LO STADIO OVALE - New York festeggia i Knicks e fischia l'intruso: il presidente
La squadra di basket cittadina arriva alle finali, ma la grande mela viene militarizzata per l’arrivo di Donald Trump
MARINA CATUCCI
Il Manifesto - Mercoledì 10 Giugno 2026
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È dal 1973 che i Knicks non vincono un campionato NBA, e dal 1999 che non arrivavano in finale. Ventisette anni di attesa, e non è di certo una quisquilia come l’aver perso la partita al Madison Square Garden per 115 a 111, lunedì notte, contro gli Spurs di San Antonio, gli stessi che gli avevano soffiato la vittoria nel ’99, ad abbassare il volume dell'entusiasmo newyorchese. Stasera si gioca «Game 4» - la quarta partita -, sempre al Madison Square Garden, e l’aria resta elettrica. È da qui che arriva lo slogan della stagione, «Knicks in four», i Knicks vincono in quattro partite, che ha invaso magliette, marciapiedi e i profili social, specialmente dopo che un tifoso ha lanciato la variante che ha fatto più presa su tutti: «My mayor muslim (il mio sindaco è musulmano), my bagel jewish (il mio bagel è ebreo), my Christian Dior. Knicks in four!».
NON È FACILE che New York City si entusiasmi, ma quando lo fa, lo sa fare alla grande: gente per strada, festeggiamenti ovunque e gli ingressi di diverse stazioni della metropolitana ridipinti nei colori dei Knicks, blu e arancione. La fermata della 34esima, sotto il Madison Square Garden, è diventata il posto della città più fotografato. Code di gente ad aspettare il proprio turno per fare un selfie davanti ai globi arancioni come fossero le luci di Times Square il 31 dicembre.
L’Empire State Building e la facciata del palazzetto si illuminano ogni sera di blu e arancione, regalando uno sfondo ancora più cinematografico a una città che non riesce a smettere di festeggiare. Dentro il palazzetto si sono visti Timothée Chalamet, Spike Lee, Ben Stiller e Tracy Morgan, i protagonisti di Law and Order Mariska Hargitay e Christopher Meloni, il reverendo Al Sharpton e Dave Chapelle.
A Central Park è stato allestito un maxischermo, e i boati si sentono a ogni canestro. Da quando, prima della prima partita, Karl-Anthony Towns, uno dei giocatori della squadra più forti, ha citato il nuovo film di Spider-Man, i marciapiedi di Manhattan si sono riempiti di decine di persone vestite da Uomo Ragno - già di suo uno dei simboli di New York: Peter Parker è del Queens - con la canotta arancio e blu sopra il costume da supereroe, che si arrampicano sui semafori, saltano sui carretti degli hot dog e arringano la folla per sbeffeggiare gli avversari, fra gli applausi dei passanti.
A ROMPERE quest’atmosfera festosa poteva essere solo Donald Trump. È arrivato a Game 3, la partita di lunedì, nella mecca del basket, ospite nel box di lusso del proprietario e finanziatore miliardario dei Knicks, James Dolan, alla festa di una città che lo ha già politicamente ed eticamente sfrattato da tempo. Appena il suo volto è apparso sui maxischermi durante l’inno nazionale, l’arena è esplosa in fischi più forti di quelli riservati alla squadra avversaria, che si sono interrotti solo quando sullo schermo è comparsa la bandiera americana. Risalendo sull’Air Force One per tornare a Washington, Trump ha liquidato la cosa dicendo: «Credo fossero applausi, era una folla molto entusiasta».
Per rendere il proprio messaggio esplicito, ore prima della partita, centinaia di newyorkesi si erano radunati sotto la Trump Tower sulla Quinta Avenue scandendo a ritmo «New York hates you»: New York ti odia.
LA SUA PRESENZA aveva iniziato a infastidire i newyorkesi appena era stata annunciata. I blocchi di cemento e le recinzioni di sicurezza erette dai servizi segreti attorno a Penn Station hanno privato i tifosi dei tradizionali watch party all’aperto. (In realtà è stato vietato solo quello fuori del MSG, ndr).
Checkpoint multipli, polizia e secret service a ogni angolo, controlli stile-aeroporto, borse vietate, impossibilità di transitare nella zona del Madison Square Garden senza avere un biglietto per la partita: tutte queste misure hanno esasperato l’insofferenza per un presidente che New York non ha mai votato. Per rendersi ancora più benvoluto, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano del prezzo dei biglietti venduti all’asta fino a un milione di dollari, Trump ha risposto che «così va la vita», e che «è quasi gratis guardarla in televisione».
La risposta migliore è arrivata dal sindaco Zohran Mamdani, che a differenza di Trump si è comprato il biglietto di tasca propria, pagandolo intorno ai mille dollari, un prezzo quasi normale per questi standard, e si è seduto in una sezione del palazzetto lontanissima da quella presidenziale. De’Aaron Fox, giocatore degli Spurs, ha commentato che la presenza del presidente «crea solo inconvenienti a tutti». Oltretutto dopo la sconfitta di lunedì, la sua partecipazione è già stata etichettata - come da prassi negli sport - come iettatrice.
MENTRE I PREZZI dei biglietti raggiungono cifre adatte solo ai broker di Wall Street, la New York reale si è organizzata per strada e nei bar, da Astoria al Village, dove si radunano tutti i newyorkesi, e tutti quelli che si sentono tali. Ed è in mezzo a questo rito di febbre collettiva che si vede l’anima della città, compatta nel mettere alla porta un presidente che (la città) non ha mai votato mentre (essa stessa) accoglie gli spidermen improvvisati che si arrampicano sulle impalcature cittadine. Non sappiamo come finirà la partita di stasera ma una cosa è già chiara: il Madison Square Garden appartiene alla città, e a nessun altro.

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