Anche i morti piangono. Marcinelle brucia ancora
L’8 agosto di 70 anni fa nell’incendio sottoterra in Belgio persero la vita anche 136 lavoratori italiani. Paolo Di Stefano torna in libreria con «La catastròfa» e aggiunge nuove testimonianze.
Uomini, mariti, fratelli che lasciarono il Paese spinti dalla fame a dagli accordi del dopoguerra: il Belgio per ogni minatore regalava a Roma da 2,5 a 5 tonnelate di carbone
31 May 2026 - Corriere della Sera / La Lettura
di DEMETRIO PAOLIN
La catastròfa (Sellerio) di Paolo Di Stefano è un libro civile, un testo etico, un’opera commovente. Si prendano le pagine della nuova edizione, in libreria per il settantesimo anniversario, che vede l’aggiunta di quattro capitoli, e si leggano queste righe che, chiuso il libro, tornano alla mente con violenza, e ci interrogano: «Ho visto un operaio che era a terra contro un legno con gli occhi aperti, morto, si capiva che aveva pianto perché le lacrime avevano cancellato la polvere e lasciato il solco». Il viso nero dell’uomo, la solitudine della morte, la disperazione, la lacrime che lavano la fuliggine.
Di questo parla il testo di Di Stefano sulla tragedia di Marcinelle, avvenuta l’8 agosto 1956. Il libro è un coro, un’orazione pubblica di un disastro non solo italiano ma europeo, un evento che getta una luce sinistra sul nostro dopoguerra, nel quale si coagulano alcuni temi fondamentali della nostra modernità, nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale, e che si trovano sepolti nelle vene di una miniera di carbone, diventata letteralmente una tomba di fuoco, fumo per molti uomini.
Il racconto della catastròfa, così è definita la tragedia in quella sorta di lingua immaginifica che è l’italiano dei nostri migranti, è il punto apicale che l’autore utilizza per narrare un mondo, se vogliamo altrettanto sommerso e traballante, come le travi di legno nei cunicoli delle miniere, ovvero quello dell’immigrazione italiana negli immediati anni dopo la Seconda guerra mondiale: «Io sono nato a Locatello per caso, perché la mia mamma è dovuta tornare dalla Francia che sua madre stava male e così mi ha partorito qui. A quindici giorni ero già un emigrante». È un racconto fatto di uomini, mariti, figli, fratelli, che lasciano il loro paese con un poco di pane e qualche oliva da sgranocchiare, e che rifiutano le offerte dei compaesani per non mostrarsi senza soldi.
È il Paese che esce da una disastrosa esperienza e cerca in qualche modo di ricostruirsi, di pagare i debiti, di saldare le spese. Ne La catastròfa è impressionante il numero di racconti e di testimonianze, raccolte e narrate con grande maestria da Di Stefano, che toccano il tema dei soldi: «Dopo due anni che ero là, son tornato al paese con 120 mila lire che avevo messo da parte, mia madre era seduta sulla porta e mi fa: ma te sei il Lino! Gli chiedo: mamma, come va qua in Italia? E lei: peggio di quando sei partito. Mia madre è arrivata che avevano 38 mila lire da pagare alla bottega e non gli davano più da mangiare, e via e via. Dico: lascia perdere mamma, ci penso io... dopo una settimana dico: mamma, parto, soldi non ce n’è più, giusto per pagarmi il ritorno...». È un libro che parla della povertà, che la mostra, che la evidenzia nelle traiettorie dei sopravvissuti, di coloro che sono orfani di genitori, vedovi di mariti, e che lentamente giorno dopo giorno (di anni ne son passati settanta) spariscono a loro volta. Sono il lento scomparire del secolo. Nella pagine del libro sembra riecheggiare il terribile annuncio dato il 23 agosto del 1956, quando i soccorritori dissero che tutti erano morti, togliendo ogni speranza alle persone, che dopo giorni ancora andavano a vedere se qualcuno fosse sopravvissuto. C’è qualcosa di tremendo in queste parole, qualcosa che agghiaccia: certo si potrebbe ragionare sui numeri, mettere in colonna perdite e guadagni, ma ne La catastròfa l’autore pone al lettore una domanda più essenziale e centrale, una domanda che spesso eludiamo, quando si parla di fenomeni migratori, sia oggi come allora. Coloro che erano in quella miniera, o nelle altre del Belgio, erano uomini o merce di scambio? Per lo Stato italiano, che brilla per la profonda assenza nell’intera vicenda, che cosa rappresentavano questi lavoratori, costretti a vivere in baracche che un tempo erano adibite a campi di prigionia per soldati nemici della Seconda guerra mondiale?
I minatori non erano uomini, esseri umani, vite, bambini da crescere, mogli ansiose sedute in attesa del ritorno, struggenti nostalgie del paese natale, non erano esseri umani, non erano i loro bisogni, desideri, ansie, rivalsa per il passato ingrato, ma oggetti. Servivano per uno scambio; tot lavoratori italiani tot carbone dato all’Italia: «Eravamo 50 mila in tutto il Belgio, eravamo 30-40 mila solo nella Vallonia. Prima però c’è da dire che il Belgio per mille operai ricevuti regalava all’Italia da 2.500 a 5.000 tonnellate di carbone. Non so se mi spiego, non so».
Bisogna ricostruire, c’è bisogno di materia prima: è il motto. Ci stiamo prepapronti, rando agli anni del boom economico, della rinascita dei Sessanta, la spensierata tragica bellezza della dolce vita: La catastròfa ne mostra un lato oscuro lontano. L’autore non nasconde il profilo sporco, lercio di fuliggine, di voci arrochite, di solitudini, di persone morte a mille metri di profondità in condizioni atroci del nostro boom: «I primi quindici giorni è stata una cosa che bisogna averla vissuta per credere. Non si poteva più accedere all’interiore del campo, si doveva star fuori. I corpi erano irriconoscibili, gonfi e neri, eran morti soffocati e poi rimasti nell’acqua. Quando eran lavati e venivan le famiglie a riconoscere quei pochi che si potevan riconoscere. Le bare dei 262 ci son state, ma bisogna vedere cosa c’era dentro, a un certo livello laggiù sotto, con il gas e il calore, era difficile andare a ritrovarli tutti».
Ogni persona è una quantità di carbone, non è una vita. Di Stefano compie nelle sue pagine un lavoro meritorio, rimette al centro l’uomo, ricostruendone la vita e anche l’attimo finale, il baluginio della morte. La letteratura, se ci è concesso ogni tanto usare ancora questa parola, assume nuovamente il senso di pietas, ritrova in sé il motivo ultimo per il quale raccontiamo: ogni storia narrata è una vicenda emblematica, in qualche modo le riassume tutte.
Il racconto diventa tesaurizzazione della memoria, così da non perdersi. Per dirla con Eugenio Montale, se la bufera sarà infernale, è necessario munirsi di un amuleto, di uno specchietto, un oggetto inutile che ci permetta di illuderci di resistere: «Cosa vedo? Era Angelo, e Angelo era uno dei migliori amici miei, sardo, che faceva un po’ il parrucchiere nelle cantine, ci tagliava i capelli, non l’ho sentito più, era morto, non aveva più sangue, non aveva più niente. È così che mi son preso un pezzo di sasso per ricordo, che ce l’ho sempre qui in casa». La memoria, questa tenue e testarda ancella della scrittura, unica Musa con la quale intrattenersi, è il «suono» finale del testo. Le voci, i dialetti, gli anacoluti, i vocaboli sformati dalla fatica ci accompagnano dentro ogni singola vita di ogni singola persona. In un capitolo della nuova edizione c’è un episodio in cui una donna coccola la figlia che sta giocando fuori con gli amichetti. La bimba ancora non sa che suo padre è morto, ritorna a giocare: è un’immagine straziante, che ci ricorda la devozione, l’amore, segno vivo dell’importanza di questo libro.
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PAOLO DI STEFANO
La catastròfa.
Marcinelle 8 agosto 1956
Nuova edizione accresciuta SELLERIO
Pagine 322, 16 euro
In libreria dal 2 giugno
L’autore Paolo Di Stefano (Avola, Siracusa, 1956; sotto) è editorialista del «Corriere della Sera». Ha pubblicato inchieste e romanzi, ultimo dei quali Una giornata meravigliosa (Feltrinelli). La catastròfa, uscito nel 2011, torna con quattro capitoli nuovi a 70 anni dalla strage
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Le voci della tragedia a teatro
(Un adattamento del libro di Paolo Di Stefano La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956 che dà voce agli ultimi sopravvissuti, alle vedove, agli orfani, ai primi soccorritori della tragedia, andrà in scena al Piccolo Teatro di Milano nel mese di settembre (data da stabilire). La regia dello spettacolo è di Riccardo Frati, interpreti Leonardo De Colle e la cantante Etta Scollo. In seguito La catastròfa sarà portato in scena al Lac di Lugano.

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