STORIA APODITTICA DELLA COPPA DEL MONDO



Simone Basso
SPORT E CULTURA - 11 giugno 2026

Ogni quattro anni, da novantasei, il “gioco più bello del mondo” fa la festa a una nazione.
Essendo, l’evento, un po’ invadente e invasivo (nelle tasche del terzo pianeta del sistema solare), nel 2026 scorazzerà impunito in tre Paesi.

Questo è un bignamino apocalittico e apodittico della Coppa del mondo di calcio.
Il carrozzone pop che più assomiglia a un gigantesco funerale vichingo per famiglie.
Lasciate ogni speranza voi che tifate: Caronte era un trequartista sublime.

***


In principio furono i francesi.
Se lo sport moderno lo inventano i britannici, la Francia codifica i moloch.
Stabilisce le regole, l’iconografia, la cultura.
In ordine cronologico e d’importanza storica: le Olimpiadi (Pierre de Coubertin), il Tour (Henri Desgrange), il Mondiale (Jules Rimet).
L’avvocato Jean-Baptiste Séraphin Rimet, presidente FIFA quasi per inerzia, era un umanista, repubblicano, cristiano e democratico.
Si batté per il professionismo, che riteneva necessario per consentire ai giocatori delle classi più povere, operai e contadini, di partecipare.
Oltre agli inciampi, rifiutava (da idealista) il binomio tra calcio e politica, già evidente dalla vernice della sua creatura, Rimet morì (nel 1956) ignaro di aver inventato un mostro.
Jules Rimet è un Victor Frankenstein a sua insaputa.
FIFA e UEFA (nata cinque minuti dopo il ritiro di Rimet...) realizzeranno tardi di possedere il biglietto vincente della superlotteria del globo terracqueo.
Per decenni saranno amministrate da satrapi e signorotti, parrucconi latifondisti del campo, della tribuna e dello stadio.
Alla FIFA l’influenza di Adi Dassler stabilirà le politiche, conservative fino a João Havelange (e della relativa corruzione ambientale), aggressive ed espansive da Sepp Blatter in poi.
Il mondo è una palla al piede, possibilmente adidas.

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LA COPPA ATTRAVERSO IL TEMPO E LE ERE

1930-1950 La creazione del Giuoco, del mito in differita.
1954-1966 L’epoca della nuova frontiera, dell’evoluzione tattica e tecnica, della televisione.
1970-1990 L’età dell’oro, del mito in diretta e in mondovisione.
1994-2014 Esperanto globale, il calcio è medium, l’inizio della simulazione.
2018-2026 L’accelerazione del macchinario, il Tempo della simulazione totale, la morte apparente del Giuoco.

La Champions League egemonica – difatti la fusione nucleare della Coppa Campioni e della Coppa UEFA – si è mangiata tutti i campionati, tranne la Premier League, diventando anche l’aleph tattico e tecnico del fastfoot, scalzando così il (vecchio) Mondiale; che è ormai, dagli anni ’10 (del XXI secolo), solo la vetrina massima, outlet, del sistema in sé.
La dimensione economica supplisce allo svuotamento di contenuti nel “giuoco”.
Le nazionali, da decenni, hanno perso la funzione di rappresentare il livello più alto, le scuole, in un calcio-cocktail, multinazionale e sportswashing.
La Spagna (per la prima volta, ndr) senza giocatori del Real Madrid, l’esempio più estremo.
La FIFA di Gianni Infantino, una società offshore che non risponde (più) alle regole internazionali, rappresenta (e vende) un’ideologia senza pensiero.

***

I 3 MONDIALI PIU’ IMPORTANTI

1954 
Arriva la tivù, il regolamento (stupido) divide il tabellone, mettendo le favorite una contro l’altra nei match a eliminazione diretta.
L’Ungheria sublima il WM preconizzando, dal centrocampo in su, tutto il futuro prossimo e anteriore del calcio.
La Squadra d’Oro (Aranycsapat, ndr), la più forte mai ammirata fino a lì, affogherà nel pantano del Miracolo di Berna dei tedeschi occidentali, consegnandosi – per sempre – alla leggenda e alla maledizione.


1970
Si assegna definitivamente la Coppa Rimet, con un torneo che sta a metà tra il football classico e quello postmoderno, che si manifesterà in Germania (Ovest) nel ’74, vestito d’arancione.
A 2000 metri sul livello del mare, Messico e nuvole, il Brasile è un’inarrestabile macchina da gol.
Quattro trequartisti, 10 o 9 e mezzo, nella linea d’attacco: uno si travestì da ala-goleador, Jairzinho, uno giostrava da universale, Tostão, un altro da esterno creativo, Rivellino, infine c’era, all’ultima recita, la Madonna Pellegrina del Foot, Pelé.
Zagallo schierava pure un centrocampo da paura, Gérson e Clodoaldo, e schiantarono una Italia cotta dal (cinematografico) 4-3 (in semifinale, ndr) contro la Germania Ovest; che era, a (ri)vederla, Franz Beckenbauer e Gerd Müller uber alles, meglio di quella che quattro anni dopo, a casa, alzò la nuova FIFA World Cup disegnata da Silvio Gazzaniga.
Idem con patate, ma rispetto al ’66, per l’Inghilterra.

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1982
Una saga a pallonate, l’edizione (la prima a 24 squadre) che offre in 76 ore (!) Italia-Brasile e Francia-Germania Ovest è uno zenit del Giuoco, biodiverso e identitario, romantico e corruttibile.
Lo sceicco (Fahad Al-Ahmad Al-Sabah) che (il 21 giugno) interrompe Francia-Kuwait, un’africana (l’Algeria) batte la Germania, la Seleção più sexy mai ammirata, l’Honduras che pareggia contro la Spagna e l’arbitro.
28 giorni che cristallizzano, per sempre, il calcio del '900.

Nello sport professionistico, è sempre esistita una cabina di regia.
Nei giochi, per le peculiarità stesse degli spettacoli, si è assistito a una simbiosi e (o) a un coacervo.
Il sistema, se produce potere e denaro nella cerchia, alimenta specchi.
Della stessa immagine, riprodotta, che può sostituirsi alla realtà.
Nel calcio, nel tennis, nel basket, nella NFL, a seconda del controllore, il teatro di scena si è trasferito dal campo, dalla realtà in diretta, agli schermi che catturano l’immagine stessa e la porgono (vendono, impongono, selezionano), in una diretta dilatata, agli attori (giocatori, tecnici, giudici) e agli spettatori.
Questi ultimi, allo stadio, hanno solo una funzione coreografica.
Lo spettatore che conta, poiché moltiplicabile e raggiungibile ovunque, su un comunissimo oggetto tecnologico, è quello che guarda, sbircia, commenta, dai dispositivi digitali.
Se si modifica anche la postura dell’attore, che è sempre più consapevole della recita, dopo un gol cerca la telecamera, l’inquadratura, e offre un messaggio (un’esultanza, una maglietta, un tatuaggio, un taglio di capelli), il gioco diventa alterabile per esigenze scenografiche.
È sempre esistita, l’alterazione, per dinamiche politiche, nella guerra tra bande delle varie Federazioni e dei marchi. Se andate sul TuTubo, potreste intuire di almeno due finali, una Coppa Rimet (1962, Brasile-Cecoslovacchia), una Coppa del mondo FIFA (1990, Germania-Argentina), nelle quali l’arbitro (il sovietico Nikolaj Latyšev e il messicano Edgardo Codesal, ndr) segue una sceneggiatura scritta (consigliata).
Ma il salto di specie (...), con la tecnologia e la finanza, è stato sbalorditivo.
In mezzo al guado, l’episodio-prologo, l’espulsione di Zinédine Zidane nel climax della finale a Berlino 2006.


La FIFA di Joseph Blatter, predone e padrone vecchio stile della ferriera, uomo-adidas, avrebbe preferito i Bleus, emergenti e colorati, alla solita Italia, sporca, cattiva e vincente.
Ma non potevano soprassedere, nell’attimo, a quello che era stato filmato, inosservato dagli ufficiali di gara sul prato.
Il quarto ufficiale, richiamato dalla regia televisiva, stabilì una nuova legge.
Qatar 2022, col tecnofascista Infantino, la nuova razza, a comandare, diventa integralmente un reality in movimento.
Nel quale tutto è implementato dall’esterno (dei 105×68 metri) e viene sviluppato sotto vetro nei 90 (120) minuti del format.
Una fiction modificabile, in corso d’opera, che replica il football della playstation, di una serie Netflix.
Una simulazione totale.
Spettatori, giocatori, allenatori, giornalisti, protagonisti di un gaming.
Il vecchio foot, ricattabile, brutale, imponeva scelte geopolitiche di un evento organizzato, magari durante una dittatura. Era un conclave, rispettoso di regole (non) scritte.
Questo le cambia, all’istante, le adatta, al pari di strumenti derivati della finanza.
La simulazione di ogni dettaglio, il controllo del momentum tramite VAR, la terna (quaterna) etero-diretta, producono la morte accelerata del calcio stesso.
Celebrato in (non-)luoghi come le arene del Qatar o degli States, il calcio del ventunesimo secolo è il Potere.
Per la banda-Infantino, il prossimo passo è l’invasione degli ultimi mercati oggi marginali.
Il progetto di rendere la FIFA World Cup il Super Bowl del pianeta Terra, non può non coinvolgere Cina e India. 2 miliardi di consumatori, potenziali, ancora marginali.


I 5 MONDIALI PIU’ MANIPOLATI E CORROTTI

1934 Italia
1962 Cile
1978 Argentina
2002 Corea
2022 Qatar

Il futuro prossimo potrebbe essere interattivo e cibernetico.
Il pubblico pagante, non solo quello sugli spalti, sarà coinvolto nell’azione?
Scegliere il design della maglia, suggerire una sostituzione all’allenatore o la formazione, votare l’entità e la qualità di una scelta arbitrale.
Con un clic, una moneta digitale.
Il direttore di gara AI, che filtra le informazioni, le analizza e le applica, calibrando l’algoritmo che massimizza emotività (dello spettatore), esposizione (dell’investitore) e guadagni.

***


LE 3 MIGLIORI PERFORMANCE INDIVIDUALI VINCENTI

1962 Mané Garrincha
1986 Diego Armando Maradona
2006 Gianluigi Buffon

LE 3 MIGLIORI PERFORMANCE INDIVIDUALI PERDENTI

1954 Sandor Kocsic
1966 Eusébio
1974 Johan Cruijff

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LE 5 PARTITE PIÙ INCREDIBILI

1950 - Brasile-Uruguay 1-2

Il Maracanazo rappresenta tutta la potenza, l’irrazionalità, la follia, del Giuoco.
Al Maracanã, 199.854 spettatori aspettavano il trionfo, una nazione intera ne era certa: sarebbe bastato un pareggio, con quella formula bislacca del gironcino (all’italiana).
Dopo l’1-0 di Friaça iniziarono i festeggiamenti, il pareggio dell’euclideo Pepe Schiaffino li scalfì appena, ma quando Alcides Ghiggia uccellò la difesa brasiliana e (il povero) Barbosa, lo stadio ammutolì.
Gli uruguagi, opposti a un Brasile vanesio, diedero una lezione tattica e consegnarono un Paese allo psicodramma collettivo.
Mentre Rimet, solo come un cane, sperduto, diede il trofeo a Obdulio Varela, nel Maracanã due spettatori si suicidarono gettandosi dalle tribune.
Altri dieci morirono d’infarto.
Fuori dallo stadio, il conto fu di 34 suicidi e 56 morti per arresto cardiaco.
Fu la “Nossa Hiroshima”, a testimoniare la capacità (unica) del calcio di unire tragedia e stupidità umane.

1954 - Ungheria-Uruguay 4-2 dts

La semi a Losanna fu la finale anticipata tra gli "eroi" del Maracanazo e la Aranycsapat; che iniziò la contesa a ritmi impossibili per i sudamericani: l’1-0 di Zoltán Czibor, una rasoiata, su cross di Nándor Hidegkuti e assist di testa di Sándor Kocsis, un manifesto di quel calcio avveniristico.
60 minuti di assalto magiaro, il 2-0 di Hidegkuti, ma l’Uruguay – passata la tempesta perfetta – pareggiò con 2 segnature dell’argentino (...) Juan Hobherg: era salito in cattedra il direttore d’orchestra Schiaffino.
Nel secondo tempo supplementare, con l’Ungheria (sprecona) che rischiò di capitolare, ci pensò Kocka * (il Cubo, ndr) in stato di grazia a chiudere con una doppietta.
Lo standard di quel 4-2, l’intensità aliena dei 120′ sotto la pioggia, i colpi di scena, incapsulano la sfida in una dimensione a sé.

“L’Ungheria-Uruguay del ’54 rappresentò ai miei occhi il vertice 
tecnico-agonistico del gioco per me più bello del mondo.”
(Gianni Brera)

1982 - Italia-Brasile 3-2

Potenza del pallone, il Girone della Morte (c’era pure l’Argentina) si decise in un pomeriggio di fuoco, non solo per i 40 gradi all’ombra in quel 5 luglio a Barcellona.
Al Brasile esteticamente più bello mai visto bastava un pari, contro una nazionale italiana che sembrava disegnata per sabotare il futebol bailado.
Al Sarrià, un catino che era l’antimateria sudata degli stadi-astronave del 2026, il duello tra il talento irresistibile degli Zico, Falcão, Sócrates, Júnior e una Italia, spietata e coraggiosa, che coniugava il calcio difensivo e verticale con ibridazioni dalle altre scuole.
Gaetano Scirea e Marco Tardelli erano “olandesi”, Bruno Conti e Antonio Cabrini “brasiliani” (sigh), Giancarlo Antognoni “inglese”.
Il fantasma dell’opera, l’hombre del partido, fu Paolo Rossi, 3 gol 3 avvolti nell’aura di uno (fosforo e velocità negli spazi brevi) che vedeva il film un secondo prima degli altri.
Al 2-2 del favoloso Falcão, al 68′, gli azzurri parvero spacciati, la parata di Dino Zoff in zona Cesarini, su un colpo di testa di Oscar durante l’assalto finale dei verdeoro, un attimo che fermò il Tempo.
E il calcio, che mai più sarà così: il Sarrià verrà demolito nel 1997, il Tango España fu l’ultimo pallone realizzato in pelle, il Brasile di Telê Santana, dei semidei, diverrà l’ultima thule del football utopico.

1982 - Francia-Germania Ovest 3-3 (4-5 dcr)

Il “Re Lear” futbalistico, 4 giorni dopo il Sarrià, è l’apoteosi drammatica del Giuoco.
Una sera, umidissima (32 gradi alle 21...), a Siviglia, una semifinale tra Francia e Germania Ovest dove accadde ogni cosa immaginabile e inimmaginabile su un campo da calcio.
Il quadrato magico (il "Carré magique" di centrocampo con Platini-Giresse-Tigana-Genghini, quest'ultimo poi rimpiazzato da Fernandez nel vittorioso Euro '84 casalingo, ndr) dei galletti, un simposio di tecnica, opposto alla forza e alla cazzimma dei Panzer.
L’uscita omicida di Harald "Toni" Schumacher su Patrick Battiston, i Bleus-champagne con Michel Platini che, nel cuore del match, diede una lezione di football.
I tedeschi spinti dall’estro del motorino Pierre Littbarski e dal sapere concreto di Paul Breitner.
La Francia li maramaldeggiò, fin troppo, nei supplementari, e si fece riprendere (sopra 3-1) in 6′ da Kalle Rummenigge e (in leggendaria rovesciata, ndr) Klaus Fischer.
La Notte di Siviglia si concluse ai rigori, la prima "lotteria" di sempre, con errore di Maxime Bossis e la conversione-vincente di Horst Hrubesch.
Francia-Germania Ovest è la più bella pièce teatrale che il calcio, al suo meglio, abbia mai messo in scena.

1986 - Argentina-Inghilterra 2-1

In Messico, a gonfie vele, Argentina e Inghilterra misero insieme un quarto di finale storico.
I Maestri (non più tali) contro gli “animali” (parola di Alf Ramsey) e, come non bastasse, quattro anni dopo la guerra nelle Falklands/Malvinas.
L’Albiceleste in un’improbabile divisa blu, voluta dal Ct Carlos Biliardo per alleggerire (?, ndr) l’afa di Città del Messico, condusse per tutto il primo tempo, sbattendo contro i guanti di Peter Shilton.
Alla ripresa, in 4 minuti, Diego Armando Maradona si trasfigurò in una divinità mortale: mezzo angelo, mezzo diavolo.
Quel mascalzone latino, al 51′, di mano, superò Shilton in uscita: in diretta fregò tutti, compresi la terna arbitrale, gli spettatori all’Azteca, quelli davanti alla tivù e i commentatori.
Al 55′, dopo “la mano di Dio”, Dieguito si inventò l’aquilone cosmico: 60 metri, 10 secondi palla al piede, su un campo di patate (...), slalomeggiando tra gli inglesi.
Peter Reid, Peter Bearsdley, Terry Butcher, Terry Fenwick e ancora Butcher, prima di infilare Shilton.
È il gol più famoso nella storia della Coppa, quello che celebra un genio, il massimo interprete del Giuoco.
Gli inglesi, disperati, si riversarono avanti: Gary Lineker, il Pichichi di Mexico ’86, accorciò le distanze.
Ma non sarebbe bastato: quel mezzogiorno messicano apparteneva solo a Maradona.

***

PILLOLE, SIRINGHE E LABORATORI MOBILI

Proprio come gli altri blockbuster sportivi, Olimpiadi e Tour in testa, il Mondiale estremizza la performance e il recupero, favorendo la sperimentazione sulla carne viva dell’atleta.
Al contrario delle discipline pop ma “povere”, il ciclismo in primis, i panni sporchi non verranno mai lavati in piazza.
I calciatori sono invitati a stare male e morire altrove: l’antidoping della Coppa è una farsa acclarata e Maradona resta l’unico scalpo prestigioso della rassegna.
Vi proponiamo, incoscienti, una lista di 5 Mondiali in provetta (...).

1954

Das Wunder von Bern (il Miracolo di Berna, ndr), per i tedeschi occidentali che sconfissero la Squadra d’Oro, ebbe un seguito negli ospedali.
L’epatite virale colpì Fritz e Ottmar Walter, Max Morlock, Karl Mai e Helmut Rahn.
Era lo stesso morbo itterico che si diffuse, durante la guerra, tra i soldati della Wehrmacht; che venivano caricati con la metamfetamina, al fronte, e il D-IX della Kriegsmarine: 3 grammi di Pervitin, l’Eukodal e la cocaina.
La condizione atletica, straripante, di quella squadra non dipendeva solamente da un’ottima preparazione fisica.

1974

L’autoemotrasfusione divenne avanguardia, della preparazione, negli anni ’70.
I primi esperimenti nel decennio precedente, nuoto, ciclismo (con l’ozono), ebbero una svolta con il finlandese Lasse Virén, oro nei 5000 e nei 10000 a Monaco 1972.
La pratica si sarebbe diffusa, grazie al blocco europeo orientale, nella seconda metà dei ’70.
Nel calcio fu il medico di Beckenbauer, Manfred Kohnlechner, a introdurla: iniezioni del sangue, trattato, che miglioravano la stamina.
Il gruppo del Bayern, per i Mondiali casalinghi (vittoriosi), seguì questa strategia.
Il Captagon, la pillolina che aggiungeva aggressività (e falli da codice penale), un must in Bundesliga e in First Division, andava integrato con altro.

1998

Nel mese delle perquisizioni e degli arresti dei Festina (sfortunatissimi...) al Tour, la Francia vince la Coppa.
L’inchiesta che seguì del Senato transalpino, indagine che riguardava lo sport professionistico tout court, vide collaborativo il ciclismo e calcio e rugby – in particolar modo – silenti.
L’UCI (che aveva fornito tutti i nominativi dei corridori) e la FIFA chiesero di non conservare le fiale dei controlli: al ciclismo non fu permesso, al football sì.
Una scena degna di un film di Elio Petri: un addetto della federcalcio mondiale si recò a Chatenay-Malabry e, nel laboratorio, assistette alla distruzione di tutte le provette riguardanti quell’edizione della Coppa; che si concluse col calciatore più forte e famoso, Ronaldo, a poche ore dalla finale, colto da una crisi cardiaca nel ritiro e curato con un sedativo per epilettici (il Gardenol).

2006-2010

La Operación Puerto conclude un’epoca cyberpunk del ciclismo (e dell’atletica).
Era il 23 maggio 2006, quando un raid della polizia spagnola scoprì il business (internazionale) creato dal ginecologo Eufemiano Fuentes.
Le macchine Haemonetics ACP-215, per congelare il sangue (la “Siberia” nel gergo cifrato) a 80 gradi sotto zero, più di 200 sacche di atleti conservate e pronte (per l’uso).
Conosceremo le destinazioni di un terzo, as usual, dei ciclisti; diventeranno un’enigma (o un segreto di Pulcinella) le restanti.
Il processo iberico, nell’indifferenza dei media, è difatti un insabbiamento.
Quando la polizia tedesca chiese a Jorg Jaksche, corridore della ONCE reo confesso, se avesse avuto un “trattamento” a Francoforte nel 2006, tra giugno e luglio, anche un fesso comprese l’arcano.
L’unità mobile di Fuentes era là per i Mondiali.
In Assia, in quel periodo, c’erano quattro ritiri di nazionali: fate bim-bum-bam e forse scoprirete chi praticava doping di squadra.

L’uso industriale di Actovegin, le cliniche della salute, le tende ipossiche, il plasma arricchito per ritornare dagli infortuni: il foot vive in un limbo privilegiato.
Il Barcellona, anni Zero, pagò l’obolo di circostanza (30.000 euro, bruscolini...) ogni volta che non aprì i cancelli della Ciudad Deportiva alla WADA.
La cooperazione tra enti è inesistente e il sistema è una pantomima: le federazioni nazionali sono responsabili dei controlli ai propri giocatori.
Luis Garcia del Moral, medico della famigerata US Postal, squalificato a vita dall’UCI (e dall’ITF: a Valencia si occupava pure di tennis), era anche al Barça.
Tornando alla OP e alla successiva Operación Galgo, l’inchiesta finì su un binario morto quando si rintracciarono 4 milioni di euro in pagamenti, a Fuentes, da un conto riconducibile a José Luis Astiazarán. Ovvero, il presidente della Liga e vicepresidente della RFEF dal 2005 al 2013.

2018
Di culto assoluto la marchettona putiniana, dopo la spericolata Sochi 2014, ebbe la premessa di un’inchiesta (manfrina) sul doping di Stato che coinvolse oltre 1000 (!) sportivi russi di alto lignaggio.
Per la FIFA, in uno scambio pallettaro con la WADA, non c’erano evidenze del coinvolgimento di calciatori: lo stratagemma permise la disputa regolare (...) della manifestazione.
Il pentito Grigory Rodchenkov, l’artefice del sistemone (che coinvolgeva 30 discipline), testimoniò che – dal 2012 al 2015 – coprirono 34 positività di calciatori russi.
Il vecchio boss Vitaly Mutko, ministro dello Sport, aveva imposto la linea.


UN PO’ DI NUMERI A CASO

6900 - In dollari, l’esborso medio nel ’26, comprando i biglietti al prezzo più basso nel settore più popolare, di un tifoso per vedere le gare della propria nazionale fino all’eventuale finale.
La FSE, una sorta di Codacons del calcio europeo, ha calcolato che i costi – rispetto al Qatar – si sono quintuplicati.

5838 - I giorni che passeranno senza che la nazionale italiana realizzi una segnatura ai Mondiali.
Sempre che gli azzurri si qualifichino alla Coppa del 2030 e giochino la partita d’apertura.
L’ultimo gol fu di Mario Balotelli, al 50′, contro l’Inghilterra a Manaus (Brasile) il 14 giugno 2014.

48 - Le squadre che partecipano alla FIFA World Cup 2026.
Nel 1986 erano 24.

43 - I giorni del Mondiale 2030, che vedrà disputarsi incontri in 5 nazioni. Oltre le ospitanti Spagna e Marocco, si festeggerà il centenario del 1930 giocando in Argentina, Paraguay e Uruguay.
Infantino spinge per una rassegna a 64 team.

16 - Gli anni della nazionale italiana senza giocare la fase finale di un Mondiale.

6 - I rigori tirati da Lionel Messi, nei tempi regolamentari e supplementari di Qatar ’22.

1 - Andreas Brehme a Italia ’90 è l’unico giocatore nella storia della rassegna ad aver calciato, e segnato, almeno un rigore, sia di sinistro sia di destro.

1 - Luisito Monti rimane il solo ad aver disputato due finali con due nazionali diverse: l’Argentina nel ’30, l’Italia nel ’34.


Il calcio è il medium, nasconde alla superficie l’irrilevanza del gioco.
Una collezione di highlights e primati, divi e maschere, allenatori-guru, appartenenze tribali, oligarchi e sceicchi, federalissimi, agenzie di procura e d’immagine, media ibridi, morti di fama.
Che poi questo Barnum produca Dembélé Pallone d’Oro, o Di Marco MVP della Serie A, è un effetto collaterale.
Un po’ come una striscia abbondante di cocaina.
Il Foot è rimasto solo un esercizio di potere, ipnotico, sulle masse.

“Un’idea morta produce più fanatismo di un’idea vera; 
anzi, soltanto quella morta ne produce.
Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte.”
(Leonardo Sciascia)


Kocka-ház ("casa a cubo") o Kádár-kocka era la tipica abitazione unifamiliare ungherese a pianta quadrata, con tetto a padiglione, costruita in serie nei decenni del socialismo reale. [Ndr]

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