LIPSIA - TUTTI CONTRO RB
Ufficialmente si definisce “Rasen Ballsport” (palla su prato), invece si tratta del marchio della “Red Bull” che ha rilevato il club nel 2009 in quinta divisione e l’ha portato in Bundesliga battendo record e... divieti. E ora fa paura
MATESCHITZ HA SFORATO IL 50% E... MESSO LE ALI
COSÌ ZENTRALSTADION È DIVENTATO RED BULL ARENA
DA 2 ANNI CONTENDE AL BAYERN LA PALMA
DI CLUB PIÙ ODIATO DI TUTTA LA GERMANIA
di ALEC CORDOLCINI
Guerin Sportivo © - n. 8/agosto 2016
Da Lipsia passa la storia del calcio tedesco, e anche un pezzo di quella della Germania. La città più settentrionale della Sassonia può infatti vantare la conquista del primo titolo nazionale del Paese, arrivato nel 1903 dopo una vittoria del Lipsia sull'FC Praga (all’epoca i territori della Cechia appartenevano all’impero germanico), e proprio in virtù di questo dominio calcistico (altri titoli sarebbero arrivati nel 1906 e nel 1913) fu scelta come sede per la fondazione della DFB, la Federcalcio tedesca. Sempre a Lipsia fu stabilito il primato – tuttora imbattuto - del più alto numero di spettatori (110mila) per una partita di calcio nella storia del Paese, anche se quel pomeriggio del 16 giugno 1957 allo Zentralstadion contro la Cecoslovacchia scese in campo solo una parte di Germania, quella dell’Est. Era l’epoca della divisione, anche se il simbolo della frattura, il Muro di Berlino, sarebbe sorto solo quattro anni dopo. Nella DDR, Lipsia arrivò a un passo dal titolo europeo, perdendo nel 1987 la finale di Coppa delle Coppe contro l’Ajax, punita da un gol dell’astro nascente del calcio oranje Marco van Basten.
Seconda più grande città dopo Berlino della defunta DDR, nell’ex comunista Lipsia oggi di rosso sono rimasti solo i tori della Red Bull di Dietrich Mateschitz, il businessman austriaco che nel 2009 ha acquistato la squadra di calcio locale, finita nei bassifondi del calcio tedesco, per trasformarla nel terzo pilastro di un network pallonaro che include già i Red Bull New York e il Red Bull Salisburgo. Mateschitz si è dichiarato attratto dalle potenzialità offerte da un club che, pur caduto nelle divisioni inferiori (al momento del suo acquisto militava nella NOFV-Oberliga Süd, quinto livello del calcio tedesco), disputava le proprie partite in uno stadio Mondiale, che a Germania 2006 era stato teatro di cinque partite. Bastava insomma mettergli le ali, così lo Zentralstadion è diventato la Red Bull Arena, impianto capace di contenere 40mila spettatori, come avvenuto nel 2013 nell’incontro decisivo per la promozione in Dritte Liga. Mai in Germania una partita di quarta divisione aveva attirato così tanto pubblico. La grande scalata verso la Bundesliga si è conclusa a maggio, con il RB Lipsia classificatosi secondo in Zweite Liga alle spalle del Friburgo, e direttamente promosso.
A sinistra, il saluto del Lipsia ai suoi tifosi dopo la grande impresa.
Sopra: il difensore Marvin Compper, 31 anni. In alto: la mezzala Emil Forsberg (24). A destra: il tecnico Ralf Rangnick (58) che resta come ds.
Sotto: il nuovo allenatore Ralph Hasenhüttl (48)
Negli ultimi due anni il RB Lipsia ha conteso al Bayern Monaco la palma di club più odiato di tutta la Germania. Se però l’antipatia nei confronti dei bavaresi affonda le proprie radici nel dominio pressoché assoluto esercitato sul calcio del proprio Paese, quella per la squadra di Lipsia è di natura ideologica. Business contro tradizioni, l’eterna lotta all’interno del calcio moderno. La squadra di Mateschitz è accusata di violare uno delle regole più sacre del calcio tedesco, anche se in vigore esclusivamente per la Bundesliga: il 50+1, che prevede il divieto per un singolo investitore di detenere più del 50% delle quote societarie. Inoltre, alle società è vietato inserire nella propria ragione sociale il nome di uno sponsor. Ostacoli che Mateschitz ha aggirato con facilità. RB Lipsia significa ufficialmente Rasen Ballsport (letteralmente “sport della palla su prato”) e non Red Bull, mentre le quote societarie sono state messe in vendita a 800 euro l’una e subito acquistate da uno sparuto gruppo di persone legate allo sponsor. Il Bayern Monaco, tanto per fare un esempio, conta 225mila membri e il 73% delle azioni è in mano ai tifosi, mentre gli azionisti del RB Lipsia sono 11, sempre gli stessi dal 2009. Poi c’è stata la questione del logo: non potendo sostituirlo con il marchio Red Bull, l’azienda ha preso i due tori rossi, ci ha messo in mezzo un pallone e la questione è stata risolta.
Le controverse operazioni della Red Bull hanno scatenato la rivolta delle tifoserie di Bundesliga e Zeite Liga, e nelle ultime stagioni le iniziative di boicottaggio si sono susseguite a gran ritmo. A Dusseldorf l’ingresso dei giocatori nello stadio è stato accolto con le canzoni Money Money degli Abba e Kauf Mich (“Comprami”) della punk band tedesca Die Toten Hosen, mentre i tifosi locali indossavano cappucci neri per “non vedere”. A Berlino sono stati distribuiti migliaia di volantini contro “gli assassini del calcio”, mentre a Monaco c’è stata una mobilitazione contro “il calcio di plastica” chiusa dal mega-striscione “Bullen Raus”. Il club fa paura non solo perché pieno di soldi, ma anche in quanto sembra sapere come spenderli. Niente campioni strapagati modello-Anzhi, ma investimenti in strutture iper-moderne e nel vivaio. In cinque anni è stato costruito un nuovo centro sportivo, mentre la campagna acquisti più importante non è avvenuta in campo (dove sono stati acquistati quasi esclusivamente giovani talenti, tedeschi e stranieri) ma nella struttura societaria. Sono arrivati manager di esperienza quali Oliver Mintzlaff, ex podista diventato direttore marketing della Puma, e Ulrich Wolter, organizzatore del Mondiali di calcio femminile di Germania 2011, più l’ex allenatore Ralf Rangnick come direttore sportivo. Il primo club dell’ex DDR a militare in Bundesliga dal 2009, anno della retrocessione dell’Energie Cottbus, ha scelto il basso profilo anche in panchina ingaggiando Ralph Hasenhüttl, autore del miracolo-Ingolstadt. Tra le poche voci fuori del coro anti-RB Lipsia c’è stata quella di Karl-Heinz Rummenigge, dirigente del Bayern: «Diamo loro il benvenuto, più squadre forti ci sono, meglio è per tutti».
ALEC CORDOLCINI
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MULTINAZIONALI IN BUNDESLIGA
Volkswagen, Audi, Bayer, Red Bull: la Bundesliga è sempre più una Business-Liga. Se Bayer Leverkusen e Wolfsburg sono nate come squadre aziendali rispettivamente di Bayer e Volkswagen (che oggi controlla i Lupi attraverso la Autovision GmbH, società controllata al 100% dalla casa del Maggiolino), e pertanto costituiscono un’eccezione alla "regola del 50+1", il boom del calcio tedesco negli ultimi anni ha attirato sempre più multinazionali.
Tre sono socie di minoranza del Bayern Monaco, tutte in possesso dell’8,33% delle quote: adidas, Allianz e Audi.
Quest’ultima è azionista di minoranza anche dell’Ingolstadt, di cui detiene il 19,4% attraverso la Quattro GmbH, società controllata al 100% dalla casa dei quattro cerchi.
L’Hoffenheim per contro può contare sui fondi del magnate Dietmar Hopp, co-fondatore della SAP, multinazionale del software.
Anche altre piccole quali Darmstadt e Augsburg dormono sonni tranquilli grazie al Gruppo Merck, azienda chimica e farmaceutica, e alla Kuka Robotics, multinazionale produttrice di robot e soluzioni per l’automazione industriale.
Più oscuro il rapporto tra Schalke 04 e Gazprom, ufficialmente solo una normale sponsorizzazione, ma circolano voci di forti ingerenze nella conduzione del club.
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