveva aiutato ad attraversare la pista dopo un brutto incidente. Alex Zanardi aveva centrato a 270 chilometri orari il guard-rail. L'anno dopo a Imola era morto Senna. E Alex con poco aveva detto tutto. «Siamo esseri piccoli e insignificanti, penso che esista qualcuno più in alto di noi e qualcosa dopo di noi».

Però si sbagliava. Perché Zanardi da Castel Maggiore, quello che non riesce a ritirare in negozio il primo kart della sua vita perché è il 2 agosto 1980, il giorno della strage alla stazione di Bologna e la città è piena di posti di blocco, quello che a 20 anni preleva tutti i soldi che ha (70 milioni di vecchie lire) per pagarsi la prima stagione di corse, lui che ha un papà idraulico e una mamma camiciaia, non è stato né piccolo né insignificante. Il pilota senza gambe resterà nelle nostre vite: non solo per come ha guidato su tre e quattro ruote, ma per come ha corso nella sua esistenza, senza mai lasciare il volante agli altri, mettendosi da solo a riparare il suo destino. Da uomo dimezzato a campione raddoppiato (maratona, granfondo, Ironman e altro). Famosissimo, una stella anche all'estero.

Da corpo senza più scelte a Superman dell'handbike, 4 ori e 2 argenti paralimpici, 12 titoli mondiali su strada, facendo anche un pensiero alle Paralimpiadi Invernali (gli piaceva sciare). Per dimostrare a tutti che quando il futuro sembra fratturato c'è sempre un modo per rimettersi in piedi. Lui che nel 2001 a 33 anni, quattro giorni dopo il crollo delle Torri Gemelle, sulla pista tedesca del Lausitzring quando è in testa al 13° giro, viene centrato dal canadese Tagliani che gli arriva dentro a 320 chilometri all'ora. Il padre cappellano usa l'olio del motore per dargli l'estrema unzione.

Alex arriva in ospedale con meno di due litri di sangue in corpo, poi 16 operazioni, 7 arresti cardiaci, la doppia amputazione. È ufficialmente disabile, un corpo da scartare, ma lui costringe lo sport a cambiare visione, lo sfida, ridimensiona la parola impossibile, mostra a tutti che è meglio guardare a quello che si ha e non a quello che non c'è più. Pazienza per le gambe, restano testa, cuore, fegato, polmoni. E le protesi o la carrozzina non sono oggetti vergognosi, da nascondere, ma mezzi che aiutano a rimettersi in strada. E a essere nuovamente imprendibili. Perché Alex era davvero ostinato. «Io sono drogato di sport, di sfide, se c'è da aprire un barattolo che resiste, per me diventa subito un braccio di ferro con il coperchio. Il mio amico Paolo Barilla dice che ho una testa da kaizen. Che non vuol dire testa di cavolo, anche se, per carità, ci starebbe. È l'unione di due parole: kai, cambiamento, e zen, miglioramento. Mi ci ritrovo. Sulla mia tomba vorrei fosse scritto: aveva la testa più dura del marmo di questa lapide».

Prima di Kimi Antonelli, il ragazzo della via Emilia, è stato lui. Non un rampollo della borghesia. «Sono sempre stato un ficcanaso dei motori, andavo dai ferrivecchi in cerca dei Mosquito dismessi e poi pasticciavo in garage. Il primo go-kart me lo sono costruito da solo, con dei tubi da mezzo pollice che papà teneva a casa, più quattro ruote rubate a un cassonetto dell'immondizia. Oggi i ragazzi hanno tutto e non si godono niente, noi il motorino lo ereditavamo e nessuno per questo si sentiva emarginato». Faceva tenerezza sentirlo parlare del padre Dino. «Quando nel '91 al GP di Spagna a Barcellona sostituii Schumacher alla Jordan pregai papà di restare a casa, ma lui arrivò di nascosto, si arrampicò su una rete alta sette metri e si mise ad agitare le braccia. Arrivai nono, lo vidi, mi sorpresi, perché era la mia voce a dire: papà ti voglio bene».

Alex viaggiava sempre su macchine sportivissime, con comandi omologati. Era lucido, rifiutava la compassione, scherzava sulla retorica. «Quando si cade si è sempre più simpatici, la gente ti concede compassione, ammirazione, stima. Sei finalmente nelle loro mani. Non sono l'unico al mondo a soffrire e non voglio essere un simbolo, sono solo un tipo che non si scoraggia e che nei momenti difficili non mette la retromarcia, ma possibilmente accelera».

Su quel possibilmente bisognava capirsi. Quando lo nominarono Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica, il presidente Ciampi lesse la menzione, poi mise da parte i fogli andò verso di lui, lo accarezzò e gli disse: «Lei è un faro per i giovani, e non solo per loro. Ma la prego, Zanardi, d'ora in avanti si voglia un po' di bene». Forse Ciampi aveva parlato a nome di Daniela, la moglie di Alex, sempre al suo fianco e del figlio Niccolò che ora ha 28 anni. Sulla testardaggine di Zanardi non c'erano dubbi: «Sulla mia tomba vorrei fosse scritto: aveva la testa più dura del marmo di questa lapide».

Quando Oscar Pistorius nel 2013, con quattro spari nella notte, smise di essere l'eroe del mondo paralimpico e olimpico per diventare solo un assassino, fu Alex Zanardi (con Bebe Vio) a non far tramontare l'interesse verso chi era stato ferito dalla vita. Lo capì anche lui: «Sulla mia handbike c'è mezza Italia che spinge con me. Sento che la gente mi vuole bene, ma non ho fatto niente di speciale, ho preso la bicicletta e ho pedalato». Era un'iniziativa benefica quella Grande Staffetta di Obiettivo3 che a giugno del 2020 voleva riunire l'Italia dopo il lockdown. Alex era felice e aveva appena detto: «Questo è il più bel giorno della mia vita». Poi sulla Statale 146 per Pienza lo scontro frontale contro un Tir al chilometro 39. Il terribile referto: «Fracasso facciale». E il suo ricovero su cui con estrema discrezione ha sempre vigilato Daniela (mai uscita una voce). E tutti noi a pensare: ma perché la vita è così carogna? Perché se la prende in modo feroce con chi le dimostra affetto, rispetto, riconoscenza? Perché tanto accanimento contro un uomo che non ha mai cercato un colpevole per le cose andate storte e che anzi ha dimostrato che anche da imperfetti si poteva affascinare? Che ha resistito anche alla morte di una sorella, giovanissima, e alla perdita del padre che non ha fatto in tempo a godere dei successi americani del figlio in Formula Cart. Lui, Alessandro (la famiglia lo ha sempre chiamato così) una risposta se l'era data: «La vita è come il caffè, puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se lo vuoi far diventare dolce devi girare il cucchiaino». Serve agire, fare, non stare immobili. Pagare il prezzo, e guidare fino alla fine.


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