CRONACHE DAL 1946 3/4 - DE GASPERI FRA TRIESTE... E I CALCI DI TOGLIATTI


FOTO ANSA
La Costituente - Il 25 giugno 1946, la prima seduta 
dell’assemblea chiamata a scrivere la Carta

Il banco di prova del nuovo governo fu la questione giuliana: dal discorso del presidente del Consiglio alla conferenza di pace a Parigi fino al baratto (respinto) tra il maresciallo Tito e “il Migliore”

21 May 2026 - Il Fatto Quotidiano
MARCO TRAVAGLIO

Il 25 giugno è il gran giorno dell’inaugurazione dell’assemblea Costituente. Che elegge suo presidente il socialista Giuseppe Saragat. Poi il 28 giugno deve scegliere il capo provvisorio dello Stato, che sarà invece un monarchico e un meridionale per volontà del premier De Gasperi.

Meridionale per bilanciare un trentino (lui stesso) e un torinese (Saragat) ai vertici dello Stato; monarchico per riconciliare le due Italie che si sono appena scontrate al referendum. I socialisti vorrebbero Benedetto Croce, che rifiuta. De Gasperi propone Vittorio Emanuele

Orlando, che non piace alle sinistre perché troppo compromesso con la Corona. Così si ripiega su Enrico De Nicola, l’avvocato napoletano che presiedeva la Camera all’avvento del fascismo e poi si trasse in disparte. Il vecchio notabile si fa pregare per giorni e giorni, poi accetta. Lo votano tutti i partiti tranne i repubblicani e i qualunquisti (che indicano polemicamente una baronessa di Caltagirone, Ottavia Penna Buscemi). De Nicola giunge a Roma soltanto quattro giorni dopo, a bordo di una vecchia Fiat 1100 guidata da un cugino. Senza scorte né cerimonie.

La Costituente si mette all’opera per dare all’italia la Costituzione repubblicana e affida il progetto a una commissione di 75 deputati, divisa in tre sottocommissioni: una per i diritti dei cittadini presieduta da Umberto Tupini (DC), una per i lineamenti economico-sociali guidata da Gustavo Ghidini (PSIUP), una per l’ordinamento costituzionale diretta da Umberto Terracini (PCI). Intanto il 2 luglio De Gasperi si dimette nelle mani di De Nicola e prepara il nuovo governo. Dodici giorni di crisi paiono troppi al socialista Nenni, che annota scandalizzato sul diario: “(De Gasperi) ha rischiato di buttarci in una crisi senza fine”. Non sa che quella sarà una delle più brevi della storia repubblicana. Il De Gasperi-2 è un quadripartito DC-PSIUP-PCI-PRI. L’aritmetica consentirebbe anche un bicolore DC-PSIUP, ma Nenni non vuole governare contro la destra e contro i comunisti. L’alcide scarta pure un governo di centro-destra con liberali, monarchici e qualunquisti, che romperebbe il “fronte antifascista”. È meglio che l’imminente e impopolare trattato di pace porti le firme anche di Nenni e Togliatti; e che alla Costituzione lavorino anche le sinistre, che così si sentiranno obbligate a rispettarla.

Sulla politica sociale, De Gasperi placa i socialcomunisti con un “premio straordinario della Repubblica” di 3mila lire ai lavoratori con famiglia a carico e di 1.500 agli altri. Poi la spunta anche su tre ministri-chiave. Al Tesoro rimane il liberale Corbino, dimessosi dal PLI (che non entra nel governo). Agli Esteri va Nenni, che però entrerà in carica solo dopo la Conferenza di Pace, dove farà tutto De Gasperi. Alla Pubblica Istruzione i socialisti pretendono un “laico”. De Gasperi ironizza: “Non ho mai pensato di proporre un sacerdote”. E con l’avallo di Togliatti nomina il cattolico Guido Gonella.

Il nuovo governo nasce il 13 luglio con 8 democristiani, 4 socialisti, 4 comunisti, 2 repubblicani e un indipendente. Togliatti si defila per “riservarsi – spiegherà Vittorio Foa – il massimo di libertà d’azione, attraverso l’azione di massa e di organizzazioni sindacali”. È la politica del “doppio binario”, al governo a Roma, all’opposizione nelle piazze, che caratterizzerà il PCI fino al maggio 1947, quando De Gasperi scaricherà le sinistre e varerà il “centrismo”.

Il primo banco di prova è la questione giuliana. Già nel maggio 1945, quando Tito ha occupato parte della Venezia Giulia in barba agli accordi con gli anglo-americani, Togliatti aveva invitato le popolazioni ad “accogliere le truppe di Tito come liberatrici”. Ora, dal 25 aprile 1946, sono riuniti a Parigi i ministri degli Esteri delle potenze vincitrici (USA, URSS, Inghilterra e Francia) per sciogliere i nodi territoriali e il sovietico Molotov, d’intesa con il vicepresidente jugoslavo Kardelj, chiede che la Venezia Giulia venga annessa in blocco alla Jugoslavia. Il 21 luglio si apre, sempre a Parigi, la Conferenza di pace. De Gasperi parla il 10 agosto, davanti ai 1500 rappresentanti di 21 Paesi, quando ormai tutti accettano la proposta francese che toglie Trieste all’italia. Il suo tono è grave: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex-nemico, che mi fa considerare imputato, e l’esser citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni...”. Poi critica la proposta francese, che “aggiudica l’81 per cento della Venezia Giulia alla Jugoslavia”, “fa torto all’italia rinnegando la linea etnica” e “abbandona alla Jugoslavia la zona di Parenzo-Pola senza ricordare la Carta Atlantica che riconosce alle popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali”. Con quel discorso pieno di dignità, De Gasperi fa breccia fra gli alleati. Il segretario di Stato USA, Byrnes, si alza dal suo scanno e va a stringergli la mano. Ma il sovietico Viscinski gli ribatte a muso duro: “Non è vero che Trieste sia italiana. Trieste è stata fondata dagli slavi... Non è vero che l’esercito italiano ha abbattuto l’impero austro-ungarico, che fu vinto dai russi... Anzi, tutti sanno che gli italiani sono molto più bravi a scappare che a combattere”. Poche ore dopo, quando la delegazione italiana chiede all’ambasciata sovietica il testo del discorso, la frase finale è già stata cancellata.

Alla fine l’italia perderà l’intera penisola istriana e tre grandi città a maggioranza italiana: Pola, Fiume e Zara, lasciando al di là della frontiera quasi 180 mila nostri connazionali; il “Territorio Libero di Trieste” (a schiacciante maggioranza italiana) dovrà restare sotto controllo dell’ONU.

Ma il 7 novembre Togliatti, di ritorno da Belgrado, si autointervista sull’unità: “Il Maresciallo Tito mi ha dichiarato di esser disposto ad acconsentire che Trieste appartenga all’italia, qualora l’italia consenta a lasciare alla Jugoslavia Gorizia”. Ma gli alleati reagiscono sdegnati e il governo respinge a maggioranza il baratto di una città italiana con un’altra città italiana. Togliatti, scaricato anche da Nenni, perde il controllo e verga un articolo di fuoco contro De Gasperi (“La politica dei calci nel sedere”): “Lui non ha barattato nulla, ma ha perduto tutto, eccetto l’umiliante carezza sul dorso ricurvo dal compassionevole ministro Byrnes”. Il Popolo, organo della DC, ribatte che Togliatti è rimasto il portaordini di Stalin. E questi accusa De Gasperi di aver volutamente ritardato il rientro dei prigionieri italiani dalla Jugoslavia. La crisi di governo è scongiurata in extremis dal ministro comunista Scoccimarro, che ritratta le parole del capo. Le altre clausole del trattato di pace (che sarà firmato solo il 10 febbraio 1947) prevedono la cessione di Briga e Tenda alla Francia e la rinuncia a tutte le colonie d’oltremare: Dodecanneso, Albania, Etiopia, Eritrea, Somalia, Libia. E di 360 milioni di dollari di riparazioni, di cui 100 all’urss e 125 alla Jugoslavia. USA, Francia e Inghilterra non pretendono riparazioni, anzi gli angloamericani rimborsano all’italia una parte delle spese di occupazione. L’alto Adige, rivendicato dall’austria, rimane all’italia, ma con un’autonomia speciale.

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