“Nouvelle Vague”: quanta nostalgia, sciccheria e scazzi


Richard Linklater
Nouvelle Vague

I gossip di Linklater su Godard rosicone e Rossellini scroccone

28 Feb 2026 - Il Fatto Quotidiano
Federico Pontiggia

Se il miglior modo per comprendersi è farsi vedere da uno bravo, il miglior modo per celebrarsi è farsi guardare da uno bravo. Così accade con Nouvelle Vague, mitopoiesi midcult che i cugini d’oltralpe hanno affidato a un americano, Richard Linklater, noto ai più per la saga amorosa Prima dell’alba.

Apriamo parentesi, il film arriva nelle nostre sale giovedì con Lucky Red, la gloriosa società fondata nel 1987 da Andrea Occhipinti, che proprio ai francesi è appena passata di mano: per 26,6 milioni di euro il 51% se l’è assicurato Vivendi, il conglomerato di Vincent Bolloré, attraverso la controllata Studio Canal.

Nessuno stupore, siamo terra di conquista audiovisiva, il sovranismo davvero non abita qui, e nemmeno sorprende che di mezzo ci siano i galletti, abituati a far spesa grossa appena superata Ventimiglia. La Nouvelle Vague che fu poetico-stilistica oggi è produttivo-distributiva, e bagna tutta l’Europa, e oltre: basti considerare quante coproduzioni, quante vendite all’estero e quale primazia festivaliera il cinema francese si riservi. Con ovvie ricadute sull’immaginario, e sulla costruzione – e distruzione – dell’identità: questione di soft power.

Intanto, che cosa visualizziamo quando parliamo di Nouvelle Vague? Probabilmente, Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg sugli Champs-Élysées o l’Antoine Doinel di Truffaut, icone della “Nuova Onda” che più di sessant’anni fa cambiò il cinema per come lo conosciamo.

Manifestamente scelto per l’internazionalità della materia, Linklater va dritto per dritto ma con apprezzabile sprezzatura a bearsi della grandeur irriverente e seminale, sprezzante e dirimente dei Giovani turchi, e segnatamente contemplare genesi e scazzi, pause e riprese, raziocinio e presa differita dell’opera prima capitale Fino all’ultimo respiro (1960) di Jean-Luc Godard, incarnato da quel tipino fino di Guillaume Marbeck.

Aubry Dullin per Belmondo e Zoey Deutsch per Seberg, bravi, si tratta di un eterodosso, scanzonato e parimenti sornione reenactment, che stuzzicherà i cinefili meno paludati e potrà insolentire le beghine della Settima Arte. È film sul film, sicché metacinema, istruito dalle convergenze parallele tra processo creativo e lavorio collettivo, set e vita, ragione e risentimento – Godard rosicava per non aver ancora esordito, e I 400 colpi di Truffaut li aveva assai sofferti.

Dicevamo dell’identità, ovvero di quanto Nouvelle Vague si cimenti a sfotterci, fino alla lesa maestà. Annoverato quale maestro da JLG e sodali, che pendono dalle sue labbra ospitandolo ai Cahiers, Roberto Rossellini nondimeno fa qui la figura dello scroccone: prima, riempiendosi le tasche dei tramezzini del buffet; poi, chiedendo dei soldi a Godard. Sapranno i nostri cineasti o, confidiamo maggiormente, un americano ben disposto e ben pagato rispondere su schermo a cotanto affronto? All’uopo, chiederemmo senz’altro a Linklater un bel Neorealismo, cotto e mangiato per il Concorso di Venezia 2026: non merita forse la nostranissima e primigenia Vague, quella di Rossellini, De Sica, Visconti, un omaggio fighetto, una lode pop, una stele in movimento?

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