IN CILE è ANCORA 9/11
CLAUDIA FANTI
Il Manifesto - Venerdì 11 settembre 2026
Pagina 32Erano circa le nove dell’11 settembre di 53 anni fa quando Salvador Allende, asserragliato nel palazzo della Moneda insieme con i suoi fedelissimi, veniva informato che un aereo era pronto a condurlo in salvo fuori dal Paese. Come se per lui la fuga fosse accettabile. «Io non rinuncerò», aveva assicurato nel suo ultimo, immortale discorso, diffuso da Radio Magallanes in mezzo a rumori di esplosioni e spari: «pagherò con la mia vita la lealtà del popolo». Così, dopo aver organizzato l’evacuazione del palazzo, Allende si era diretto al Salón Independencia, si era seduto su un divano, si era messo tra le ginocchia il fucile AK-47 regalatogli da Fidel Castro e si era sparato.
E SE ALLA VERSIONE ufficiale del suicidio si sarebbero affiancate altre ricostruzioni, secondo cui il presidente, che una celebre foto ritrae con il casco e il mitra, sarebbe morto in uno scontro a fuoco, ciò che conta è che dalla Moneda, come aveva promesso, era uscito solo da morto, avvolto in un poncho e portato via dai soldati, come mostra un’altra foto passata alla storia. Ci aveva provato, Allende, a scongiurare il golpe. Il giorno prima, secondo quanto emerso da un audio che l’ex ministro degli Esteri cileno Orlando Letelier aveva registrato nel 1974 all’uscita dal campo di concentramento di Isola Dawson, Allende aveva organizzato un pranzo di carattere riservato allo scopo di individuare le misure necessarie per fermare il colpo di stato in corso: la convocazione di un plebiscito proprio per quell’11 settembre e la rimozione di sei o sette generali identificati come golpisti, in attesa di procedere a depurare l’esercito anche a livelli più bassi. Non ci sarebbe stato il tempo.
Terminava così, nel modo più tragico, l’esperienza di governo di Unidad Popular, con le sue riforme economiche e sociali: la nazionalizzazione del rame e delle principali banche e industrie, l’espropriazione delle grandi proprietà terriere per ridistribuire la terra ai contadini e creare cooperative agricole, la tassazione delle plusvalenze, l’aumento dei salari, il miglioramento dei servizi sanitari pubblici, il potenziamento dell'accesso all'istruzione per le classi popolari.
Che gli Stati Uniti lo accettassero era impensabile. Kissinger, all’epoca segretario di Stato di Nixon, si era attivato contro Allende addirittura prima che (questi) venisse eletto. Famigerata, e agghiacciante, la frase da lui pronunciata in una riunione del 1970: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli».
QUALE INDICIBILE orrore sia avvenuto dopo è storia nota i carri armati per le strade, i rastrellamenti, i sequestrati ammassati nello Stadio Nacional della capitale, diventato il più grande campo di concentramento, detenzione e tortura a cielo aperto del Paese, per il quale sarebbero transitate tra le 12mila e le 20mila persone, tra studenti, operai, sindacalisti, giornalisti ed esponenti politici legati al governo deposto.
Lì, in quello stadio, il 21 novembre di quell’anno il Cile si sarebbe qualificato per i mondiali di calcio giocando senza avversari, con un grottesco gol a porta vuota, a causa del rifiuto categorico dell’Unione Sovietica di scendere in campo, decretato agibile dalla FIFA dopo un’ispezione sommaria, nonostante i prigionieri fossero stati semplicemente nascosti o trasferiti altrove. Eppure, mentre in tutto il mondo cresceva la preoccupazione per le violazioni dei diritti umani da parte del regime di Pinochet, Kissinger nel giugno 1976 portava i suoi omaggi al macellaio cileno: «Vogliamo aiutarti, non indebolirti. Hai reso un grande servigio all’Occidente rovesciando Allende». Dopo 17 anni di dittatura, il «grande servigio all’Occidente» si sarebbe tradotto in oltre 3.200 persone scomparse o giustiziate e in più di 40mila vittime totali di abusi, arresti illegali e torture documentate, mentre, per il carnefice che quel servizio lo aveva offerto, i guai giudiziari sarebbero cominciati solo dal 1998, con il mandato di cattura internazionale emesso contro di lui dal giudice Baltasar Garzón per la scomparsa di cittadini spagnoli avvenuta durante la dittatura.
ACCUSATO DI GENOCIDIO, terrorismo e tortura, Pinochet viene arrestato a Londra, ma il 2 marzo 2000 il ministro dell’Interno britannico Jack Straw lo rimette in libertà permettendogli di tornare in Cile. Incriminato finalmente anche nel suo Paese, riesce a farla franca evitando una condanna definitiva e morendo d’infarto nel 2006, a 91 anni. A farla franca ha continuato anche da morto: 53 anni dopo il golpe, invece del sogno di Allende - quello dei «grandi viali per dove passerà l’uomo libero per costruire una società migliore» - è la realtà brutale della sua eredità a dominare la scena. Dopo la clamorosa, inappellabile bocciatura della nuova Costituzione al plebiscito del 4 settembre 2022 tragico epilogo della tumultuosa e feconda stagione politica avviata dall’estallido social del 2019 - e dopo l’altrettanto clamoroso fallimento di un governo il cui programma, se rispettato, avrebbe invece potuto cambiare il volto del Paese, a conquistare la presidenza è stata addirittura l’estrema destra pinochetista: quella rappresentata da José Antonio Kast, figlio di un nazista, primo presidente ad aver votato a favore di Pinochet nel plebiscito del 1988 che avrebbe posto fine al regime militare, e ad averne sempre rivendicato orgogliosamente l’eredità. E anche il primo che non terrà alcuna cerimonia ufficiale per l’Undici settembre.
COSÌ, MENTRE SOLO una parte del Paese, in mezzo al revisionismo dilagante, ricorda il 53esimo anniversario del golpe, al congresso è in discussione una riforma costituzionale sulla sicurezza pubblica il cui tratto principale è dato dall’introduzione, in caso di minacce all’ordine interno, di uno stato d’eccezione per la durata di 120 giorni (prorogabili) che, senza bisogno di passare per il Congresso, concederebbe al presidente facoltà simili a quelle previste in tempo di guerra. Una riforma accompagnata da un disegno di legge rivolto a inasprire le sanzioni contro chi interrompe o ostacola la libera circolazione, con l’obiettivo di contrastare le barricate sulle strade.
Il presidente ha detto di non scartare a priori l’indulto ai condannati per crimini di lesa umanità commessi durante la dittatura. Pinochet, dalla sua tomba, non fa che ridere.

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