LA CASTA NELLA CASA ROSADA


A due anni dalla sua elezione, il presidente Milei ha creato un sistema di potere e corruzione come quello che prometteva di spazzare via. Senza conseguenze giudiziarie, per ora

NICOLÁS RAPETTI
Il Manifesto - Martedì 26 maggio 2026
Pagina 20

Quando Javier Milei arrivò alla Casa Rosada, nel dicembre del 2023, lo fece promettendo una rifondazione morale dell'Argentina. Non si presentava soltanto come un economista ultraliberista disposto a smantellare lo Stato sociale, ma come il vendicatore di una società esasperata dalla crisi permanente e dal peso della corruzione. Il suo bersaglio era "la casta": politici, sindacalisti, imprenditori protetti, giornalisti e funzionari accusati di vivere alle spalle della popolazione. Il linguaggio antipolitico, aggressivo e moralizzatore fu decisivo per la sua vittoria. Milei riuscì a canalizzare una rabbia accumulata in anni di inflazione fuori controllo, sfiducia nelle istituzioni e distanza crescente dalla classe politica, che non sembrava in grado di risolvere i principali problemi quotidiani della popolazione. Ma oggi, a poco più di due anni dall'inizio del suo governo, proprio quel capitale morale appare incrinato da una serie di scandali che colpiscono il cuore del racconto libertario.

IL CASO PIÙ DELICATO è quello legato a $LIBRA, una criptovaluta promossa dallo stesso presidente e rapidamente collassata dopo una spettacolare impennata speculativa. La magistratura argentina - ma anche quella USA - indaga su possibili reati di truffa, traffico di influenze e manipolazione finanziaria. Si parla di un contratto con Milei e sua sorella Karina di 5 milioni di dollari per il lancio pubblico del token.

Non è l’unica accusa che colpisce Karina Milei, figura centrale del governo. Molte testimonianze provenienti dall'universo libertario parlano di un sistema informale di raccolta fondi e intermediazione politica attorno alla segreteria presidenziale, gestita da Karina. In questo contesto è emersa l'espressione del «3%», riferita a presunte percentuali richieste nel quadro di un sistema di "ritorni": si parla di sovrapprezzi del 4.000% nell'acquisto di carrozzine per disabili e medicinali da parte dello Stato. 

MA IL CASO PIÙ ECLATANTE è quello che sta travolgendo il governo proprio in questi giorni: il portavoce e capo di gabinetto presidenziale Manuel Adorni, uno dei più visibili volti dell'esecutivo, è al centro di polemiche relative all'utilizzo di risorse pubbliche per viaggi privati, ristrutturazioni milionarie e possibili conflitti di interesse. Mentre agli argentini viene chiesto, ancora una volta, di sopportare una violenta austerità in nome di un futuro migliore - che sembra non arrivare mai - Adorni non sa come giustificare i 245.000 dollari in contanti usati per ristrutturare la sua nuova casa per i fine settimana, che non compare nemmeno nella dichiarazione dei redditi. Di fronte a una serie di testimonianze che sembrano schiaccianti, ciò che vacilla non è solo la legalità delle condotte contestate, ma l’intero dispositivo morale sul quale Milei aveva fondato la propria legittimità politica. Resta da vedere se queste denunce produrranno conseguenze giudiziarie concrete: in Argentina, l’attivismo del Potere giudiziario finisce inmancabilemene per sintonizzarsi con gli equilibri politici del momento. 

BEN DIVERSO è stato l’atteggiamento della magistratura nei confronti di Cristina Kirchner, principale figura dell’opposizione, oggi agli arresti domiciliari nell’ambito del processo “Vialidad”. L’ex presidentessa venne condannata nel 2022 per non aver impedito un sistema irregolare di assegnazione delle opere pubbliche, senza che emergessero prove che la incriminassero in modo diretto. La Corte Suprema di Giustizia composta di soli 3 membri, 2 dei quali nominati dall’ex presidente Mauricio Macri - ha rapidamente confermato la condanna nel 2025, escludendola di fatto dalla competizione elettorale. Il kirchnerismo denuncia inoltre i rapporti personali tra i vari magistrati coinvolti nel processo e l’ex presidente Macri, le cui cause per corruzione tendono sistematicamente a essere archiviate o svuotate di conseguenze giudiziarie. Il caso più emblematico resta però quello dei “Cuadernos”, un’inchiesta nata da alcuni quaderni attribuiti all’autista Oscar Centeno, nei quali sarebbero stati annotati percorsi di consegna di denaro illecito tra imprenditori e funzionari kirchneristi.

I QUADERNI ORIGINALI non furono inizialmente consegnati alla magistratura e gran parte del procedimento si fondò su fotocopie che, secondo diverse perizie e contestazioni della difesa, presenterebbero grafie differenti, e su un sistema di confessioni estorte a imprenditori minacciati di carcere se non accusavano la Kirchner.

Questo caso rappresenta il paradigma argentino del lawfare: una gigantesca costruzione politico-mediatica destinata a produrre una condanna pubblica prima ancora di quella giudiziaria. Attraverso la spettacolarizzazione dei processi, l’uso politico delle fughe di notizie e decisioni giudiziarie capaci di produrre effetti politici immediati, il lawfare è diventato uno strumento privilegiati di intervento e disciplinamento politico nel continente, come durante la Guerra Fredda lo fu il Plan Condor.

Il parallelismo con altri processi latinoamericani è significativo. In Ecuador, Rafael Correa fu coinvolto nel caso “Sobornos”, anch’esso basato su quaderni, annotazioni e registrazioni relative a presunti finanziamenti illeciti tra imprenditori e governo.

In Brasile, invece, Luiz Inácio Lula da Silva fu incarcerato nell’ambito dell’operazione Lava Jato e gli venne impedito di candidarsi alle elezioni del 2018, poi vinte da Jair Bolsonaro. Le condanne contro Lula furono successivamente annullate dalla Corte Suprema, che riconobbe irregolarità procedurali e la parzialità del giudice Sérgio Moro, nel frattempo diventato ministro del governo Bolsonaro. In tutti questi casi, la magistratura ha cessato di apparire come un semplice arbitro neutrale per diventare un attore politico decisivo, completamente subordinato al potere economico. L'utilizzo strategico del potere giudiziario per neutralizzare avversari politici risulta infatti capace di costruire nell'opinione pubblica la rappresentazione di un potere intrinsecamente criminale, che sembrerebbe avere conseguenze legali soltanto per un settore politico, non allineato con gli interessi degli Stati Uniti.

NATURALMENTE, DENUNCIARE il lawfare non significa negare l'esistenza della corruzione, che esiste e attraversa governi di diverso orientamento politico, rappresentando uno dei principali fattori di discredito delle democrazie latinoamericane. Il problema è però la radicale disuguaglianza nelle indagini penali e l'assenza di controllo democratico su apparati giudiziari spesso corporativi, opachi e politicamente orientati.

È qui che emerge il nodo centrale della democrazia latinoamericana contemporanea. Nel Novecento, le élite economiche e geopolitiche rovesciavano governi popolari attraverso i colpi di Stato militari. Oggi quei meccanismi sono molto più sofisticati. Non servono più carri armati nelle strade se esiste la possibilità di disciplinare leader popolari attraverso tribunali, procure, intelligence e campagne mediatiche permanenti.

L'ARGENTINA OFFRE OGGI una sintesi estrema di questa contraddizione. Un governo nato promettendo una rivoluzione morale si trova coinvolto in scandali che ricordano le peggiori pratiche della vecchia politica, ma al momento senza conseguenze penali. Intanto, la principale leader dell'opposizione si trova agli arresti domiciliari, vittima di una serie di processi penali orientati dal potere politico, come ha riconosciuto lo stesso Milei.

Il sistema giudiziario argentino funziona come uno spazio di lotta politica selettiva, dove alcuni settori sembrano godere di una sostanziale immunità mentre altri diventano oggetto di persecuzione permanente.

La crisi democratica che attraversa il continente non può essere compresa senza affrontare questo problema. Per decenni l'America Latina ha discusso come limitare il potere dei militari. Oggi dovrebbe iniziare a discutere come democratizzare il potere giudiziario.


Nicolás Rapetti

Nato a Torino nel 1978 in seguito all'esilio dei suoi genitori, militanti 'guevaristi' del P.R.T., scappati dalla dittatura argentina.
Ha vissuto la sua vita tra l'Italia e l'Argentina. Negli anni novanta ha militato nell'organizzazione per la difesa dei diritti umani HIJOS.
Si è laureato in Sociologia all'Università di Buenos Aires (UBA).
Ex Capo di Gabinetto del Sottosegretario per i Diritti Umani Horacio Pietragalla, attualmente lavora come funzionario della Camera dei Deputati argentina.
Ha scritto il libro "Né oblio né perdono. Argentina 1976 - 2026", pubblicato da Laterza nel 2026.

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E-mail: nicomr@gmail.com

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