Sul ring Sylvester Stallone nel ruolo di un anziano Rocky nella saga «Creed».
L’attore è nato a New York il 6 luglio del 1946
I sogni di Rocky, i muscoli del reduce Rambo: Americhe opposte nei due eroi di Hollywood
I successi sul grande schermo, la famiglia, la politica: festa per l’attore
6 Jul 2026 - Corriere della Sera
Di Paolo Mereghetti
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Si fa fatica a immaginare Sylvester Stallone alle prese con la vecchiaia. Sly oggi compie ottant’anni eppure nella memoria di tutti il suo volto, leggermente segnato dalla rescissione di un nervo per l’uso del forcipe alla nascita, è ancora quello di Rocky Balboa, di John Rambo, o magari quello un po’ meno scavato di Barney Ross, il protagonista de I mercenari (che ha diretto e girato quando di anni ne aveva sessanta suonati), tutti scolpiti nella roccia di un mito che è esploso a sorpresa il 20 novembre 1976, il giorno della prima di Rocky e che da allora ci ha accompagnato fino a oggi.
Strano destino, mitologicamente parlando. Sono pochi gli attori che sono nati con una faccia, se non proprio con un ruolo, e l’hanno mantenuta per tutta la carriera: John Wayne, Charlie Chaplin, forse la Dietrich… e poi Stallone. Per aderenza fisica, addirittura fisiognomica, più che per adesione ideologica.
Perché i due eroi che ne hanno segnato la carriera e il successo, il pugile condannato a incontri di piccolo cabotaggio e l’ex berretto verde segnato dall’esperienza in Vietnam, rappresentano due Americhe diverse, se non proprio opposte: se la parabola di Rocky rinnovava con ottimismo la fiducia nel mito americano della «ricerca della felicità» all’interno di una Nazione dai valori incrollabili, self-made man proletario che lotta per emergere dal nulla e affermare la sua dignità quando tutto (età compresa) sembra congiurare contro di lui, Rambo è invece l’altra faccia della medaglia: personificazione del disagio del reduce, individualista poiché consapevole che non esiste più alcuna collettività da difendere, emarginato in patria dopo essere stato mitizzato in guerra e ormai incapace di reinserirsi in una società che lo rifiuta e lo teme.
Sono passati solo sei anni tra i due film e l’America non è cambiata in maniera così repentina, eppure lo sceneggiatore Stallone (perché i due film capostipiti sono diretti da John Avildsen il primo e da Ted Kotcheff il secondo, ma hanno lo stesso sceneggiatore: Sly) capisce che dietro al sogno della felicità ci sono violenze e dolori, ma anche che per accettare le ferite che inevitabilmente arriveranno serve un po’ di speranza e fiducia in quel «mito americano» che si può trovare anche sul quadrato di un ring.
Certo, la carriera di Stallone non si può ridurre solo a quei due film (e a quella specie di tarda sintesi muscolar-antropologica che è I mercenari). Dentro c’è di tutto: intanto l’esordio alla regia nel 1978 con Taverna Paradiso (da un romanzo che aveva scritto lui stesso), impegno che prosegue con tutta una serie di Rocky a partire dal secondo e un curioso ritorno, dopo più di quarant’anni, sul personaggio dell’ex berretto verde con John Rambo, dove si legge un sentimento di disincanto inedito e struggente, accompagnato da un bisogno di pace che non è solo personale ma universale. Poi ci sono le variazioni poliziesche (Cobra, Tango & Cash con Kurt Russell, Cop Land), persino le commedie (John Landis lo coinvolge in Oscar – Un fidanzato per due figlie nel quale recita anche Ornella Muti, mentre Roger Spottiswoode lo chiama per Fermati o mamma spara) ma prima o poi torna sempre al cinema in cui sono i muscoli e l’azione a fare la parte dei protagonisti, come in Cliffhanger – L’ultima sfida, magari al fianco di qualche bellezza hollywoodiana come in Demolition Man insieme a Sandra Bullock o con Lo spietato in cui addirittura finisce sotto la doccia con Sharon Stone.
Ma è l’ombra dei suoi due eroi originari che torna a coinvolgerlo, direttamente o indirettamente (adesso anche raccontandolo, visto che Peter Farrell ha finito di girare Rocky sono io sul braccio di ferro che spinse il giovane Stallone, qui interpretato da Anthony Ippolito, a non vendere la storia del suo pugile se non a chi gli permettesse anche di interpretarlo. In Italia si vedrà dal 31 dicembre).
Poi c’è la vita privata, con le sue mogli (Sasha Czack, che gli diede due figli, Brigitte Nielsen che gli diede solo problemi e infine Jennifer Flavin con la quale ha fatto tre figlie) e le sue tante avventure (Naomi Campbell e Angie Everhart tra le altre).
E naturalmente c’è la politica: repubblicano da sempre e quindi trumpiano, ma non così esaltato come il presidente USA forse avrebbe voluto, e che l’ha nominato suo ambasciatore a Hollywood ma ha dovuto rimangiarsi il suo coinvolgimento nel National Endowment of the Arts. Non aveva voluto capire che il posto di Stallone nella vita non era nella politica, ma accanto a chi crede ancora in quel mito americano che questo presidente invece fa di tutto per distruggere.
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Seixas tient son rang
Le jeune Français a terminé 4e à la pédale dans une arrivée pour puncheurs. Tout se passe très bien pour lui jusque-là.
“J’étais là avec Paul pour le retenir un peu jusqu’à ce que l’action se lance vraiment ' TIE'SJ BENOOT, COÉQUIPIER DE PAUL SEIXAS
LES ANGLES (PYRÉNÉES-ORIENTALES) – Ah bon, The Kids Aren’t Alright ? Pardon, mais les enfants vont très bien, et particulièrement Paul Seixas. Le gamin de 19 ans a fait mentir la célèbre chanson du groupe The Offspring, dont le chanteur, Dexter Holland, était lundi matin en visite au car de Decathlon-CMA CGM, à Granollers. Après avoir fait quelques photos avec l’Américain, Seixas a quitté l’Espagne et retrouvé les routes françaises. Et au sommet du mur bien punchy des Angles, il a une nouvelle fois prouvé qu’il tenait son rang.
Paul Seixas dans le sillage de Tadej Pogacar et Isaac Del Toro hier lors de la 3e étape du Tour de France.Il est encore juste en dessous de Tadej Pogacar ou de Jonas Vingegaard, logique, mais il n’a pas besoin d’un escabeau de trois mètres pour les apercevoir. « Dans la montée, j’étais plutôt bien et il m’en a manqué un tout petit peu pour accrocher les meilleurs » , se satisfait le Français, tout proche d’accrocher son premier podium sur une étape du Tour après seulement trois étapes… « Quatrième, c’est déjà bien. Je suis content de cette journée, c’est un bel effort pour commencer le Tour, je me sens bien » , avoue celui qui est sûr d’être dans le bon tempo et dont les jambes répondent parfaitement. Il a terminé dans la même seconde que Vingegaard et Richard Carapaz, mais il en a grignoté deux à la pédale à Florian Lipowitz, Remco Evenepoel, Isaac Del Toro ou Juan Ayuso.
« Il fait une super montée finale sur un effort très puncheur, je pense qu’il avait de très bonnes sensations, souffle son coéquipier Auré
lien Paret-Peintre. C’était une étape importante. Il est bien, ça se sent. Dimanche, ce n’était pas très représentatif, je pense qu’il aurait pu faire mieux. » « C’était mieux qu’hier ( dimanche), je n’ai pas eu de problème aujourd’hui (lundi) », reconnaît l’intéressé. Quatrième à la flamme rouge, derrière Del Toro, Pogacar et Vingegaard, Seixas n’a pas fait d’erreur dans la rampe finale. Il a serré les dents à 500 mètres, encore plus à 200, avant de se dresser sur les pédales durant une cinquantaine de mètres. « J’étais là avec Paul pour le retenir un peu jusqu’à ce que l’action se lance vraiment, observe un autre de ses coéquipiers Tiesj Benoot.
Nous sommes restés calmes dans le final. C’est une bonne chose qu’il garde la tête froide, il a 19 ans, alors finir 4e, c’est super. Nous sommes contents de lui. »

Seixas aussi est content de lui. Il sait qu’il est entré dans son Tour de France presque à la perfection, malgré quelques petits faits de course. Jeudi, vers Gavarnie, il pourrait passer à la vitesse supérieure.
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