IL MUNDIAL SABOTATO AD ARTE


Con il calcio d’inizio di Mexico 2026 alle porte, l’artista-attivista Vlocke Negro combatte a colpi di «brandalismo» il dominio dei grandi sponsor Fifa sullo spazio visivo urbano

CATERINA MORBIATO
Il Manifesto - Sabato 6 giugno 2026
Pagina 32

Riservato e di poche parole, Vlocke Negro è uno di quegli artisti che preferiscono mantenere l’anonimato e comunicare attraverso le proprie opere. Negli ultimi mesi, mentre Città del Messico si preparava a ospitare la Coppa del Mondo 2026, ha affiancato comitati e collettivi contrari al torneo con murales e azioni di sabotaggio dei brand che sponsorizzano l’evento. «Qui lo chiamiamo "il Mondiale del saccheggio".

Questi lavori di ristrutturazione hanno avuto ripercussioni sui trasporti pubblici, sull’attività dei commercianti e delle prostitute. Stiamo venendo espulsi dalle nostre case, dal nostro modo di vivere la città» spiega, riferendosi alle operazioni di maquillage urbano che stanno ridisegnando la città a misura di turista.

ORIGINARIO di Ciudad Nezahualcóyotl - municipio migrante e popolare della periferia orientale di Città del Messico -, Vlocke sintetizza il suo rapporto con l’arte e con la vita in una frase: «Le radici sono nelle strade». Per lui l’arte è soprattutto pubblica e comunitaria.

Questa convinzione lo ha portato a organizzare numerose iniziative con i comitati di quartiere di Santa Úrsula Coapa, uno storico rione di Città del Messico che, a causa della sua vicinanza allo Stadio Azteca - una delle sedi dei Mondiali -, ha subito gli effetti della scarsità idrica e della speculazione immobiliare. Una delle prime azioni è consistita nel sovvertire un gigantesco cartellone pubblicitario della Coca-cola, sponsor storico dei Mondiali. «La mia prima reazione è stata di felicità: non avevo mai realizzato un intervento su un cartellone pubblicitario così grande. In più, voleva dire operare su uno dei simboli più potenti del capitalismo globale», ricorda soddisfatto.

Da tempo Vlocke pratica il «brandalismo» (crasi tra “brand” e “vandalismo”), una forma di attivismo artistico che contesta il dominio delle grandi marche sullo spazio visivo. Negli ultimi mesi però si è dedicato a rielaborare le maglie della nazionale messicana di calcio - rigorosamente reperite nei mercati del falso del barrio di Tepito - personalizzandole con stampe che rendono omaggio alle donne indigene zapatiste, o con immagini di una maestosa Coatlicue - divinità terrestre mexica della vita e della morte - che sovrasta un pallone da calcio avvolto da una maschera di plastica raffigurante Donald Trump.

LE MAGLIE MODIFICATE del “Tri” stanno andando a ruba: molte persone che non indosserebbero mai un capo marchiato Adidas ora lo desiderano proprio per la sua potente carica ironica e sovversiva. «In questo periodo le persone sentono il bisogno di portare un messaggio sul proprio corpo. Credo sia importante poter indossare un capo che veicoli un messaggio, perché è un messaggio che cammina e raggiunge molte persone», osserva Vlocke, convinto che la strada sia uno spazio costantemente conteso, in cui bisogna lottare e rendersi visibili.

Nella fase finale dei preparativi, anche le autorità hanno cercato di occupare le strade, con l’obiettivo di trasformare la città in una sorta di galleria d’arte a cielo aperto. La sensazione, però, è un’altra. Saturata da migliaia di murales che ritraggono simboli “tipici” - come il Giorno dei Morti, la lucha libre o i mariachis -, oggi la capitale assomiglia piuttosto alla sterminata vetrina di un negozio di souvenir.

PER VLOCKE si tratta di un muralismo «cooptato dalle istituzioni che folklorizza la cultura messicana». Più che stimolare una riflessione, funziona come un’operazione di branding e di decorazione urbana per i visitatori stranieri.

È una domenica pomeriggio assolata e al fischio d’inizio dei Mondiali mancano meno di tre settimane. Sulla Calzada de Tlalpan, una delle principali vie d’accesso allo Stadio Azteca, decine di persone sono all’opera. Pennelli, bombolette spray, colla e volantini alla mano, coprono e trasformano i murales che fino a quel momento celebravano la competizione. L’azione è stata organizzata dal collettivo artistico Ocupa Graff-ica insieme a familiari dei desaparecidos, con l’obiettivo di contrastare la retorica di opulenza che accompagna il mega-evento.

Nuovi murales, stencil, paste-up e decine di volantini con fotografie e dati identificativi delle persone scomparse si sovrappongono alle immagini precedenti. Vengono anche affissi manifesti che richiamano l’album di figurine Panini e che, invece dei calciatori, raffigurano i volti dei desaparecidos con indosso la maglia della nazionale messicana. Sui muri prendono forma questioni scomode che stonano con il clima celebrativo: desaparecidos, gentrificazione, Palestina e interventismo statunitense.

«Ci riuniamo affinché il governo non metta a tacere la nostra voce. Vogliamo che si smetta di investire in un Mondiale di cui non abbiamo bisogno e che si investa invece nella vita delle persone, nella ricerca dei nostri familiari» dice Estela Cepeda, una delle tante buscadoras - le madri che cercano i propri cari scomparsi - presenti all’azione. Lei dal 2023 cerca sua figlia, María Fernanda Rodríguez Cepeda, e suo genero, Daniel Arturo Chávez Valdés, scomparsi nello Stato del Messico.

Armate di nastro adesivo, Estela e altre donne del collettivo “Flores en el Corazón”, affiggono i volantini con le fotografie di persone scomparse provenienti da tutto il Paese. Sanno che verranno rimossi nel giro di poche ore dai servizi di pulizia urbana, eppure continuano imperterrite.

ANCHE VLOCKE NEGRO partecipa alla giornata. Con calma si avvicina a una delle pareti ancora libere, prende le misure a occhio e individua subito il punto in cui lasciare il suo messaggio: «+130 MILA DESAPARECIDOS». Il punto non è scelto a caso. La scritta, in lettere cubitali, affianca l’immagine di un placido Pique, il peperoncino con baffoni e sombrero che fu la mascotte di Messico 1986. Prima di andarsene si ferma a osservare il muro. Poi accosta uno stencil alla figura e, in pochi secondi, sulla maglia rossa di Pique compare una nuova scritta, ed è come se fosse sempre stata lì: «Fifa go home».

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