Dio salvi sulla linea
EPOCALCIO / 8
INGHILTERRA 1966
Inghilterra-Germania Ovest 4-2
Sono passati 37 anni ma il calcio è fermo al 1966, quando il gol-non gol di Hurst diede alla finale mondiale un indirizzo preciso.
Questa partita non ha cambiato la Storia, ma solo perché a qualcuno fa comodo non cambiarla
di Christian Giordano ©
Guerin Sportivo ©
Di questi presunti Maestri non se ne poteva più. «Superiority complex» a parte, era ora che mostrassero al mondo e finalmente ai Mondiali cosa sapevano fare. Sul campo. Prima del 1950, alla Rimet la rappresentativa con i tre leoni sul petto non si era neanche presentata per via di profonde e antiche divergenze legate a un certo modo di intendere il professionismo, e alla prima uscita le aveva buscate addirittura dagli Stati Uniti. Quattro anni dopo, in Svizzera, era stata eliminata da un non irresistibile Uruguay. A Svezia ’58, aveva perso agli ottavi lo spareggio con l’URSS e a Cile ’62 era uscita ancora ai quarti ma per mano dei futuri campioni del mondo, i brasiliani. Un bilancio, a voler essere buoni, assai deficitario per (quella che si considerava) una superpotenza del calcio. Nel 1966, in casa, gli inglesi non potevano dunque fallire. Il Ct Alf Ramsey, succeduto a Walter Winterbottom e futuro “Sir”, baronetto, aveva fatto le cose per bene. Dopo le batoste prese in Cile la Football Association gli aveva dato carta bianca e lui aveva promesso, sin dal giorno del suo insediamento, lavoro duro e, udite udite, la coppa Rimet. «Signori, non ho niente da dirvi, se non anticiparvi che l’Inghilterra vincerà i prossimi Mondiali. E adesso lasciatemi andare a lavorare», aveva detto aprendo e chiudendo la conferenza stampa di presentazione. Un uomo di parola.
30 luglio 1966, Imperial Stadium di Wembley, Londra. Per dovere di ospitalità la Nazionale padrona di casa lascia ai tedeschi la tradizionale casacca bianca e veste la divisa da trasferta, maglia e calzettoni rosso fuoco con calzoncini bianchi. Le squadre scendono in campo al completo e l’arbitro, lo svizzero Gottfried Dienst, è fra i più stimati: le garanzie di spettacolo e di imparzialità ci sono tutte. Sulla carta.
Pronti-via e i padroni di casa portano le prime insidie a Tilkowski, attaccato un po’ da ogni dove. La fortissima difesa teutonica però non si scompone più di tanto. Tranne al 10’, quando ci vuole una prodezza del suo numero uno per deviare un tiro di Peters tanto improvviso quanto angolato. Per un’antica legge non scritta del calcio, nel momento di maggior pressione di una formazione ecco che a segnare sono gli altri. Succede al 12’, quando con una serie di finte la mezzala Overath lascia di sale due avversari prima di lasciar partire un traversone che da sinistra taglia tutta l’area. Il terzino inglese Wilson prova a ribattere ma sbaglia il tempo dello stacco e la sua respinta finisce proprio davanti ad Haller. L’interno, all’epoca al Bologna, non perde tempo a ringraziare e al volo spara una gran botta di destro, palla tra Banks e Jackie Charlton e gol: 0-1. Giusto il tempo di esultare e c’è il pareggio. Al 18’, fallo di Overath su Moore a una trentina di metri dalla porta tedesca. Jackie Charlton batte la punizione dalla sinistra. Mentre Höttges resta a guardare, Hurst, liberissimo, prende l’ascensore e di testa gira in rete il morbido spiovente: 1-1. L’ultima emozione del primo tempo è al 27’ quando Seeler suggerisce in profondità per Haller. Provvidenziale l’uscita versione-kamikaze del grande Banks.
Ben orchestrate da Beckenbauer e, soprattutto, da Bobby Charlton, le squadre sembrano giocare a ciapanò tante sono le occasioni sbagliate, poi la gara si appiattisce in vista dei supplementari, ormai inevitabili salvo estemporanee prodezze o svarioni individuali, magari su azioni nate da palla ferma. Così almeno si pensa fino al 78’, quando l’indiavolato Hurst, ancora lui, ciabatta da sinistra un tiraccio poi svirgolato dal difensore tedesco Schulz, che si lascia scavalcare dalla traiettoria. Dietro di lui i famelici Peters e Hunt sono pronti ad avventarsi sul pallone. Il primo ad arrivarci è Peters che di piatto segna il punto del sorpasso: 2-1. Sembra fatta, per gli inglesi, che pur soffrendo riescono a rintuzzare gli attacchi germanici. Ma i tedeschi, si sa, non mollano mai, figurarsi contro i loro nemici di sempre. E se poi, a un minuto dal 90’, Jackie Charlton, fratello del leggendario Bobby e futuro nocchiero dell’EIRE dei miracoli, pecca di ingenuità commettendo un inutile fallo ai venticinque metri, allora le cose possono cambiare. E difatti cambiano. Calcio franco di Emmerich, il tiro, non fortissimo, viene respinto da Cohen sui piedi di Held, che raccoglie, si «allarga» e poi mette in mezzo. Schnellinger liscia e Seeler non ci arriva così la palla attraversa quasi tutta l’area prima che giunga Weber in scivolata ad infilarla, di piatto e in controbalzo, in porta. Banks, immobile quanto incolpevole spettatore della sequela di interventi a vuoto, tenta una reazione ma la distanza ravvicinata e la velocità di esecuzione del mediano gli impediscono di intercettare il pallone. Nulla da fare per lui e tutto da rifare per l’Inghilterra: è 2-2. Lo spettro dei supplementari sta per trasformarsi nel più indimenticato dei fantasmi calcistici: quello del gol-non gol di Hurst.
Decimo minuto del primo overtime, Ball scappa via sulla destra e centra per Hurst che, sul primo vertice dell’area piccola, controlla e gira a rete. Il gran tiro del centravanti si infrange sulla parte inferiore della traversa dopodiché la palla ritorna in campo SENZA aver varcato la linea di porta; Paolo Carbone, storica voce di «Tutto il calcio minuto per minuto», lo ha inoppugnabilmente dimostrato attraverso i microfilm originali, purtroppo il suo certosino lavoro giace dimenticato negli archivi RAI. Il guardalinee di destra (rispetto al fronte d’attacco inglese, ndr), il sovietico Tofik Bakhramov, non alza la bandierina ergo: per lui nulla da segnalare. Di diverso avviso sono gli uomini in maglia rossa, che subito alzano le braccia al cielo esultando per il (presunto) gol; i tedeschi, a loro volta, si sbracciano a più non posso per il motivo opposto: convincere il direttore di gara che la palla non era entrata in porta o perlomeno non del tutto, visto che secondo il regolamento «Una rete è segnata quando il pallone ha interamente superato la linea di porta tra i pali e sotto la sbarra trasversale». L’arbitro, poveretto, non sa che pesci pigliare. Lì per lì non fa una piega ma poi, sull’onda delle proteste di Moore e compagni, dopo un gran conciliabolo e una serie di ambigui scuotimenti di capo, si lascia convincere a consultare il proprio collaboratore. A questo punto, il giudice di linea (futuro segretario della federazione dell’Azerbaijan al quale è oggi dedicato lo stadio della capitale azera) si rende complice di uno dei più celebri furti senza scasso nella storia del calcio mondiale. Dienst non fa che avallarlo. Si dirige verso il centro del campo e dà il via ad un’altra partita, che l’Inghilterra conduce per 3-2. I tedeschi schiumano rabbia. Al 2’ del secondo tempo supplementare Banks salva su Beckenbauer. I bianchi premono ma senza lucidità e freschezza. Dieci minuti dopo Hurst chiude la gara completando la sua personale «hat-trick», come in terra d’Albione chiamano la tripletta, un onore che la tradizione premia con la possibilità, per l’autore delle tre reti, di portarsi a casa il pallone della partita. L’ex mediano del West Ham, letteralmente inventato punta dal tecnico degli Hammers Ron Greenwood per sottrarlo alla concorrenza di califfi del centrocampo quali Moore e Peters, si fionda sull’out sinistro e col piede mancino batte a rete una rasoiata dal basso verso l’alto che non lascia scampo a Tilkowski. I centomila di Wembley, passata la grande paura, possono dare libero sfogo alla propria irrefrenabile gioia. L’Inghilterra, dopo più di cento anni dalla nascita «ufficiale» del calcio moderno, da essa stessa inventato, è finalmente Campione del mondo. Lo scettro, sotto forma di coppa Rimet, passa dalle mani della Regina in persona a quelle di capitan Moore.
Se fu vera gloria non si saprà mai fino in fondo. Di certo quella fu la fine, più che di un mito, di un falso storico. Per una volta a insegnare al mondo e finalmente ai Mondiali erano stati loro, i Maestri. Se di calcio o del crimine (calcistico) resterà un mistero.
Christian Giordano
8-continua
Il tabellino
Imperial Stadium, Wembley (Londra), 30 luglio 1966
Inghilterra-Germania Ovest 4-2 d.t.s.
Inghilterra: Banks; Cohen, Wilson; Stiles, J. Charlton, Moore; Ball, Hurst, R. Charlton, Hunt, Peters. Ct: Ramsey.
Germania Ovest: Tilkowski; Höttges, Schnellinger; Beckenbauer, Schulz, Weber; Haller, Seeler, Held, Overath, Emmerich. Ct: Schön.
Arbitro: Dienst (Svizzera).
Marcatori: 12’ Haller, 18’, 101’ e 120’ Hurst, 78’ Peters, 90’ Weber.
Spettatori: 93.000 circa.

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