La Romania, la serie A e l'amico Pelé il lungo ballo del profeta Lucescu in panchina fino all'ultimo giorno
L-B / In alto, Mircea Lucescu al Brescia, che ha allenato dal 1991 al 1996.
Qui sopra all'Inter, guidata dal dicembre del 1998 al marzo del 1999 quando si dimise
L'ultima panchina di Mircea Lucescu, Turchia- Romania il 26 marzo
TOLGA BOZOGLU/EPA.
il personaggio
È scomparso a 80 anni l'allenatore più longevo della storia delle nazionali era in campo 13 giorni fa
Al Brescia portò Hagi
ANDREA SERENI
La Repubblica - Mercoledì 8 Aprile 2026
Pagina 40
Aveva giocato contro Pelé, è diventato il ct più anziano a sedersi sulla panchina di una nazionale. E non l'ha lasciata fino all'ultimo giorno della sua vita, quasi letteralmente. Mircea Lucescu se ne è andato a 80 anni per le conseguenze di una seria patologia cardiaca.
Ma aveva lasciato l'ospedale per guidare la sua Romania nel play-off per i Mondiali contro la Turchia, senza riuscire nell'impresa. Di quella partita resta il suo volto segnato dalla fatica e l'abbraccio carico d'affetto con Hakan Çalhanoglu.
Allenatore e santone, una sorta di guru del calcio con quei suoi sguardi profondi e la mente rapida.
Mircea Lucescu è stato un precursore. Ha accompagnato il calcio dell'est, ha provato a codificarlo nelle coppe europee. Ha esplorato nuovi territori quando il cambiamento non era così scontato, si è messo in gioco fino all'ultimo. Cittadino del mondo, ha chiuso la sua carriera come l'aveva iniziata: guidando la nazionale del suo Paese, la Romania.
Era stato capitano di quella squadra, che poi aveva condotto a scalpi eccellenti, come quando eliminò l'Italia campione del mondo nelle qualificazioni agli Europei del 1984.
Il 26 marzo scorso a 80 anni, 7 mesi e 26 giorni era ancora lì, in panchina, il più anziano commissario tecnico di sempre. Un primato in una vita da record. È al terzo posto nella classifica dei tecnici più vincenti della storia con 37 titoli (di cui 3 internazionali) dietro solo a Pep Guardiola (40) e Alex Ferguson (49). Un paio di giorni dopo la partita con la Turchia era svenuto durante una riunione tecnica della squadra ed era stato trasportato in ospedale a Bucarest per una grave aritmia. Avrebbe dovuto guidare la Romania un'ultima volta, in un'amichevole con la Slovacchia, ma le sue condizioni non lo avevano permesso. Lui, questo è sicuro, in panchina sarebbe andato.
Lucescu è stato prima calciatore, poi allenatore di successo. Da giocatore è stato capitano della nazionale ai Mondiali 1970, con sfida al Brasile e scambio di maglia con Pelé.
Non la laverà mai, quella maglietta, poi incorniciata e donata a un museo ancora sporca di terra. Lo notarono in un quadrangolare al Maracanà con Romania, Flamengo, Vasco da Gama e Independiente, lo chiamarono al Fluminense ma lui disse no. Nel 1977 il terremoto gli ha distrutto la casa, Mircea è scappato a Hunedoara dove è diventato giocatore prima e allenatore poi. Il primo passo di una strada lunga.
Un quinquennio alla Dinamo Bucarest ai tempi di Ceausescu, la nazionale portata agli Europei e poi il salto in Italia. Lo chiamò Romeo Anconetani al Pisa, seducendolo durante un Italia-Argentina a Cagliari. Resterà un anno, poi il trasloco al Brescia di Corioni. Lì Lucescu vivrà un saliscendi di promozioni, retrocessioni, una Coppa Anglo-italiana. Nella serie A che viveva la stagione delle squadre-colonie (il Milan degli olandesi, l'Inter tedesca) lui a Brescia fonderà quella con i suoi connazionali, portando Hagi, Raducioiu, Sabau e Mateut. Dopo brevi passaggi a Reggio Emilia e al Rapid Bucarest ecco Massimo Moratti, che lo volle per l'Inter — con Ronaldo, Zamorano, Recoba, Baggio — in un momento troppo tumultuoso anche per Mircea.
Che decise di scoprire la Turchia con Galatasaray e Besiktas, prima del salto in Ucraina allo Shakhtar del patron Akhmetov: in dodici anni, ventuno trofei nazionali e la ciliegina sulla torta con la Coppa Uefa del 2009. Le ultime esperienze con Zenit, Turchia e Dinamo Kiev, fino al ritorno a casa, sulla panchina della Romania. L'ultimo ballo del mitico Mircea.
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