IL LENTO TRACOLLO, NEL VUOTO DELLA TECNOCRAZIA



MARIO RICCIARDI
Il Manifesto - Giovedì 10 settembre 2026 Pagina 4

Sarebbe un errore interpretare il risultato del voto in Sassonia-Anhalt soltanto alla luce della situazione sociale e politica di quella parte della Germania orientale e dei rapporti difficili che molti cittadini dell’ex Repubblica democratica hanno con il governo federale.

Non perché siano fattori irrilevanti per spiegare la vittoria di AfD, ma perché la migliore comprensione di un risultato elettorale che, se non inatteso, è clamoroso, richiede anche la ricognizione di un panorama più ampio, e la ricostruzione di dinamiche che non si lasciano ridurre alla dimensione materiale (cioè a quella della crescita economica e delle prospettive di benessere).

Se il voto è stato, per riprendere la formula di Andrés Rodríguez Pose, la «vendetta di un luogo che non conta», dobbiamo chiederci come mai ci siano tanti «luoghi che non contano» in giro per l’Europa.

L’Unione europea, come la conosciamo oggi, è il risultato di una serie di passaggi istituzionali e politici che sono stati in parte il prodotto di un progetto che cercava di tenere insieme la spinta ideale dell’europeismo con la composizione degli interessi nazionali, e in parte (soprattutto negli ultimi anni) il tentativo di far fronte a sfide poste da una società internazionale entrata in una fase di instabilità accentuata, molto diversa rispetto a quella in cui il progetto era stato concepito e attuato (almeno fino all’adozione della moneta unica).

In passato, per difenderla dalle critiche, i paladini di questa Europa «reale» richiamavano spesso l’immagine del ciclista, che per non cadere deve continuare a pedalare.
Oggi, comprensibilmente, viene evocata di rado.

In ogni caso, dietro questi argomenti c’era il vecchio motivo della «forza delle cose», che in realtà è sempre stato un artificio retorico per suggerire la necessità di una Europa sempre più integrata.
In realtà una descrizione più realistica era quella proposta da Tony Judt negli anni Novanta. Lo storico britannico descriveva l’Europa come «il risultato fortuito di preoccupazioni elettorali, interessi politici e politiche culturali nazionali, necessario per le circostanze e possibile per via della prosperità». Una formula che rendeva esplicito il fatto che l’esito di una integrazione europea sempre più stretta, e in prospettiva persino di una vera e propria federazione, come dicevano alcuni, non fosse il prodotto di una necessità assoluta, ma condizionale. L’Europa unita era necessaria per ottenere certi risultati, ma possibile solo in un regime di relativa prosperità.

L’importanza della precisazione di Judt diventa evidente agli inizi del nuovo secolo, in seguito alla crisi finanziaria (secondo Jan-Werner Müller la «tempesta perfetta» cui le classi dirigenti dell’Europa non erano in grado di dare una risposta politica convincente). La pressione dei mercati innesca un serio confitto distributivo non solo tra gli stati membri, ma anche tra diverse aree geografiche all’interno di questi stati. Le maggioranze politiche nazionali che si trovano al governo nei paesi più deboli non riescono a trovare una soluzione adeguata, che abbia sia il consenso del mondo della finanza sia quello degli elettori.

L’esito di questo conflitto viene descritto in modo chiarissimo da Jurgen Habermas: «Non era ancora mai successo che governi eletti dal popolo venissero sostituiti senza esitazione da persone direttamente portavoce dei mercati: si pensi a Mario Monti o a Loukas Papademos. Mentre la politica si assoggetta agli imperativi del mercato, dando per scontato l’aumento della diseguaglianza sociale, i meccanismi sistemici si sottraggono progressivamente alle strategie giuridiche stabilite per via democratica». Secondo Habermas il modo in cui è stata gestita la crisi ha distrutto la complementarietà tra politica democratica e mercato che era tra i pilastri della ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale. Ciò avviene, tra l’altro, presentando scelte politiche, risultato di rapporti di forze, come «tecniche».

Far passare tagli brutali di spesa pubblica per semplice manutenzione rende molto difficile raccogliere il consenso indispensabile (soprattutto «il giusto tipo di consenso» come diceva Habermas) per realizzarle come scelte dolorose ma eque e condivise.

Di recente Christopher Bickerton ha suggerito che c’è un fattore specifico nella crisi europea: la prospettiva dello stato-membro si sovrappone e tende progressivamente a sostituire a quella dello stato-nazione. Questo processo, che i paladini dell’Europa «reale» vedono come un progresso, ha tuttavia un costo altissimo per i partiti politici, soprattutto quelli che hanno fatto proprio il modello tecnocratico di democrazia denunciato da Habermas. Questo ci riconduce a Afd, che prospera nel vuoto lasciato da forze politiche che una parte consistente dell’elettorato percepisce come non più rappresentative dei propri interessi. In questa situazione è difficile immaginare che ci sia una via d’uscita che tenga insieme democrazia e tecnocrazia.

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