In bicicletta per correre veloce. La Nigeria cerca un’altra strada
La corruzione onnipresente, le infiltrazioni jihadiste, la povertà angosciante... Eppure un giorno capita da queste parti un marchigiano diplomato in un Istituto nautico, pioniere delle radio libere, direttore di macchina sulle rotte di mezzo mondo... e qui Giandomenico Massari inventa il ciclismo professionistico
7 Jun 2026 - Corriere della Sera / La Lettura
Da Abuja e Port Harcourt (Nigeria) ANGELO FERRACUTI
Fuori dall’aeroporto di Port Harcourt ci aspettano l’autista Sunday, pizzetto sul mento e cappellino grigio in testa, e Bitrus, un silenzioso agente federale. L’aria calda e umida è pesante, toglie il respiro. Dopo che il giovane documentarista Francesco Tavoloni ed io abbiamo sistemato le valigie e gli zaini nel bagagliaio, il fuoristrada comincia a viaggiare lungo uno stradone con uno spartitraffico nel mezzo: incrociamo i posti di blocco dei militari dagli sguardi torvi, tronchi di alberi distesi sull’asfalto, badili ammaccati ai lati della carreggiata. I soldati indossano pesanti elmetti verdi e giubbotti antiproiettile. I fucili sono in spalla. Molti rapimenti lampo avvengono proprio qui, sulla Airport Road. Lo scorso febbraio l’ingegnere Okoro Osita e un suo amico sono stati bloccati e rilasciati una settimana dopo dietro il pagamento di un riscatto di 3 milioni di naira (meno di 2 mila euro).
Per capire un po’ la Nigeria, bisogna pensare che nell’aeroporto internazionale di Abuja, la capitale del Paese — dove siamo atterrati dopo la partenza da Fiumicino e uno scalo a Casablanca — per i voli nazionali c’è un solo gate, gli imbarchi vengono effettuati uno alla volta e annunciati da un addetto ad alta voce. I controlli militari sono asfissianti, continui, e tra l’uno e l’altro c’è sempre un graduato che ti chiede: «Hai qualcosa per me?». La burocrazia nutre sempre la corruzione.
Con 220 milioni di abitanti la Nigeria è il Paese più popoloso ma anche il più povero dell’Africa: 70,92 milioni di persone vivono in condizioni di massima miseria e costituiscono l’11% dei poveri estremi del mondo, secondo l’ultimo rapporto World Poverty Clock della Banca Mondiale. Francesco e io siamo qui per girare un cortometraggio su Giandomenico Massari, il marchigiano che ha inventato il ciclismo professionistico nigeriano, da 13 anni presidente della Federazione nazionale. La sua è una storia incredibile: dopo il diploma all’Istituto nautico di Ancona, l’avventura pionieristica di Radio 102 a San Benedetto del Tronto — dove si era trasferito il padre ferroviere a causa del terremoto del 1972 —, una delle prime radio libere italiane, negli anni successivi ha viaggiato come marittimo sulle navi mercantili, continuando a studiare ingegneria.
Dopo molti anni di navigazione come direttore di macchina sui mari di mezzo mondo — Sud Corea, Londra, Australia, Stati Uniti, in particolare New Orleans, e in Amazzonia a scaricare bauxite — 35 anni fa ha deciso di accettare un lavoro stanziale e fermarsi proprio in questa città petrolifera del destino.
Lo incontriamo nella sua casa. È basso di statura e veste con l’unico abito tradizionale nero che indossa tutto l’anno, il woko, quello del popolo indigeno degli Ikwerre, di cui è chief. Gli è stato conferito il titolo di Enyioha (che significa «Amico del popolo») per il suo grande impegno sociale. Sul taschino laterale si affollano le grandi penne stilografiche colorate e il telefono cellulare. Anche gli occhiali sono neri, come il cappello di feltro, che nell’insieme lo fanno sembrare un eccentrico negromante. «Sono permanentemente in lutto», dice burbero quello che è stato un militante politico del ’68, «per tutte le ingiustizie del mondo. Adesso con Trump ancora di più». E aggiunge: «Nero come il petrolio che sta in questa zona tenebrosa della Nigeria».
Port Harcourt — un milione e 300 mila abitanti — è stata la mecca delle multinazionali occidentali che hanno avvelenato il delta del Niger prima di lasciare per sempre il Paese. Dopo lo sfruttamento petrolifero, la garden city, conosciuta per la bellezza del paesaggio tropicale, è una delle città più inquinate del mondo. Molte sono ancora le raffinerie clandestine nell’intera regione: rappresentano un fenomeno diffuso legato al furto di petrolio greggio dai condotti ufficiali, un’attività nota come oil bunkering. A Bodo, un villaggio di pescatori, tra il 2008 e il 2009 ci sono state due tra le più gravi perdite di petrolio della storia. L’ecosistema è stato completamente compromesso a causa di un problema nella manutenzione dell’oleodotto. La bonifica dell’area, cominciata solo cinque anni dopo, non ha ancora dato risultati. L’oro nero è stato la rovina delle popolazioni che vivono ancora qui, soprattutto degli Ogoni, il popolo che da trent’anni denuncia nei tribunali il disastro ambientale creato dalle trivellazioni della multinazionale Shell, sin da quando il poeta Ken Saro-Wiwa e altri otto militanti del Mosop per aver manifestato contro il colosso petrolifero furono accusati di essere i mandanti dell’omicidio di quattro capi tradizionali della comunità e, nonostante l’innocenza, condannati a morte e impiccati il 10 novembre 1995 dalla giunta militare del generale Sani Abacha. La memoria della prigionia del leader prima dell’esecuzione è anche un libro che ha fatto il giro del mondo, Un mese e un giorno. Storia del mio assassinio (BC Dalai Editore, 2010), uscito con la prefazione del premio Nobel Wole Soyinka.
«Ho deciso di costruire questa casa 7 anni fa — racconta Massari —. Era ancora un posto vivibile anche se la sicurezza già allora era compromessa. Adesso continuano i rapimenti a scopo di estorsione, non solo di bianchi. Sono armati, vengono dal nord ma sono anche di qui, è la povertà che li spinge». Infatti, per tre giorni tutti gli spostamenti li facciamo rigorosamente in auto, e ogni volta che scendiamo il poliziotto ci cammina sempre accanto, o si mette davanti a noi facendoci da scudo, soprattutto quando Francesco filma scene di vita quotidiana con la telecamera, o s’avventura lungo vie trafficatissime con venditori di ogni mercanzia ai lati. Proprio in questi giorni sono stati licenziati cinque ispettori di polizia accusati di cospirazione, rapina a mano armata, estorsione e rapimento.
A Ogoniland, quarantacinque minuti dalla città, non si può andare, «può essere molto pericoloso», alla tomba di Saro-Wiwa neanche a parlarne, «ai mercati meglio di no», ripete la guardia del corpo, e mai per strada da soli. Lui, comunque, è in contatto via radio con la centrale di polizia, durante i nostri spostamenti s’informa che i luoghi che visitiamo siano tranquilli. Così le nostre tradotte quotidiane consentite a bordo del fuoristrada sono dalla casa di Massari all’albergo, meno di un chilometro, o in direzione della sede della compagnia nigeriana specializzata in servizi elettrici ed elettronici dove lavora come general manager, la Danelec Limited.
Tutto il resto del tempo lo passiamo in albergo, dove siamo gli unici clienti bianchi, oltretutto senza wi-fi. Fortuna che c’è il bar all’aperto con piscina dove servono birra ghiacciata: Francesco ed io ci rifugiamo lì al ritorno nel tardo pomeriggio.
Nel soggiorno del suo appartamento Massari racconta della passione di sempre, quella per la bicicletta, rinata proprio qui in Nigeria. Nel 1992 era arrivato da poco a Port Harcourt. «Un giorno sono entrato nel supermercato dove andavo a fare la spesa e ho visto due biciclette che ancora possiedo, due vecchi modelli, una mountain bike e una bicicletta da corsa che aveva ancora i cambi sulla canna. Le comprai subito».
Con il suo amico Luigi Tosoni partivano il sabato e la domenica dal Polo Club: pedalare per la città e spingersi fuori dai suoi confini dava un grande senso di libertà. Il suo amico era più loquace e un giorno fermò un ciclista del posto lungo la strada. «Gli ha chiesto: ma c’è un club, un gruppo di persone che vanno in bicicletta? Il tipo ha detto sì, c’è l’associazione dello Stato per il ciclismo. Il primo incontro con loro è avvenuto così».
Il gruppo è cresciuto, ogni fine settimana erano sempre di più quelli che si incontravano per le uscite in bicicletta. «Poi a un certo momento ho detto: ma perché non organizziamo una competizione? Da lì è nata la prima edizione della Garden City Cycling Race», che dopo dieci anni è diventata una delle manifestazioni più importanti di tutta la Nigeria. «Quelli della Federazione nazionale mi hanno voluto nel board e dopo qualche anno sono stato eletto vicepresidente, poi presidente; sono al terzo mandato».
Ma quando gli chiedo di sedersi sulla maestosa poltrona di chief del popolo Ikwerre che sta su un lato del salotto, dice: «Non sono un attore, non sono capace di fingere», e alla richiesta di Francesco di parlare in modo più diretto sbuffa. Insomma, dobbiamo raccontarlo ma lui rema decisamente contro, si stanca, ha fretta di finire le riprese, recalcitra. Quando ha l’obbiettivo della telecamera puntato addosso si stranisce, ma incalzato dalle domande s’arrende e continua il racconto: «Nel 2024 siamo andati a Parigi. Rappresentavamo l’Africa perché eravamo l’unica nazione all’Olimpiade che gareggiava su strada e pista. Mai successo prima».
Oltre a essere il presidente della Federazione ciclistica nigeriana, fa parte del Congresso mondiale dell’UCI. «Ogni anno sono uno dei delegati per l’Africa, che ha 53 federazioni però non tutte votano al Congresso mondiale, solo sette votano, e io sono uno di loro». Adesso però non esce più in strada in bicicletta, «troppo pericoloso — sostiene — non mi sentirei al sicuro». In un’ala della casa visitiamo la palestra con le Pinarello, le Colnago, e anche una Bianchi: «Togli la ruota posteriore e la catena, la interfacci con un pignone che sta dietro in questa apparecchiatura e viene collegato al computer. La particolarità di questo sistema posteriore e che è interfacciato con la bicicletta un freno elettronico. In pratica tu puoi selezionare con un programma software diverse rotte», spiega. Adesso si allena qui, e nella sala attigua c’è il campo di squash dove impugni la racchetta da tennis e colpisci la pallina contro il muro di fronte.
Arriviamo tre giorni dopo all’aeroporto per volare su Abuja, sempre scortati dalla nostra guardia del corpo. Quando Giandomenico Massari raggiunge la zona dei controlli gli addetti lo riconoscono chiamandolo più volte chief. Può passare, senza posare il bagaglio sul rullo, «avanti, avanti», e subito dopo un uomo gli prende la pesante valigia, si precipita al banco e gli consegna il biglietto. «Buon viaggio, chief! Lui gli stende un migliaio di naira, che quello afferra con la mano ringraziandolo.
La stessa cosa avviene al velodromo, dove invece tutti lo chiamano president; lo salutano atleti, dirigenti, giudici di gara. Quello di Abuja è uno dei tre impianti coperti e regolamentari con pista in legno lunga 250 metri e pendenza fino a 42 gradi presenti nel continente africano, insieme a quelli del Cairo e di Durban in Sudafrica. Lo hanno costruito nel 2002 ma ha cominciato a funzionare solo nel 2019. Sotto il grande tendone che copre tutto l’impianto, mentre i ciclisti corrono pedalando sulla pista, il caldo umido toglie le forze e taglia il respiro.
Il centro di Abuja è considerato tranquillo, anche se ci spostiamo sempre a bordo dell’auto guidata dal nostro autista, «le zone più pericolose sono nel nord-est del Paese, gli Stati di Borno, Yobe, Adamawa e Gombe», mi spiega Raymond mentre armeggia di sterzo. «Sono le aree maggiormente infiltrate da gruppi terroristici e jihadisti (come Boko Haram), dove si registrano frequenti attacchi armati, attentati e scontri con l’esercito».
Il ciclismo nigeriano è cresciuto molto in questi anni, «nel 2019 abbiamo organizzato il campionato africano, la Coppa d’Africa nel 2022, e partecipato a diversi eventi fuori dal continente, in Italia, Spagna, Germania, Colombia, e da lì abbiamo ottenuto la qualificazione per i campionati mondiali di pista e quindi è stato Roubaix, Parigi, Glasgow», racconta orgoglioso Giandomenico Massari. Intanto i Campionati Africani di Ciclismo sono iniziati al velodromo, le gare di paraciclismo si fanno in tandem a inseguimento e a cronometro, c’è la velocità, l’Omnium e poi lo Scratch, che si corre in gruppo, 15 chilometri per gli uomini e 10 per le donne.
Spiega Massari che questi ciclisti sono molto potenti nelle gare brevi. «L’atleta nigeriano, sia maschio che femmina, ha una grossa potenzialità nel corto raggio, cioè in pratica quando parliamo di ciclismo in lunghi percorsi, lì non abbiamo sicuramente buoni risultati. Ma nei corti percorsi, dove c’è lo sprint, dove c’è condensata tutta la potenza, risultiamo vincenti. E l’abbiamo dimostrato». Il movimento femminile continua a espandersi a livello mondiale. Dopo la storica qualificazione olimpica di Ese Ukpeseraye, che attualmente corre in Europa per il team internazionale Canyon–Sram Zondacrypto Generation, e Joseph David Ayibakuro che ha vinto il celebre Ride Afrique Accra Criterium 2026 in Ghana, altri ciclisti si stanno imponendo sulla scena internazionale, tra i quali Favour Omo nel paraciclismo, la campionessa africana del tandem femminile.
La squadra della Nigeria ha dominato la competizione anche in questi giorni conquistando 16 medaglie nel campionato Para-Track (9 d’oro, 5 d’argento e 2 di bronzo) e mantenendo il primo posto nel medagliere generale davanti a potenze come Egitto, Kenya, Sudafrica e Algeria. «Quaranta bici le ho regalate io a questi ragazzi — continua a raccontare Massari —. Le ho pagate di tasca mia, altrimenti non andavamo da nessuna parte, per non parlare delle spese sostenute per le trasferte all’estero». Ma oltre a trasmettere l’amore per lo sport, voleva regalare a questi atleti anche un sogno. Per molti il ciclismo infatti è l’unica forma di riscatto in un Paese che offre poche opportunità: Ibrahim Ashiru dice che questa attività ha cambiato molto la sua vita, grazie allo sport è riuscito a viaggiare in Kenya e in Ruanda, ma questa disciplina fatta di sacrifici e fatica è molto importante soprattutto per le ragazze come Osaretin Godwin, considerata un astro nascente del ciclismo africano, o Divine Ogbe, 18 anni, che vive in un villaggio remoto nell’Edo, uno dei principali centri di origine della tratta internazionale di esseri umani e dello sfruttamento sessuale verso l’Europa.
«Prima di iniziare a correre vendevo il riso al mercato con mia madre», racconta. «Per pagarmi da mangiare e gli studi, mio padre è stato ucciso, vivo insieme con lei e con i miei tre fratelli: tutto è successo un giorno mentre giocava in strada in bicicletta. «Il coach mi ha chiesto se volevo entrare nella sua squadra, e li è cominciata l’avventura». Ai National Youth Games 2024 ad Asaba ha vinto tre medaglie d’oro e ha ricevuto una borsa di 100 mila naira. «Li ho dati a mia madre, ma ho potuto acquistare anche il cambio, le gomme per la mia bicicletta», e in questi giorni ha vinto la medaglia d’oro nella gara di Sprint a squadre (Junior Team Sprint) femminile ai Campionati Africani qui ad Abuja. Il suo sogno adesso è quello di qualificarsi per l’Olimpiade di Los Angeles nel 2028, «salire sul gradino più alto del podio», dice prima di saltare in sella alla sua Colnago, entrare, e posizionarsi in pista sulla linea della partenza. La sua ostinata corsa contro il tempo è cominciata.

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