Il Mondiale del Pride - Egitto e Iran sfidano lo stadio rainbow
TED SOQUI/EPA Il Pride di Los Angeles,
celebrato per le vie di Hollywood lo scorso 14 luglio.
la storia
La Fifa ha dato il via libera alle bandiere arcobaleno nel match di Seattle la città più progressista Contrarie le due nazionali
EMANUELA AUDISIO
La Repubblica - Venerdì 26 giugno 2026
Pagina 46
Match-Pride. O Pride Game, fate voi. All'Iran tocca due volte. All'Egitto una. E stavolta allo stadio ci saranno anche le bandiere arcobaleno ammesse dalla FIFA. La nazionale di Taremi aveva debuttato a Los Angeles proprio mentre in città sfilava la parata Pride. Benvenuto Iran, che condanni a morte e a frustate l'omosessualità. E anche te, Egitto, dove le persone Lgbtq+ possono essere sanzionate con pene fino a 17 anni.
Oggi è Seattle, una delle città più democratiche d'America, a festeggiare il suo Queer Pride Festival.
Proprio mentre si gioca Egitto-Iran perché lo sport spesso si diverte a mescolare le idee e far incontrare gli opposti. La FIFA dice: noi non c'entriamo niente con queste iniziative organizzate dalle autorità locali, non sono eventi ufficiali del torneo, pur svolgendosi in concomitanza con le partite.
Però le bandiere arcobaleno hanno libertà di soggiorno. Egitto e Iran invece ribadiscono la loro contrarietà a qualsiasi forma di messaggio: scordatevi ogni genere di sostegno transgender. Alla nazionale di Salah potrebbe bastare il pareggio mentre l'Iran è costretta a vincere per poter passare alla fase a eliminazione diretta.
Seattle è la città del futuro, di Amazon, di Microsoft, di Bill Gates, ma anche della controcultura, del formidabile chitarrista Jimi Hendrix, del grunge, dei jeans scoloriti, delle camicie in flanella, dei pullover lisi, del minimal tech. È lì che Kurt Cobain, leader dei Nirvana, si suicidò nel '94 a 27 anni. È anche la città di Megan Rapinoe, calciatrice e capitana, due volte campionessa del mondo, attivista per i diritti e la parità salariale, che dichiarò che la sua nazionale a festeggiare da Trump non ci sarebbe mai andata, evitasse pure gli inviti (disse pure «fottuta Casa Bianca», ma di quello si scusò). Seattle oggi sarà calda, affollata, colorata, ma soprattutto mescolata per la prima volta da due diversi popoli e religioni. Quelli che il calcio è roba per uomini veri e quelli che il pallone è di tutti, deve includere e dare visibilità. La città è stata guidata (dal 2017 al 2021) dalla prima sindaca gay: Jenny Durkan, avvocata, una compagna, due figli, che lanciò anche la campagna Homelessness in Seattle (dal titolo del film con Tom Hanks e Meg Ryan) a favore dei senzatetto. Ora la nuova sindaca è Katie Wilson, progressista, come Mamdani a New York.
Ha vinto le elezioni assumendosi l'impegno di rendere i trasporti più accessibili, far fronte alla crisi abitativa e al carovita, combattere le disuguaglianze sociali. Vive in affitto, ha marito e figlia, non guida. Seattle è la città che più raccoglie i rifugiati transgender (sono 400 mila) che fuggono dai propri stati d'origine causa le proposte di leggi anti-Lgbtq+. Elle Missouri Cree è una donna che nel 2024 dall'Arkansas si è trasferita a Seattle perché le era stato comunicato che gli interventi chirurgici di riassegnazione di genere che aveva prenotato erano stati annullati dopo le elezioni presidenziali. Oggi guiderà la manifestazione.
All'ultimo mondiale in Qatar ci furono polemiche: il portiere tedesco Manuel Neuer disse di voler indosserà la fascia con il simbolo dell'arcobaleno e la scritta «One Love» nella partita di debutto, Simon Kjaer, difensore della Danimarca si associò, anche a costo di una multa, stessa cosa promise Harry Kane, attaccante inglese.
Sette nazionali europee appoggiarono l'iniziativa contro la discriminazione. Mentre il britannico Gary Lineker, ex calciatore e commentatore tv, ci tenne a specificare che lui era a Doha to report not support. La Fifa minacciò sanzioni sportive immediate (cartellino giallo) contro chi volesse scendere in campo con la fascia arcobaleno. La nazionale tedesca allora fece scena muta. Nella partita di esordio contro il Giappone posò nella classica foto di squadra coprendosi la bocca con la mano, come a dire: ci imbavagliano. Per protesta contro la censura. Oggi non ce ne sarà bisogno.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Posta un commento