Sassonia-Anhalt: una rivolta contro Berlino – e il grande equivoco degli elettori dell’AfD
Il duomo di Magdeburgo è la sede episcopale,
dall'epoca della Riforma, della Chiesa evangelica della Germania centrale.
Magdeburgo è la capitale del Land Sassonia-Anhalt, nella Germania orientale.
Unsplash: Kechukwu Julius Ugwu
di Agenzia NEV
Roma (NEV), 7 settembre 2026 – di Udo Gümpel *
Il risultato è di una portata tale che non lo si può liquidare come l’ennesima elezione regionale nella Germania orientale. Domenica la Sassonia-Anhalt non ha semplicemente eletto un nuovo parlamento regionale. Il Land ha vissuto una rivolta politica.
Il 43,8% dei secondi voti è andato all’AfD, appena il 17,2 per cento alla CDU. L’AfD ha più che raddoppiato il risultato del 2021 – allora aveva ottenuto il 20,8% – mentre la CDU è crollata dal 37,1% a meno della metà. L’AfD ha conquistato 38 dei 41 mandati diretti. La CDU, che nel 2021 aveva vinto in 40 collegi su 41, questa volta non ne ha conquistato neppure uno.
E l’affluenza è balzata a quasi il 78% – circa 17 punti percentuali in più rispetto al 2021. Già questo basta a capire che è accaduto qualcosa di straordinario.
È stata un’elezione contro Friedrich Merz
In Sassonia-Anhalt si è votato sulla Sassonia-Anhalt. Ma chi volesse spiegare questo risultato esclusivamente con ciò che accade a Magdeburgo, ignorerebbe uno dei dati centrali delle analisi elettorali.
Il governo federale è disastrosamente impopolare in Sassonia-Anhalt. L’87% degli intervistati si dichiara insoddisfatto dell'operato. Soltanto il 20% ritiene che sia in grado di far realmente progredire la Germania nei prossimi anni. Il 59% ha dichiarato esplicitamente che il governo federale meritava un «voto di protesta» in queste elezioni regionali. E l’84% che la CDU aveva promesso molto prima delle elezioni federali, mantenendo poi ben poco.
È un bilancio devastante per Friedrich Merz.
Il cancelliere è diventato il simbolo di una politica che da mesi spiega ai cittadini soprattutto ciò che in futuro non potranno più aspettarsi: la Germania deve lavorare di più, lavorare più a lungo, limitare le prestazioni sociali, ridimensionare le aspettative nei confronti dello Stato.
Quello che Merz invece non vuole – e che sindacati e organizzazioni sociali chiedono con insistenza e diversi esperti di finanza pubblica consigliano – è il ripristino dell’imposta patrimoniale, oggi sospesa, che da sola potrebbe portare circa 20 miliardi di euro di entrate aggiuntive l’anno, insieme con una riforma più incisiva dell’imposta sulle successioni. Si tratta di imposte che esistono anche nelle roccaforti del capitalismo, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, mentre la Germania le ha praticamente azzerate. Friedrich Merz ha invece innalzato qui il suo muro invalicabile: con lui non se ne parla.
E allora, forse, presto si farà senza di lui?
Nel frattempo sono gli stessi cittadini a essere continuamente indicati come parte del problema. Certificato medico fin dal primo giorno di malattia, anche contro le proteste della categoria medica; e poi, da Merz e compagni, l’eterno mantra: i tedeschi lavorano troppo poco, vanno in pensione troppo presto e pretendono troppo dallo Stato.
Di chi è la colpa della crisi e della mancanza di crescita economica? Non della propria politica, ma dei Verdi, di norme climatiche troppo severe e di quell’assurda – dal punto di vista fisico, e io sono pur sempre un fisico – chiacchiera sul «motore a combustione altamente efficiente», che dal punto di vista termodinamico, semplicemente, non esiste. Un motore a combustione interna è, fisicamente parlando, una stufa mobile: circa il 75 per cento dell’energia contenuta nel carburante viene trasformata in calore.
I problemi dell’industria automobilistica tedesca non nascono dal fatto che Volkswagen o Mercedes paghino stipendi troppo alti. Nascono dal fatto che per anni i manager di quelli che ormai sono quasi degli ex giganti hanno dormito di fronte a una nuova tecnologia dirompente.
Come i cocchieri che cercavano di impedire, attraverso limiti di velocità, che l’azienda Benz – ironia della storia – mandasse le sue Mercedes sulle strade.
Oggi la Cina è leader tecnologico mondiale nel settore dei veicoli elettrici. E non di rado lo è anche grazie a brevetti tedeschi ed europei che le nostre aziende hanno ceduto con sorprendente leggerezza, come è accaduto nel fotovoltaico e nell’eolico: tecnologie spinte ai margini durante i governi Merkel, mentre la Germania veniva incatenata al gas russo.
Naturalmente la Germania deve reagire da tempo alla trasformazione demografica – ancora di più dovrebbe farlo l’Italia, che ha un tasso di natalità ancora più basso – come del resto tutti i Paesi industrializzati. Deve reagire all’aumento dell’aspettativa di vita. La pensione a 63 anni è stata devastante per i conti pubblici, anche se tradotta nel linguaggio italiano corrispondeva sostanzialmente “solo” a una Quota 108: 45 anni di contributi più 63 anni di età.
Politicamente, però, diventa devastante quando contemporaneamente un governo non riesce a dare l’impressione di essere in grado di affrontare i grandi problemi strutturali del Paese – debolezza della crescita, infrastrutture, prezzi dell’energia, ritardo negli investimenti, finanziamento delle pensioni – e cerca invece i problemi soprattutto nei suoi cittadini.
La Sassonia-Anhalt ha dato una risposta brutale.
Questa elezione è stata anche un voto di protesta contro Berlino e contro Friedrich Merz.
L’AfD ha conquistato i non votanti
Forse il dato più importante risiede proprio nell’eccezionale aumento dell’affluenza.
L’AfD non si è limitata a raccogliere voti provenienti da CDU, FDP, Linke e SPD. È riuscita a mobilitare in misura enorme persone che nel 2021 nemmeno erano andate a votare.
Secondo l’analisi dei flussi elettorali di Infratest dimap, circa 157.000 nuovi voti dell’AfD sono arrivati dall’area dei precedenti non votanti.
L’AfD ha trasformato in mobilitazione il ritiro dalla politica e la rassegnazione.
Normalmente un forte aumento dell’affluenza viene considerato un buon segnale per la democrazia. In Sassonia-Anhalt questa frase assume un retrogusto amaro: la democrazia ha mobilitato più cittadini di quanto non accadesse da molto tempo, ma la macchina di mobilitazione di gran lunga più efficace è stata un partito che l’Ufficio regionale per la protezione della Costituzione classifica come estremista di destra.
Tra i 35 e i 60 anni l’AfD ha superato il 50%. Uomini, occupati – in particolare operai –, persone senza (diploma di) maturità e abitanti delle aree rurali e dei centri più piccoli votano AfD con una frequenza particolarmente elevata. A Halle e a Magdeburgo il partito rimane invece nettamente più debole. Le donne lo votano meno degli uomini, le persone con titoli di studio superiori meno di quelle con un livello di istruzione basso o medio.
La geografia politica della Sassonia-Anhalt è dunque anche una geografia sociale.
Ma chi ha votato AfD per protestare contro i tagli sociali, l’insicurezza economica e la perdita di sicurezza sociale dovrebbe leggerne il programma.
L’AfD della Sassonia-Anhalt non vuole semplicemente una politica migratoria diversa. Il suo programma di governo, lungo 156 pagine, delinea una profonda trasformazione dello Stato e della società.
L’obbligo scolastico generale dovrebbe essere sostituito da un «obbligo di istruzione»: i genitori dovrebbero poter insegnare ai propri figli a casa. L’inclusione dei bambini con disabilità viene definita un «esperimento» da interrompere. I figli dei rifugiati dovrebbero essere istruiti separatamente. Il Centro regionale per l’educazione politica dovrebbe essere abolito. Per quanto riguarda il servizio pubblico radiotelevisivo, il partito vuole disdire il trattato che regola il MDR. (*)
Si può volere tutto questo. Ma bisognerebbe sapere che cosa si sta votando.
«Milioni devono lasciare nuovamente questo Paese»
Questo vale soprattutto per uno dei concetti centrali del programma dell’AfD: la «remigrazione».
Il termine non appartiene più ai margini del partito. Il servizio pubblico radiotelevisivo MDR lo definisce un elemento centrale del programma di governo dell’AfD in Sassonia-Anhalt.
Al congresso federale dell’organizzazione giovanile dell’AfD, Generation Deutschland, il suo presidente Jean-Pascal Hohm ha dichiarato: «Milioni devono lasciare nuovamente questo Paese.»
La Germania, ha aggiunto, deve «rimanere il Paese dei tedeschi» e questo principio «non è negoziabile».
Poi, durante lo stesso evento, il deputato AfD del Brandeburgo, Dennis Hohloch, ha pronunciato una frase che dopo queste elezioni non dovrebbe essere dimenticata: «La Germania non ha bisogno di 80 milioni di abitanti, può vivere anche con 60 milioni.»
Oggi la Germania conta circa 84 milioni di abitanti. Tra questi 84 milioni e la Germania da 60 milioni immaginata da Hohloch c’è dunque una differenza di circa 24 milioni di persone.
Chi sarebbero questi 24 milioni?
L’AfD non ha deliberato la deportazione di 24 milioni di persone. Affermarlo sarebbe scorretto. Ma quando nello stesso congresso, da una parte, si invoca una «remigrazione di milioni di persone» e, dall’altra, si sostiene che la Germania potrebbe vivere anche con 60 milioni di abitanti, il partito deve accettare una domanda elementare: come si conciliano queste due affermazioni – e chi sono le persone che dovrebbero lasciare questa Germania?
La società civile democratica ha combattuto
È altrettanto vero che la società civile democratica ha combattuto. Iniziative civiche, associazioni, esponenti della cultura e Chiese si sono mobilitati in modo massiccio. Alleanze della società civile hanno fatto apertamente campagna contro un governo dell’AfD. Campact ha investito circa 620.000 euro in una campagna a favore di SPD e Verdi. Esponenti delle Chiese hanno preso le distanze dall’AfD con una chiarezza insolita. Ancora il giorno delle elezioni, il vescovo cattolico di Magdeburgo, Gerhard Feige, ha invitato a opporsi a «idee nazionaliste e xenofobe». [Mentre la presidente del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania, Kirsten Fehrs, e Bettina Schlauraff, vescova regionale di Magdeburgo, hanno parlato di democrazia come “la forma di Stato che meglio rende possibile la dignità umana”, ndr].
E questa mobilitazione non è stata affatto priva di effetti.
La SPD ha ottenuto il 9,3%, migliorando leggermente rispetto al 2021. I Verdi sono arrivati addirittura all’8,9%, tre punti percentuali in più. Considerati i rapporti di forza politici, è stato un risultato notevole.
Ci sono buone ragioni per ritenere che la mobilitazione della società civile democratica abbia contribuito a portare alle urne questi ambienti sociali. Ma proprio qui emerge anche il suo limite. Ha mobilitato soprattutto coloro che era ancora in grado di raggiungere. La grande riserva dei precedenti non votanti è stata raggiunta soprattutto dall’AfD.
Le Chiese parlano, ma quasi nessuno le ascolta più
Anche le Chiese hanno parlato con chiarezza. Ma quasi nessuno le ascolta più. La DDR ha lasciato dietro di sé una società largamente scristianizzata. E oggi entrambe le grandi Chiese un tempo «popolari» soffrono inoltre da anni per la massiccia ondata di abbandoni, favorita anche da un vantaggio economico immediatamente visibile per il singolo: chi lascia la Chiesa non paga più la Kirchensteuer, l’imposta ecclesiastica – circa l’8% dell’imposta sul reddito dovuta –, che scompare dalla busta paga. Un guadagno immediatamente quantificabile.
Secondo il censimento del 2022, appena il 13,8% della popolazione della Sassonia-Anhalt apparteneva ancora alla Chiesa evangelica in Germania (EKD, 11% circa) o alla Chiesa cattolica romana (3% circa). Nella Germania nel suo complesso la quota era ancora intorno alla metà.
Quando oggi un vescovo mette in guardia dall’AfD, quella voce raggiunge soltanto una frazione degli spazi sociali nei quali un tempo le Chiese erano capaci di esercitare la propria influenza.
leggi anche
Qualcosa di simile vale per altre istituzioni tradizionali: sindacati, partiti popolari, associazioni e organizzazioni civiche hanno perso una parte della loro precedente capacità di creare appartenenza.
Si crea un vuoto sociale. Ed è proprio in questo vuoto che si inserisce l’AfD con la sua politica völkisch (nazionalista, ndr) e razzista.
Il grande paradosso demografico
Arriviamo così forse alla più grande contraddizione di queste elezioni. La Sassonia-Anhalt è uno dei Länder tedeschi che ha più disperatamente bisogno di persone – e proprio per questo ha bisogno di immigrazione. Dalla riunificazione il Land ha subito un enorme calo demografico. La grande ondata migratoria verso l’Ovest degli anni successivi alla caduta del Muro, si è ormai esaurita; le sue conseguenze no. Nel 2022 vivevano ancora circa 2,15 milioni di persone in Sassonia-Anhalt. Per il 2040 la previsione demografica ufficiale ne stima appena 1,83 milioni. Ancora più drammatica è l’evoluzione del mercato del lavoro. Entro il 2040 il potenziale di forza lavoro del Land potrebbe ridursi di 272.000 persone. Il numero degli occupati potrebbe diminuire di circa il 20% rispetto al 2024.
Chi lavorerà? Chi pagherà le tasse? Chi gestirà le imprese, costruirà le case, assisterà gli anziani, curerà i malati? La risposta della realtà esiste già: la Sassonia-Anhalt ha bisogno di immigrazione.
E chi curerà i malati?
Questa contraddizione rischia di diventare particolarmente drammatica nella sanità. La Germania dipende ormai dall’immigrazione. Nel 2024 lavoravano nel Paese 121.000 medici arrivati dall’estero – quasi un quarto dell’intera categoria. 64.000 medici avevano una cittadinanza straniera.
Un altro dato è particolarmente significativo: quasi la metà dei medici stranieri ha meno di 35 anni; tra i medici tedeschi la quota è appena del 18%.
Nella sola Sassonia-Anhalt, alla fine del 2025, risultavano iscritti all’Ordine dei medici 2.035 con cittadinanza straniera: 164 azeri, 159 ucraini, 153 siriani, 152 russi, 151 romeni, 85 bulgari, 83 turchi e 81 indiani.
Non sono numeri astratti di una statistica sull’immigrazione. È il medico del pronto soccorso. È la dottoressa in terapia intensiva. È lo specializzando che fa il turno di notte. E poi ci sono infermieri, terapisti e gli altri lavoratori della sanità. Già prima delle elezioni, migranti e appartenenti a minoranze in Sassonia-Anhalt avevano raccontato di temere un governo dell’AfD. Anche studenti stranieri e lavoratori del settore sanitario avevano espresso preoccupazione per il proprio futuro nel Land. Perché una giovane dottoressa indiana dovrebbe scegliere proprio la Sassonia-Anhalt, se può andare altrettanto bene ad Amburgo, Colonia, Monaco o Zurigo? Perché un medico siriano dovrebbe rilevare uno studio di medicina generale nella campagna della Sassonia-Anhalt se ha l’impressione che una parte considerevole della società che lo circonda non lo consideri parte di questo Paese?
Da qui può nascere un circolo vizioso quasi perverso.
Le persone votano AfD perché sono insoddisfatte di uno Stato che ai loro occhi funziona sempre peggio: perché chiude lo studio medico, l’autobus non passa più, l’ospedale elimina reparti, l’amministrazione è lenta, la scuola cerca insegnanti e l’impresa artigiana non trova un successore.
Ma il successo politico di un partito nel cui ambiente si parla di «remigrazione di milioni di persone» può spaventare e allontanare proprio quelle persone di cui c’è bisogno perché quello Stato continui a funzionare. A quel punto lo Stato funzionerà ancora peggio. E crescerà ulteriormente la rabbia contro lo Stato che funziona male. Sarebbe il perfetto circolo vizioso politico. Forse è proprio qui la vera tragedia di queste elezioni.
Molte persone hanno votato AfD perché si sentono minacciate sul piano sociale. Perché temono il declino economico. Perché hanno l’impressione che Berlino le abbia dimenticate. Perché credono di stare perdendo sicurezza, benessere e ordine sociale. Queste paure sono reali, indipendentemente dal giudizio sulle conclusioni politiche che ne vengono tratte.
Ma per protestare contro un governo federale che vuole ridurre le prestazioni sociali e chiedere ai cittadini maggiore responsabilità individuale, molti hanno scelto un partito il cui progetto di società è assai più radicale di tutto ciò che Friedrich Merz abbia finora realizzato.
Il voto della Sassonia-Anhalt è un messaggio a Berlino
Per questo la Sassonia-Anhalt è soprattutto un avvertimento a Friedrich Merz. Un governo federale del quale l’87% degli abitanti di questo Land si dichiara insoddisfatto non può fingere che questo risultato elettorale nulla abbia a che fare con lui.
Merz aveva promesso di dimezzare l’AfD. In Sassonia-Anhalt, invece, si è dimezzata la CDU – mentre l’AfD è più che raddoppiata. Questa non è una qualsiasi elezione regionale persa. È il fallimento di una strategia politica. I partiti democratici non devono per questo copiare il programma dell’AfD. Merz aveva già tentato di avvicinarsi all’AfD, votando insieme con essa, e ha fallito.
La CDU deve invece tornare alle proprie origini: allo Stato di diritto, alla democrazia sociale di ispirazione cristiana, allo Stato sociale che proprio la CDU contribuì in modo decisivo a costruire nella Repubblica Federale. Che questo cancelliere sia politicamente capace di una simile inversione di rotta di 180 gradi è lecito dubitarne. Dopo le prossime elezioni in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, il 20 settembre, e con ogni probabilità il prossimo risultato-record dell’AfD, la sua cancelleria potrebbe essere arrivata al capolinea.
Semplicemente, non ce la fa.
Udo Gümpel è giornalista professionista di lungo corso, corrispondente in Italia per numerosi outlet mediatici tedeschi, fisico delle particelle e protestante.
(*) Nel contesto della campagna elettorale per le elezioni regionali del settembre 2026, l'AfD ha inserito nel proprio programma di governo l'intenzione di disdire i trattati statali radiotelevisivi (Rundfunkstaatsverträge) che regolano il funzionamento dell'MDR (Mitteldeutscher Rundfunk), l'emittente pubblica locale affiliata al consorzio nazionale ARD.

Commenti
Posta un commento