La lotta di Kaepernick: "Il football mi manca ma non rinnego nulla"
Colin Kaepernick, 38 anni, era quaterback dei San Francisco 49ers nel 2016: si inginocchiò all'inno Usa per i diritti afroamericani e non ebbe più un contratto in NFL
Sam Rock Michael Zagaris/San Francisco 49ers/Getty Images.
Colin Kaepernick - Dieci anni fa si inginocchiò per protesta durante l'inno e diede il via a Black Lives Matter. Da allora nessuna squadra lo ha voluto in Nfl
EMANUELA AUDISIO
La Repubblica - Mercoledì 22 aprile 2026
Pagina 41
È l'uomo che ha messo in ginocchio l'America. E anche lo sport. Il quarterback che ha lanciato la palla nel mondo, quello del passaggio vincente. Il ribelle con una causa. The Game Changer. Perché lui ha cambiato il gioco, non solo la partita. E nel 2016 ha fatto un gesto. Uno solo. Come Rosa Parks nel '55, come Muhammad Ali nel '67, come Tommie Smith nel '68. Non si è alzato davanti all'inno americano. La sua spiegazione: «Non posso onorare una bandiera che rappresenta un Paese che opprime i neri con una brutalità organizzata». L'America veniva da un'estate ingiusta e violenta. Poi più nessuna dichiarazione, solo fatti: in particolare, vari milioni di dollari donati ad associazioni per assistere la comunità afroamericana.
Colin Kaepernick è un gigante gentile. L'opposto di quello che ti aspetti da qualcuno abituato a rischiare di essere fatto a pezzi ogni (maledetta) domenica. È alto 1,96, voce bassa, modi miti e chioma pazzesca. È la prima cosa che sorprende: ti aspetti il contestatore polemico, ti arriva il ragazzone di 38 anni dai toni delicati, il papà che vuole essere il genitore perfetto per la sua bambina. Si capisce anche perché: sua mamma Heidi, 19enne, lo diede in adozione sei settimane dopo averlo partorito. Il 28enne afroamericano con cui l'aveva avuto era sparito e lei non sapeva cosa fare, quando si presentò una coppia disposta ad adottare il suo bambino.
Si chiamavano Kaepernick, Rick e Teresa, erano bianchi come lei e appassionati di sport, avevano già due figli naturali e due altri ne avevano persi alla nascita per insufficienza cardiaca congenita.
- A 29 anni la sua carriera è stata interrotta per un gesto. Ha rimpianti?
«Il football e la competizione mi mancano, sarei un pazzo a dire di no, anche perché sono sempre stato un appassionato di sport. Ma c'è un momento in cui gioco ancora, di notte quando sogno. Anche se non capita spesso perché sono sempre troppo stanco e mi addormento subito. Dovessi tornare indietro rifarei quel gesto ogni giorno della settimana. Ma ci sono altri casi in cui credo agirei in modo diverso, quando ripensiamo alle nostre azioni tutti vorremmo aver avuto soluzioni migliori. Non ho rimorsi anche perché ho potuto scoprire molto su me stesso, sui miei cari e sulle persone che mi vogliono davvero bene. Da quel gesto sono nate relazioni importanti, ora ho una bellissima figlia e se mi manca giocare provo molta gratitudine per le altre cose che si sono realizzate. Nonostante abbia perso più di 150 milioni di dollari».
- Quando ha capito di essere diventato un simbolo?
«Non c'è un momento preciso, forse quando mi sono reso conto che la mia responsabilità era cresciuta, che non rappresentavo più solo me stesso, ma le tante persone che volevano unirsi alle mie cause. E quindi ero ansioso di farlo in modo appropriato.
Quando cerchi di realizzare cose che speri avranno un impatto significativo, avverti le aspettative del mondo e sai che dovrai sacrificare qualcosa di tuo, non puoi più prendere decisioni solo da un punto di vista personale, anche se ti sembrano giuste».
- Ha scritto un libro per bambini: Siamo liberi, tu e io. Liberi da cosa?
«Da quello che la società impone, negli USA molti si trovano ad affrontare situazioni difficili, invece i bambini devono essere liberi di pensare a come sarà il loro futuro.
Hanno diritto alla fiducia, all'istruzione, ai sogni, e soprattutto alla pace. Mi piaceva dare loro qualche indicazione».
- Lei è stato un bambino diverso. Si è definito «una seconda scelta».
«Ho la pelle scura, crescere in una famiglia di bianchi ha aperto confronti, anche se i miei volevano lasciarmi essere chi dovevo essere.
Ami quella famiglia, ma sai che non ti assomiglia, mamma e papà capivano come muoversi nella cultura afroamericana con tutto ciò che ne conseguiva? No. Venivano dal Wisconsin e questa non era certo una priorità nella loro vita, ma hanno dovuto farlo, c'erano molti aspetti culturali della mia identità che erano nuovi per loro. Ogni estate, quando andavamo in vacanza e alloggiavamo in motel, c'era sempre un manager che con fare imbarazzato si avvicinava e mi chiedeva: mi scusi, c'è qualcosa in cui posso aiutarla? Ero l'elemento diverso perché non bianco. Un giorno, in piena adolescenza, ho detto a mia madre che volevo farmi le treccine come Allen Iverson, il mio giocatore di basket preferito, lei si è opposta: finirai per sembrare un piccolo teppista».
- È stato difficile reinventarsi?
«Ho sempre considerato il football come un amore e una passione, ma era solo una parte di me. E da laureato in Economia e giocatore professionista ho subito capito che lo sport è un'azienda: hai a che fare con contratti, sponsor, situazioni complesse, ma il bello è che puoi acquisire competenze. In questo processo ho scoperto che ero attratto anche da altri settori. Così ho creato una società di media, una casa editrice e una fondazione. La mia azienda, Lumi AI, è nata nel 2024 per democratizzare la narrazione per ragazzi, collaboriamo con distretti scolastici dai 5 ai 18 anni e ora stiamo cercando di espanderci a livello internazionale. Ci occupiamo di AI, lavoriamo con alcuni dei massimi esperti e restiamo concentrati su come migliorare il coinvolgimento degli studenti e l'alfabetizzazione».
- C'è qualcuno che l'ha influenzata, che ha contato più di altri?
«I miei genitori sono stati importanti per capire chi fossi e cosa dovevo imparare a essere. Più in generale Malcolm X mi ha cambiato la vita, dalla sua autobiografia ho tratto intuizioni e insegnamenti preziosi».
- Dieci anni fa era un giocatore, tra altri dieci dove si vede?
«A continuare il lavoro che sto facendo. Spero di migliorarlo, anche nei numeri, vorrei avesse un impatto maggiore sulla vita delle persone. Vorrei anche crescere come padre, sono curioso ed entusiasta di affrontare il viaggio nell'adolescenza di mia figlia».
- Qual è la sua speranza per l'America?
«Che sia all'altezza di tutto quello che dice di essere».
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