Roubaix, il capolavoro di Van Aert che doma il Marziano Pogacar
In lacrime la dedica all’ex compagno morto Goolaerts
13 Apr 2026 - Corriere della Sera
di Marco Bonarrigo
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Dopo l’argento di quattro Mondiali, di un’olimpiade, di una Roubaix, di un Fiandre, di otto tappe del Tour de France, dopo altri 35 gradini più bassi del podio, dalla Gand-wevelgem agli Europei in linea, ieri mattina Wout Van Aert si è presentato al Palazzo Reale di Compiègne deciso a non arrivare secondo per l’ennesima volta. E fedele al motto di Rita Levi Montalcini («L’imperfezione nel perseguire il compito che ci siamo prefissi nella vita è più consona alla natura umana della perfezione e può essere fonte di gioia e successi») ha fatto tesoro delle infinite imperfezioni che in l’hanno trasformato nel più amato perdente dal popolo del ciclismo (anche se nel 2020 ha vinto la Milano-sanremo): irruenza, eccesso di generosità, cronica avversione al cinismo necessario per dominare, incapacità di sfuggire alle cadute nei momenti cruciali. Lui perdente proletario (la prima sconfitta dal predestinato Van Der Poel, figlio e nipote di fuoriclasse, l’ha incassata a 8 anni) sistematicamente beffato da vincitori designati dal volere divino come Tadej Pogacar.
In una Roubaix asciutta e polverosa, la sua doverosa dose di sfortuna (una gomma bucata) Wout se l’è scrollata di dosso dopo tre ore di corsa: rientrato in gruppo lestamente grazie a compagni perfetti nel riportarlo sotto, il Nostro a quel punto s’è messo alla finestra a osservare le mosse dei rivali.
Ha visto con la coda dell’occhio Pogi forare a 120 km dal traguardo, pasticciare con la bici e recuperare con gran fatica e tutto da solo, per colpa di una Emirates scomposta e tatticamente pasticciona. Poi ha sentito alla radio che il tre volte vincitore Van Der Poel era rimasto a piedi sull’arenberg, il peggior posto possibile per forare, con l’ammiraglia lontana e con una bici con i pedali sbagliati passata dal compagno Philipsen. Wout ha osservato il ritorno in gruppo del primo ed è stato tenuto informato dell’inseguimento feroce ma inutile del secondo, dello sbriciolarsi del gruppo alle sue spalle, del povero Pippo Ganna che forava e cadeva e forava di nuovo senza però mai dare l’impressione di avere una gamba perfetta. Quando poi Pogi ha deciso di fare il Pogacar alzando il ritmo, Van Aert è stato lestissimo a incollarsi alla sua ruota, l’unico, senza mai dare l’impressione di soffrire più del necessario, senza risparmiarsi nel collaborare ma dosando finalmente gli sforzi con il bilancino. La scelta vincente del belga è stato il suo melvilliano «preferisco di no» espresso scuotendo per tre volte la testa a 30 km dal traguardo, quando lo sloveno, che per una volta appariva sfigurato dalla fatica, gli ha chiesto il cambio per tenere a distanza VDP che galleggiava a una trentina di secondi. Preferisco di no, caro Pogi, preferisco una possibile pesante sconfitta piuttosto che aiutarti a costruire il tuo quinto monumento.
E lungo il Carrefour de l’arbre, a 16 km dal traguardo, sul pavé più micidiale della gara dove da sempre chi ha gambe allunga e va a vincere, Pogi ha allungato come da copione. Ma Wout non ha fatto una piega, ha ricambiato il minimo dei cambi necessari, ha affiancato più volte il rivale per mettergli pressione ed è entrato nel velodromo in scia al Marziano dagli occhi ormai rassegnati per poi fulminarlo nell’ultima curva mentre il pubblico impazziva. «Cercavo questa vittoria da otto anni — ha sussurrato Wout in lacrime — e la volevo a tutti i costi per dedicarla a Michael». Michael Goolaerts, coetaneo, amico e all’epoca compagno di squadra di Wout in una piccola squadra fiamminga, morto per infarto alla Roubaix del 2018, crollando sul primo tratto di pavé. «Ho smesso di credere molte volte in una grande vittoria, tutte le volte in cui sono stato beffato, ma il giorno dopo mi sono sempre risvegliato con il pensiero di continuare a lottare. Quando sono entrato in pista sapevo che avrei vinto».
Tadej Pogacar esce dalla Roubaix impolverato e più umano, dopo aver reso omaggio al vincitore. Non è diventato il primo uomo nella storia a vincere cinque classiche «monumento» nello stesso anno, non ha completato con il trofeo dell’inferno del Nord la sua collezione e soprattutto, per la seconda volta a nove mesi di distanza dalla sconfitta nella tappa di Parigi del Tour con cui voleva incorniciare una vittoria leggendaria, ha visto il suo castello ideale picconato dall’ex eterno perdente Wout Van Aert.
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