Il guru del Calcio


Addio a Lucescu, tecnico visionario: inventò la match analysis quando non c’erano i computer Solo Ferguson e Guardiola hanno vinto più trofei, era attento ai giovani e lanciò Pirlo a 16 anni

ANTONIO BARILLÀ
La Stampa - Mercoledì 8 aprile 2026
Pagina 18

Antonio Barillà Appena dieci giorni fa, sedeva sulla panchina della sua Romania, più anziano ct di sempre a 80 anni, 7 mesi e 26 giorni: ultimo record scolpito dentro una vita dedicata al pallone, finita ieri a Bucarest, dov'era nato, a causa di gravi problemi cardiaci. Ci lascia un allenatore vincente - 37 trofei: davanti solo Pep Guardiola con 41 e Sir Alex Ferguson con 49 -, e, ci teneva di più, un allenatore visionario, orgoglioso di «non allenare schemi, ma idee». Lo ha fatto in cinque Paesi, quasi sempre lontano dai grandi templi del football, lanciando talenti e costruendo uomini: per insegnare il sacrificio e rendere consapevoli della propria fortuna, portava le sue squadre in luoghi di lavoro durissimi, nelle acciaierie di Hunedoara e nelle miniere di Donetsk, e pretendeva che le trasferte diventassero opportunità culturali: «Non potete sprecare il privilegio di viaggiare vedendo soltanto stadi ed hotel, cosa risponderete se i vostri figli chiederanno cosa avete visitato a Parigi o Roma». Aveva un'attenzione particolare per i giovani, e il primo di cui si occupò, migliorandolo, fu se stesso: gli studenti, nella Bucarest degli anni cinquanta, non potevano allenarsi con i professionisti, perciò, frequentando Scienze economiche, si impose programmi di lavoro monastici, ripagato dall'aver portato «il piede sinistro allo stesso livello del destro».

Diventò un'ala abilissima nei cross, segreto della Scarpa d'oro vinta da Dudu Georgescu, giocò per dieci anni nella Dinamo e divenne capitano della Nazionale, sfidò il Brasile di Pelé cavandosela così bene da ricevere un'offerta dal Fluminense. Rimase in Romania, invece, vestendo la maglia del Corvinul quando il terremoto del 1977 distrusse la sua casa e scelse Hunedoara per ricominciare. Cominciò ad allenare lì, e stupì subito per l'anticonformismo: in campo con possesso, pressing e falli tattici futuristici, e fuori con tour fra musei e teatri, perché «i ragazzi devono capire il mondo, non solo il calcio, e senza una buona istruzione non si diventa bravi professionisti». Con lui, ancor prima del computer, nacque la match analysis: chiedeva a otto studenti, dislocati in diversi settori dello stadio, di annotare a intervalli le posizioni dei calciatori, poi esaminava i report nello spogliatoio e indicava come occupare meglio gli spazi.

A Romeo Anconetani, presidente del Pisa che parlava analogo linguaggio - leggendari i suoi quadernetti con nomi e caratteristiche di centinaia di calciatori - e che lo portò in Italia nel 1990, chiese come primo acquisto... un videoregistratore. E a Pisa conobbe Adriano Bacconi, preparatore atletico che chiamò poi al Brescia («Accettai la corte di Corioni estraendo un bigliettino: mi volevano anche Porto e Standard Liegi») dove svilupparono insieme il primo software per l'analisi delle partite. In Italia ha guidato anche la Reggiana ed ha avuto una fugace esperienza all'Inter, chiamato da Moratti nel dicembre 1998: resistette fino a marzo, la squadra faticava a seguirlo sapendo che era solo un traghettatore aspettando Lippi, si dimise dopo fragorosa sconfitta con la Sampdoria ma il presidente apprezzò il gesto e continuò a pagarlo.

Prima e dopo le alterne fortune italiane, Mircea fu profeta in patria: con la Dinamo, con la nazionale - nel 1984 condotta per la prima volta alla fase finale dell'Europeo, battendo ai gironi gli azzurri campioni del mondo - e con il Rapid, poi è stato protagonista in Turchia - anche come ct - in Ucraina e in Russia. Nessuna difficoltà, da perfetto cittadino del mondo, sei lingue parlate e una fame di cultura insaziabile, il solito doppio ruolo di educatore e tecnico, l'intesa con i campioni e l'attenzione ai giovani. In Romania arrivò a contrastare la Steaua del figlio di Ceausescu, favorita per ragion di Stato, e in Italia non è stato da meno: di Diego Simeone, a Pisa, è stato un papà - quante cene a casa sua -, e pur di imporre il 16enne Pirlo a Brescia litigò con alcuni senatori: «In poco tempo sarà il centrocampista più bravo del mondo ma dobbiamo aiutarlo a diventare grande e permettergli anche di sbagliare». Narrava, Lucescu, d'un viaggio in macchina con Andrea dopo un torneo di Viareggio: il ragazzino era triste per non aver giocato, d'altronde era sotto età, e lui gli prospettava il destino azzurro. La sua filosofia, fortuna di tanti presidenti, era semplice: «Ci sono due modi per vincere: coi soldi o coi giovani. Ma con i soldi vinci finché durano, con i giovani continui». Tra i tanti capolavori, quello dello Shaktar, una sua creatura: il presidente gli chiese spettacolo, lui rispose che i brasiliani lo garantivano. «Mi occuperò io della loro crescita» promise, nacquero una team vincente e una generazione di campioni. Ha formato anche grandi tecnici, Guardiola confessa d'essersi ispirato. «A Brescia non ci siamo incrociati - sorrideva Lucescu - ma abbiamo vissuto nella stessa casa: lo hanno influenzato le pareti».
Non gli è riuscita solo l'ultima impresa, portare la Romania ai Mondiali .

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