UN CALCIO AGLI ABITANTI
In vista dei Mondiali 2026 i residenti di Città del Messico devono fare i conti con un sistema di speculazioni, gentrificazione ed espropri violenti. Il caso limite di via República de Cuba
Paula Jesus
Il Manifesto - Giovedì 28 maggio 2026
Pagina 24
«Prima dello sgombero, la mia famiglia viveva in via República de Cuba n°11 da settantacinque anni, così come molte altre. In totale sono stati sgomberati 19 appartamenti e chiusi 8 locali commerciali, compreso il mio», racconta Jorge Gómez, elettricista messicano e, oggi, uno dei portavoce delle famiglie che continuano a vivere tra tende e teloni dell’accampamento improvvisato davanti allo stabile da cui sono stati sfrattati, nel centro storico di Città del Messico.
Quanto accaduto non è un episodio isolato, ma il riflesso delle trasformazioni urbane che stanno attraversando la capitale messicana in vista dei Mondiali di calcio 2026: «È a tutti gli effetti un esproprio mascherato da sfratto. Con l’avvicinarsi dell’evento, la città si prepara a fare spazio al turismo e agli investimenti immobiliari», aggiunge Gómez.
GLI EX RESIDENTI della palazzina sono lavoratori, studenti e adolescenti che fino a ieri, conducevano una vita normale. «Sia chiaro: siamo tutti regolari. Siamo cittadini messicani che hanno sempre pagato l’affitto e le utenze», racconta Jorge, mostrando le bollette conservate negli anni e lo storico contratto di locazione risalente agli anni Settanta.
L’esproprio dello stabile di via República de Cuba 11 è diventato, dal 2025, uno dei simboli più evidenti della speculazione legata ai grandi eventi internazionali, un processo che, in un contesto fragile e segnato da vuoti amministrativi come quello messicano, trova terreno fertile per espandersi rapidamente. A poche settimane dal fischio d’inizio, la capitale si prepara ad accogliere tifosi, investitori e flussi turistici sempre più consistenti, alimentando una crescente pressione immobiliare nelle aree centrali della città.
Dunque, le regole del gioco sembrano chiare: si gioca in casa contro gli abitanti. Fuori i residenti, dentro gli investimenti. Così gli stessi abitanti - che per decenni hanno dato linfa, memoria e senso a questi quartieri finiscono per essere trattati come un ostacolo alla turistificazione della città.
«NON STANNO CACCIANDO solo delle persone - dicono gli ex abitanti -, stanno cancellando la nostra storia. I miei figli, ad esempio, sono cresciuti giocando a calcetto qui in strada, proprio come facevo io e, prima ancora, i miei genitori». È chiaro che la speculazione corre più veloce del pallone e che, dietro la retorica dei Mondiali, a pagare il prezzo più alto sono coloro che continuano a vivere la città come luogo di vita e non come asset finanziario.
Tra il peperoncino che pizzica la gola e il metallo delle padelle che risuona nella cucina improvvisata, Jorge racconta la manipolazione mediatica e politica costruita attorno a questo esproprio. Parla delle narrazioni diffuse contro gli abitanti, della pressione pubblica che, giorno dopo giorno, tenta di screditare tutte le famiglie coinvolte. «Il segretario di Governo di Città del Messico, César Cravioto Romero, ha definito l’operazione “uno sfratto tranquillo e legale”, sottolineando come fossero stati impiegati solo 24 agenti».
Una ricostruzione che gli ex abitanti contestano apertamente, denunciando discrepanze e omissioni nella versione ufficiale. «Quel giorno il quartiere era pieno di polizia». Nel frattempo, Cravioto continua a sostenere che l’edificio fosse occupato illegalmente e che gli abitanti rappresentassero un problema per il quartiere. «Lo fa per spostare l’attenzione mediatica a suo favore dice Jorge - ma è tutto falso e denigratorio. Abbiamo tutti dimostrato di aver pagato regolarmente l’affitto ogni mese».
Persone problematiche? «Qui la mia vicina di casa aveva, sotto il suo appartamento, una piccola bottega di alimentari. Un’altra ragazza, invece, lavora per l’ONG Fondo Semillas e vive con i suoi due gatti». Dunque, la fotografia caricaturale e degradante dei residenti come narcos, sicari o criminali non corrisponde alla realtà.
DOPO LO SGOMBERO, gli abitanti raccontano di aver scoperto un complesso sistema fatto di vuoti amministrativi, passaggi opachi di proprietà e irregolarità burocratiche che avrebbe aperto la strada alla speculazione di grandi aziende e investitori privati. L’immobile in questione sarebbe stato venduto attraverso una serie di passaggi illeciti. «Chi ha acquistato l’edificio nel 2017 sostiene di averlo comprato da un presunto nipote di Ricardo Pérez», raccontano gli ex inquilini. «Ma il vero proprietario era morto già da venticinque anni e la sua firma sarebbe stata falsificata. Per la legge, un vero proprietario nemmeno esisterebbe».
CASI SIMILI non sono isolati: «Molti edifici storici rimangono per anni senza eredi diretti o con successioni ambigue. Questo è possibile con il sostegno di giudici corrotti. In questo Paese tutti si vendono, a tutto possono dare un prezzo». Ridurre tutto a un problema esclusivamente messicano però sarebbe fuorviante: dietro questi processi agiscono anche capitali internazionali, piattaforme globali e un turismo che trasforma i quartieri in merce.
«Non è un caso che tutto questo stia accelerando proprio in vista dei Mondiali FIFA 2026. Dietro questo esproprio non ci sarebbe soltanto una disputa sulla proprietà, ma un intero sistema di speculazione un cambio di maglia in cui istituzioni e politiche abitative finiscono per tradire gli stessi cittadini messicani», denunciano gli abitanti.
UNA TRASFORMAZIONE URBANA che avanza dietro la retorica patinata di Airbnb, fatta di slogan stucchevoli sul “vivere come un abitante del posto” e sulla “comunità globale”, mentre interi quartieri vengono progressivamente svuotati del senso dell’abitare, della loro intimità urbana. Nel centro storico di Città del Messico, il modello degli affitti turistici finisce per normalizzare e giustificare, in nome della crescita economica, sfratti violenti e sgomberi eseguiti ai limiti - o, come in questo caso, al di fuori - della legalità.
Jorge racconta le forme di violenze che ruotano attorno all’esecuzione degli sfratti: «Assoldano gente che si vende per 200 pesos messicani: loro arrivano ed eseguono. Si presentano con tanto di divisa, come fossero guardie», dice. «Oltre a buttare le nostre cose fuori di casa, hanno rubato televisioni, cucine e tavoli da pranzo; il resto l’hanno spaccato». Tutto si sarebbe consumato «proprio davanti agli agenti, le persone che stavano saccheggiando hanno continuato indisturbate. La polizia non ha mosso un dito: nessun fermo, niente. Anzi, gli avrebbero detto di sbrigarsi a finire».
DENTRO QUESTO SISTEMA, vuoti catastali, successioni opache, giudici compiacenti, prestanome e operazioni immobiliari poco trasparenti finiscono per convergere nella stessa direzione, alimentando un modello urbano in cui grandi aziende internazionali trovano terreno fertile. Un processo che riguarda tutte le città in cui i mega-eventi sportivi finiscono sempre più spesso per coincidere con sfratti, gentrificazione e privatizzazione dello spazio urbano. Così la partita si gioca sopra le vite dei residenti, mentre loro rimangono fuori del campo.

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