LA CEUTA DI INFANTINO


La crisi nell’exclave e i dubbi emersi in Spagna sul Mondiale di calcio 2030 da organizzare insieme al Marocco mettono in discussione i sogni di gloria africani del boss della FIFA

Il Manifesto  - Sabato 22 agosto 2026 
Pagina 32

Nella lista di chi ha gongolato quando non c’è stata una seconda Ceuta, compare sicuramente Gianni Infantino. L’italo-svizzero-libanese, capo del pallone mondiale, avrebbe avuto comunque la capacità di gestire il fascicolo sull’esclusione del Marocco da Paese co-organizzatore della Coppa del Mondo 2030. Ma nel cul-de-sac in cui si è cacciato (svelando la volontà di vendere a privati parte della FIFA), sarà stato felice di evitarlo.

DOPO LA PRIMA ONDATA umana di fine luglio, infatti, la levata di scudi della politica in Spagna (altro paese che ospiterà il prossimo mondiale, oltre al Portogallo) è stata bipartisan: oltre alla destra di Vox e alla sinistra di Podemos, che si sono schierate con forza attraverso i propri segretari, anche qualcuno dei partiti di governo (Sumar) ha iniziato a dire che «non si può organizzare un evento insieme a una monarchia che minaccia e utilizza persone disperate per i propri interessi geo-strategici».

Ma è solo un’aggiunta alla pioggia di pareri sfavorevoli espressi da quando alla candidatura avanzata nel 2020 da Spagna e Portogallo è stato aggiunto il Marocco su spinta di due grandi promotori: ovviamente Gianni Infantino (che ha sfruttato questa sua regalia per blindare coi voti delle federcalcio africane la candidatura per i Mondiali 2034 in Arabia Saudita) e Pedro Sánchez (che l’ha sostenuta per aiutare le relazioni tra Madrid e Rabat).

Una volta ratificata l’assegnazione nel 2024, infatti, una lunga lista di ong, Amnesty International e Human Rights Watch in testa, hanno redatto sotto la sigla Sport&Rights Alliance un rapporto che boccia il Marocco sotto il profilo dei diritti.

CEUTA, QUINDI, ha solo amplificato una discussione già in atto ma messa tra parentesi durante il Mondiale 2026 USA-Messico-Canada, altro remunerativo pasticcio infantiniano. È certo, però, che se le autorità marocchine non avessero represso con un massiccio dispiegamento militare la seconda ondata, l’agosto del presidente della FIFA sarebbe stato ancora più caldo. Soprattutto ora che in ballo, oltre ai tantissimi soldi (il giro d’affari totale dell’ultima edizione è stato di 15 miliardi di dollari), c’è da decidere dove si giocherà la finale della kermesse.

Sembra incredibile, ma durante gli anni in cui si è discussa la candidatura afro-europea è stata sempre rimandata la scelta sul luogo dell’evento sportivo più importante al mondo. In questi giorni è oggetto di serratissima contesa diplomatica ma prima della crisi di Ceuta sembrava tutto fatto: finale al Marocco nel mastodontico impianto Grand Stade Hassan II, stadio da 115.000 posti che sarà, una volta ultimato, il più grande del pianeta. Con buona pace del Portogallo, che neanche partecipa alla corsa non avendo uno stadio da più di 80.000 posti, e della Spagna, che invece ne avrebbe due: il Santiago Bernabéu a Madrid e il Camp Nou a Barcellona, entrambi appena rinnovati.

NEGLI ANNI, INFANTINO ha assunto profili diversi rispetto ai modi in cui il calcio si intromette nella geopolitica. È passato dall’interventismo della squalifica russa 4 giorni dopo l’inizio dell’invasione ucraina nel 2022, all’attendismo sulla richiesta di esclusione di Israele riavanzata dalla federcalcio palestinese nel 2024, fino ad approdare alla tanatosi pilatesca adottata col caso degli iraniani cui è stata resa la vita impossibile negli Usa durante i Mondiali del 2026.

Ma oggi la storia è diversa e Infantino non può proseguire a fingersi morto. Le tensioni geopolitiche si sono riversate come al solito sul calcio ma al pallone viene richiesto uno sforzo come istituzione risolutrice dei conflitti, essendo questo il ruolo che la stessa FIFA si è ritagliata.

PER ORA il governo del calcio ha preso tempo e smentito i rumors su un accordo Infantino-Rabat per la finale. Peccato per Gianni, che così perderebbe una casella del Risiko messo in piedi in questo decennio presidenziale: il rapporto strettissimo con le federcalcio africane. Una relazione costruita con lo scopo, raggiunto, di modernizzare i tornei interni al continente e allinearli agli standard europei cioè uniformarli in un’agenda di calcio mondiale che aumenti le partite (più diritti tv) e allarghi il numero dei partecipanti (più acquirenti di questi diritti).

Questo legame ha prodotto grandi vantaggi commerciali per molti paesi africani, soprattutto ai loro governi calcistici, collegati spesso con quelli politici. E ancora di più in paesi con conflitti aperti in cui la FIFA ormai funge da vera e propria, ma opaca, forza di intermediazione territoriale.

Infantino è a un bivio: Marocco o Spagna? Tenersi buone le federcalcio africane (sono 54 su 211) o evitare un altro strappo con quelle europee (55) e perdere l’occasione di strizzare l’occhio alle destre, da sempre suoi grandi sponsor?

CERTO, INFANTINO ha ancora l’appoggio di Trump su Truth («Infantino è fantastico!») ma dopo le elezioni di mid-term una gamba del tavolo del consenso potrebbe saltare e nella politica calcistica non gode più di sostegno unanime.

Probabile che Infantino, quindi, grande manovratore politico, stia già guardando oltre The Donald per puntellare il suo palazzo. Ma ciò significa che una decisione è necessaria a stretto giro, forse già prima di novembre 2026 e certamente prima delle elezioni della FIFA di marzo 2027.

A questo punto, "sfruttare" la dimostrazione di forza del governo di Rabat davanti al traballante scenario di Ceuta per chiudere la questione con un compromesso al ribasso sembra l’ipotesi migliore: il Marocco resta dentro l’organizzazione, la Spagna si prende la finale. Si eviterebbe agli intransigenti nazionalisti spagnoli lo smacco di una finale in Africa durante i mondiali in casa. Certo, tutto a meno che la crisi non si allarghi di nuovo da rendere impossibile la co-gestione del torneo o che l’estromissione del Marocco non diventi strategica nelle agende di nuovi assetti politici.

Difficile, infatti, immaginare che durante il mese dei Mondiali di calcio le maglie delle frontiere non diventeranno per forza di cose più larghe, scatenando polemiche a non finire. L’estate 2030 sembra lontana, ma come Ceuta, è già una exclave dentro quella 2026.

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