Il giorno di WOUT


EPA/BETTINI 

Liberazione Wout Van Aert, 31, nella foto grande supera Tadej Pogacar, 27, e alza il dito al cielo per ricordare il compagno Michael Goolaerts, morto alla Roubaix 2018. A fianco, solleva il trofeo

Trionfa Van Aert Roubaix vietata per Pogacar

Dopo una corsa mozzafiato batte Pogacar e la fama di eterno piazzato: «Dedicato a Goolaerts, morto qui»

Ancora non riesco a crederci: una giornata così dà senso alla vita
La volata l’avevo immaginata per anni di notte: che sollievo Wout Van Aert dopo il trionfo

13 Apr 2026 - La Gazzetta dello Sport
di FILIPPO CONTICELLO INVIATO A ROUBAIX
RIPRODUZIONE RISERVATA

Mentre il fiume belga arrivato dalla vicina frontiera esondava per la gioia, Wout si è lasciato cadere ai piedi del velodromo senza tempo di Roubaix: sfinito, con le lacrime impastate alla polvere e le mani ferite dalla battaglia. Finalmente felice. C’è tutto Wout van Aert, campione meravigliosamente imperfetto, in questo momento in cui le emozioni raggiungono una rara perfezione. La redenzione del colosso 31enne è arrivata tra le fiamme di una corsa diabolica: il Paradiso dentro all’Inferno, non può essere un caso. Niente lo è in questa sciarada di sentimenti chiamata Parigi-Roubaix. Quella di ieri, tra forature in sequenza, rinascite e speranze tradite, è stata una delle più incredibili di sempre ed è finita col canto del belga in volata: l’eterno sconfitto ha dato un calcio ad anni di beffe con le ultime pedalate impetuose davanti al re. Non sarà, dunque, l’anno dei cinque monumenti di Tadej Pogacar, per una volta secondo nell’unica classica che manca alla collezione, mentre Wout arriva ufficialmente a due: la Sanremo del 2020 non è più sola soletta. Lui stesso alla fine, a suo modo, ha dato un senso a questo lungo inseguire: «Non riesco ancora a crederci, ho paura di svegliarmi dal sogno - ha detto -. Una giornata come questa dà senso alla vita: è come se stessi chiudendo il cerchio perché è la sfortuna ad avermi fatto crescere. Smettevo di crederci tante volte, ma poi la mattina seguente tornava la forza di combattere: in un finale perfetto ho portato la mia storia».

Come Gastone 

Per anni il belga è sembrato Paperino, travolto dall’accanirsi della jella, ieri invece era il più bello della festa, come Gastone. E pure più tenace e il più furbo: il vero sopravvissuto in una corsa a eliminazione, in cui anche lui ha dovuto risalire la corrente un paio di volte. Di questo Inferno del Nord non si ricorderà soltanto Pogi in sella a una bici neutra Shimano per una foratura, costretto a dare tutto in 23 chilometri per omaggiare con i primi la cupa maestà di Arenberg, o il doppio guaio di Mathieu Van der Poel, che ha obbligato il campione in carica a una rimonta mostruosa, solo sfiorata, ma resterà anche il sapersi arrangiare di Wout nei momenti di difficoltà. Dopo una prima foratura, si è fermato ancora, poi tra i settori di Orchies e Auchy-lez-Orchies ha piazzato la lesta accelerazione e si è ritrovato presto davanti, da solo tête-à-tête con Tadej. Pogi ha pure tentato di scrollarselo sul patibolo di Carrefour de l’Arbre, la pietra più diabolica della giornata, ma è stato seguito a vista senza mai cedere. Tutto attorno, i grigi resti industriali delle miniere, nell’aria il ricordo di troppe vite inghiottite dal lavoro: Wout sapeva che qui, da sempre, serve umiltà per sopravvivere. A qualsiasi richiesta di collaborazione, ha risposto “no, grazie” con accento fiammingo, poi nel duello rusticano al velodromo lo sloveno ha pagato gli sforzi precedenti. Il belga, invece, per una volta ha afferrato la storia, che passava davanti a velocità mai vista: 48,910 km/h di media record. Tutto come nel migliore dei sogni: «La volata l’avevo immaginata di notte per anni... - ha continuato -. Ho imparato che non è mai finita in questa corsa, ho conservato il piano e, quando ho capito che sarebbe stato tutto deciso nello sprint, sapevo che avrei avuto le mie possibilità. È un sollievo anche per la mia squadra, che è il mio Dna». L’ultima frase non è casuale: la Visma torna a vincere un Monumento dopo 6 anni di digiuno da Roglic alla Liegi 2020. La dedica Si può solo immaginare cosa sarebbe stata la carriera di Wout se non ci fosse stato Van der Poel tra le ruote: per questo, fa ancora più effetto vedere l’olandesone congratularsi per primo con il nemico di una vita, sia su strada che su cross. Il belga, però, arrivava a questo evento tirato a lucido e con uno storico indicativo: nei nove Monumenti a cui ha partecipato prima di ieri ha, comunque, sempre ballato tra quarto e secondo posto. Ma è il 2018 l’anno essenziale, quello della ferita ormai sanata: «Per me vincere qui significa tutto da quando 8 anni fa ho perso il mio compagno Michael Goolaerts – ha chiarito Wout al culmine dell’emozione -. Dall’alto mi ha dato forza: il dito al cielo era per lui e la famiglia». Da adesso Van Aert smette ufficialmente di essere un incompiuto, non più il comprimario che applaude in prima fila, ma il protagonista sul palco. Un campione finito, anche saggio quando riassume il pensiero di tutti: «Questa corsa è crudele, ma è la più bella che ci sia».

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EPA 
Imprevisto - Filippo Ganna, 29, si sbilancia e finisce a terra: la sua miglior Roubaix resta quella del 2023 (sesto) a sprintare per un posto sul podio...», ha detto dopo un quarto posto di nobiltà.

Van der Poel quarto, Ganna a terra

13 Apr 2026 - La Gazzetta dello Sport
INVIATO A ROUBAIX cont.
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«Ho capito subito che era finita...», ha ammesso alla fine Mathieu Van der Poel, ripensando ai momenti caotici che gli hanno fatto perdere la possibilità di un poker storico di Roubaix consecutive: l’olandesone ha forato non una, ma due volte nell’inferno di Arenberg. Nel primo caso ha provato a salire (invano) sulla bici del compagno Jasper Philipsen per colpa di pedali diversi, poi è stato assistito dal prodigo Tibor del Grosso, in versione meccanico: ha montato lui stesso la sua ruota anteriore sulla bici di MvdP, ma non poteva sapere che sarebbe arrivato un altro guaio poco dopo. Quando ha potuto finalmente surfare alla sua maniera sul pavé, Van der Poel ha tentato una rimonta irreale, commovente: da oltre due minuti è arrivato a una ventina di secondi dal duo di testa. Dopo aver speso una infinità di energie, è mancato però solo l’ultimo colpo di pedale. «È quasi incredibile che sia riuscito

Nulla da fare 

Più sfortunato e assai più lontano Pippo Ganna: nell’edizione in cui sembrava avere la gamba giusta, ha chiuso 25° a oltre 7 minuti e mezzo. Nel festival delle forature, la sua prima è arrivata quando stava risalendo dopo un inizio così così. Sfortuna su sfortuna, perché poi, a nuova foratura, si è sommata la caduta in curva a 49 km dall’arrivo, che l’ha fatto sparire dai radar. Ganna non ha voluto dire mezza parola sotto al bus . Ha parlato il suo ds alla Ineos, Elia Viviani: «Quando sembrava aver finalmente raddrizzato tutto, è stato fermato e non c’è stato più nulla da fare. Ora penseremo al Giro d’Italia».

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Resa Pogacar «Nella volata le mie gambe come spaghetti»

«Ci riproverò, non so quando». Il compagno Morgado: «Forse, allo sprint, aveva una ruota bucata»

13 Apr 2026 - La Gazzetta dello Sport
di FILIPPO CONTICELLO INVIATO A ROUBAIX
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«Spaghetti». Decisamente indigesti. Tadej Pogacar si sentiva le gambe molli come un piatto fumante di pasta nel momento del redde rationem al velodromo di Roubaix. Lo ha ammesso lui stesso con metafora immaginifica: a quel punto Van Aert non poteva che dargli una forchettata. Lo sloveno famelico, invece, non ha addentato l’unico Monumento mancante nella dispensa di casa ed è tramontato il sogno di un 2026 senza briciole per i commensali. Difficile pure immaginarselo su questi schermi tra un anno, dopo una delusione tanto salata, che si somma all’altro secondo posto del 2025: «Tornerò alla Roubaix, magari non già nella prossima stagione, ma nella mia carriera voglio riprovarci...», ha comunque assicurato alla fine. Aveva il corpo coperto di terra in ogni centimetro, come segni di una battaglia cavalleresca, complicata dalla prima foratura che gli ha fatto perdere senno e sorriso. È stato costretto per un po’ a usare una bici “neutra”, prima di risalire in sella al destriero e recuperare oltre un minuto in 23 chilometri di fatica (poi pagata). Non bastasse, più avanti,un’altra foratura e un nuovo cambio attrezzo: «Con episodi di questo tipo perdi energia, ma fa parte della corsa... - ha ammesso -. Non ho rimpianti, analizzeremo meglio, ma in una gara così caotica ho dato il massimo».

Dejà-vu 

Il sapore amaro della sconfitta è semi-sconosciuto nel pianeta Pogi, ma in questo caso trattasi di dejà-vu: l’unico capace di batterlo sul suolo europeo pare proprio Van Aert, che c’era riuscito sugli ChampsÉlysées, nella tappa conclusiva del Tour 2025. Da allora in questo continente Tadej non aveva fallito mezza cartuccia: sei vittorie su sei gare, prima Europei poi Tre Valli Varesine e Lombardia nel 2025, quindi Strade Bianche, Milano-Sanremo e Fiandre 2026. «Sono felice per Wout, lo merita perché è un esempio e non si arrende mai - ha aggiunto Pogi -. Ogni volta che ho provato ad attaccare sul pavé, non mi sentivo fresco. Ho capito in fretta che sarebbe stata una missione impossibile in volata perché le gambe non erano all’altezza». Come spaghetti, appunto. Anche se uno dei suoi scudieri, il portoghese Antonio Morgado, ha dato una sua versione diversa degli attimi finali: «Credo che Pogacar abbia dovuto sprintare con una gomma a terra. Abbiamo controllato la sua bici e sembrava avesse una foratura al posteriore...». Un’altra.

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