CURAÇAO NELLA STORIA


Ritratto di una piccola isola caraibica che dimostra la tesi di C.L.R James, per cui l'unico luogo in cui i neri non si rivoltano mai sono le pagine scritte dagli storici capitalisti

Jamila Mascat
Il Manifesto  - Sabato 15 agosto 2026 
Pagina 32

Il 14 giugno a Houston l’Onda Azul di Curaçao ha inaugurato la sua prima partecipazione ai Mondiali di calcio, entrando (così, ndr) nel Guinness dei primati come Paese più piccolo al mondo per numero di abitanti (156 mila) a essersi qualificato. E nonostante la partita si sia conclusa con un 7-1 per la Germania, con quel primo e unico gol di Livano Comenencia «Curaçao ha fatto la storia» così titolava il giorno dopo il quotidiano Èxtra.

AUTONOMO DAL 2010, ma non indipendente, Curaçao fa parte del Regno dei Paesi Bassi, ed è presieduto da un gouverneur nominato dalla monarchia neerlandese. Quindi sebbene i residenti eleggano un parlamento e un governo locali, a decidere della politica estera e della difesa dell’isola ci pensa L’Aia, da 8000 km di distanza. Con Aruba e Bonaire, Curaçao è parte delle piccole Antille sottovento, incastonate nel mare dei Caraibi sud-occidentale e protette perciò dagli uragani che tormentano la regione. È la più grande delle ex Antille olandesi, a poche decine di chilometri dalle coste del Venezuela.

Quando nel XVI secolo arrivarono gli Spagnoli non trovarono miniere d’oro ma modeste saline e una popolazione indigena caquetío che sarebbe stata presto sterminata. Perciò ribattezzarono queste terre “isole inutili”.

Gli olandesi, insediatisi nel 1634, ne compresero invece l’importanza strategica: Curaçao offriva un porto naturale ideale per il commercio marittimo. Così, benché il clima caldo e secco non rendesse l’isola adatta alle piantagioni, la Compagnia delle Indie Occidentali (WIC) per circa due secoli riuscì a farne uno snodo della tratta transatlantica: decine di migliaia di prigionieri deportati dalle coste dell’Africa occidentale, stimati tra i 100 e i 500mila, qui venivano contati, pesati, classificati e poi rivenduti alle isole vicine.

NEI SECOLI CURAÇAO è rimasta un porto di mare in tutti i sensi. Oltre ai coloni europei e agli schiavi africani, nel 1651 arrivò la diaspora degli ebrei portoghesi sefarditi provenienti dall’Olanda e dal Brasile olandese, che fondarono la più antica comunità ebraica delle Americhe. Dall’estremità opposta dell’impero coloniale neerlandese arrivarono gli indonesiani; nel Novecento si insediarono lavoratori e commercianti cinesi, indiani e mediorientali. Più recentemente sono arrivati venezuelani, dominicani e cubani. Lo spagnolo è perciò molto diffuso, soprattutto per la vicinanza al Venezuela. Tra Venezuela e Curaçao esiste una lunga storia di scambi. Ma proprio la prossimità con un Paese finito nella lista nera di Washington durante la crociata di Trump contro il narcotraffico, ha complicato la posizione dell’isola. Pochi giorni dopo il golpe di gennaio (2026, ndr) contro Maduro, la petroliera MV Regina ha attraccato a Curaçao con milioni di barili di greggio venezuelano da stoccare sull’isola in attesa di essere esportati da aziende USA. Il premier Gilmar Pisas, leader del Movimento per il futuro di Curaçao (centrodestra, al governo dal 2021), aveva salutato l’attracco a Bullenbaai come l’inizio di una nuova èra per l’industria logistica locale. Dopo alcune ispezioni, però, Pisas ha preferito bloccare il transito, che infrangeva il codice marittimo internazionale e le sanzioni USA sul petrolio venezuelano, rischiando di precipitare Curaçao in una controversia legale e diplomatica. 

IL PETROLIO E LA TRATTA sono le due maledizioni, entrambe redditizie, che hanno segnato il profilo dell’isola. Per molti, però, la costruzione nel 1918 a Schottegat Bai di un enorme impianto Shell per la lavorazione del greggio venezuelano è stata una benedizione, nonostante il danno ecologico - secondo la Banca Mondiale, Curaçao ha avuto per anni uno dei più alti livelli di emissioni di carbonio pro capite al mondo. Quando l’isola non poteva più beneficiare dei profitti della tratta, la raffineria, ribattezzata la Isla, è diventata simbolo di riscatto, emancipazione e mobilità sociale, impiegando migliaia di persone, soprattutto afrodiscendenti. Tuttavia, divenne presto poco redditizia e Shell ridusse progressivamente gli effettivi fino ad abbandonare l’impianto nel 1985 per cederlo alla compagnia petrolifera venezuelana PDVSA, che lo ha gestito fino alla chiusura nel 2019.

Da allora sono stati annunciati diversi progetti di riconversione per trasformare il complesso in un centro di stoccaggio e trasbordo, sfruttandone l’enorme capacità di milioni di barili. Ma le speranze di una rinascita de la Isla si fanno sempre più remote.

In compenso, dal 2019 il turismo è diventato il principale business dell’isola, con conseguenze ambientali e sociali piuttosto gravi - come le spiagge pubbliche divorate dai resort - mentre ai turisti si sono aggiunti expat e nomadi digitali che popolano le lussuose gated communities di Bandariba facendo impennare i prezzi di qualunque cosa a danno della popolazione locale. 

MA I MALI VENUTI PER NUOCERE alla vita sull’isola sono sempre stati scossi da venti di rivolta. Il 30 maggio del 1969, noto come Trinta di Mei, divampa l’eruzione del Sessantotto a Curaçao. L’occasione è il mancato rinnovo del contratto dei lavoratori della raffineria impiegati in subappalto dalla Wescar per la Shell. In gran parte neri, sfruttati e discriminati, gli operai chiedono di essere assunti dalla compagnia, con salari dignitosi e uguale retribuzione per uguale lavoro. Di fronte al rifiuto da parte della Shell, il 29 maggio gli operai sindacalizzati nella Federazione dei lavoratori di Curaçao (FTK) proclamano uno sciopero, sostenuto dai sindacati. Il giorno successivo la protesta raggiunge la capitale Willemstad.

A guidare il movimento sono Wilson Papa Godett, ex campione di pugilato dei pesi medi e futuro cofondatore del Frente Obrero Liberashon (FOL); Stanley Brown, il “Fidel Castro di Curaçao”, molto somigliante; e Amador Nita, futuro ministro degli Affari sociali delle Antille olandesi e pioniere delle riparazioni coloniali che nel 1970, durante una visita nei Paesi Bassi, presentò alla regina Juliana la richiesta di un risarcimento annuale di 500 milioni di fiorini per i danni subiti dalle popolazioni caraibiche.
 
IL 30 MAGGIO quasi 5mila manifestanti si dirigono dalla raffineria verso il centro di Willemstad e Fort Amsterdam, sede del governo. Vengono incendiate automobili e saccheggiati supermercati. La polizia interviene e la repressione provoca la morte di Manuel Gutierrez e Rolando Gerardina, ricordati come i due martiri del Trinta di Mei. La protesta catalizza un malcontento profondo: lo sfruttamento, la discriminazione razziale, le disparità sociali e l’oppressione coloniale.

Nonostante dall’Olanda arrivino i marines per ristabilire l’ordine, la rivolta vince e segna un punto di non ritorno negli annali di Curaçao: la conquista di nuovi diritti sociali, il risveglio dell’orgoglio nero, e una presa di coscienza diffusa delle ingiustizie coloniali.

DUE SECOLI PRIMA, il 17 agosto 1795, Curaçao era stata teatro di un’altra grande rivolta, guidata da Tula Rigaud. Di lui si sa poco: schiavo nella tenuta di C.L. van Uijtrecht, a Bandabou, nel nord-ovest dell’isola, è lui ad accendere la scintilla della protesta, rifiutando di lavorare e diffondendo tra i suoi un appello alla libertà. Da tutta l’isola duemila schiavi si unirono a Tula.

La sommossa risuonava con lo spirito che aveva infiammato la rivoluzione haitiana perché l’abolizionismo e l’aspirazione alla libertà arrivavano a Curaçao grazie alla circolazione di persone e notizie provenienti da Santo Domingo, dove nel 1791 le truppe di Toussaint L’Ouverture avevano dichiarato guerra alla schiavitù e al dominio coloniale.

A differenza di Haiti, però, dopo tre mesi di intensi combattimenti la rivolta di Curaçao viene sconfitta dalle truppe olandesi, con l’aiuto del prelato locale. Tula e altri ribelli vennero giustiziati e le loro teste esposte come monito contro nuove ribellioni.

LA STORIA DI TULA, tuttavia, non sparì nel nulla. Fu tramandata sotterraneamente per decenni e in seguito riscoperta dalla memoria militante delle comunità afrodiscendenti, fino a essere scolpita nel territorio attraverso musei e monumenti. La Ruta Tula ne ripercorre le tappe con sculture che raffigurano enormi pugni bianchi che impugnano catene spezzate sorretti. Il percorso rivive ogni anno il 17 agosto, proclamato nel 1985 Giornata della lotta per la libertà.

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