Interconnessi alla Rivolta di Soweto


I funerali di Hector Pieterson, ucciso a Soweto non ancora 13enne il 16 giugno 1976 
e passato alla storia come prima vittima delle rivolta – Peter Magubane/Fabbri editore


Anniversari - Il 16 giugno di 50 anni fa la strage di giovanissimi studenti sudafricani che protestavano contro l’imposizione dell’afrikaans nelle scuole fu l’inizio della fine per il regime dell’apartheid. 
E quella lotta ci parla ancora oggi

il manifesto - 16 giugno 2026


La mattina del 16 giugno 1976, a Soweto, nel Sudafrica sotto il regime dell’apartheid, un gruppo di studenti tra i 13 e i 16 anni organizzò una marcia contro la politica linguistica del 1974 che imponeva l’afrikaans come lingua di insegnamento, nel quadro delle politiche avviate dal National Party dopo il 1948 e consolidate con il Bantu Education Act del 1953. Quello che passò alla storia come Soweto Uprising fu uno dei momenti decisivi nell’innescare il processo che avrebbe portato alla caduta dell’apartheid nel 1994. Un esito che in parte si deve anche alla visibilità internazionale che questo evento ebbe.

LE IMMAGINI della polizia che si scagliava contro ragazzini disarmati, spesso con l’ausilio di cani addestrati, uccidendone un numero sicuramente superiore a quello che fu dichiarato dalla polizia (23) e che avrebbe causato oltre 500 morti nei mesi successivi, indignarono le democrazie europee. Una reazione che può ricordare quella provocata poche settimane fa dalla violenza esercitata contro i membri della Freedom Flotilla da parte di Israele.

Nel 1976 l’Europa era divisa: mentre i paesi nordici e i movimenti anti-apartheid sostenevano il boicottaggio del regime, le principali potenze dell’Europa occidentale continuavano a intrattenere importanti relazioni economiche e diplomatiche con Pretoria. Tuttavia, a seguito del clamore mediatico delle proteste e della loro repressione, l’isolamento del Sudafrica aumentò sensibilmente. Ciò fu possibile anche grazie al lavoro di molti fotoreporter, che rischiarono la vita per documentare quanto stava accadendo.

NEL CASO DI SOWETO, oltre all’iconica fotografia di di Sam Nzima che domina l’ingresso dell’Hector Pieterson Museum a Orlando (al suo autore è dedicato il documentario Sam Nzima: A Journey Through His Lens di Nhlanhla Mthethwa), va ricordato anche Peter Magubane, le cui fotografie appaiono nell’edizione speciale di The Funnambulist (May-June 26). Durante le proteste Magubane fu picchiato e imprigionato per sei mesi. Già nel 1969 era stato incarcerato e gli era stato vietato di fotografare per cinque anni, reo di aver documentato una protesta davanti al carcere di Pretoria dove era detenuta Winnie Mandela. L´importanza che il fotogiornalismo ha rappresentato per la battaglia contro l´apartheid appare evidente anche dal lavoro del collettivo di fotografia documentaristica anti-apartheid Afrapix, attivo tra 1982 e il 1991, o il gruppo The Bang Bang Club (1990-1994), tra gli altri.


Uno dei primi arresti del fotografo Peter Magubane, nel 1958, per aver immortalato le violenze della polizia, in questo caso contro un gruppo di donne (foto di JurgenSchadeberg/Fabbri editore)

50 anni dopo la repressione degli operatori dei media nelle aree di conflitto resta immutata, mentre nelle aree di conforto il mondo è così cambiato da farci chiedere a che punto la violenza sia diventata una tale compagnia mediatica da faticare a suscitare risposte.

QUESTA MONDIALIZZAZIONE della lotta contro l´apartheid si deve in parte a un’origine della resistenza che si organizzava su base internazionalista nello stesso Sudafrica. Secondo Salim Vally (Amandla, 2026), titolare della Cattedra di Ricerca in Educazione Comunitaria (CAWE) all´Università di Johannesburg, «le organizzazioni della Black Consciousness e i giovani del 1976 furono profondamente influenzati da altre lotte di liberazione. Trassero ispirazione dalle lotte per l’indipendenza in Zimbabwe, Namibia, Angola e Mozambico, così come dalle resistenze popolari contro l’imperialismo statunitense in America Latina e in Asia Gli studenti erano ben consapevoli delle lotte degli afroamericani, della guerra di liberazione del Vietnam e delle lotte di altri popoli oppressi nel mondo». Una coscienza esplicitata nelle proteste contro la visita del segretario di Stato Usa Henry Kissinger nel settembre del 1976.

Se il regime dell’apartheid cercò di dividere la maggioranza oppressa attraverso la politica dei Bantustan e il Group Areas Act, gli studenti del 1976 sfidarono con determinazione queste divisioni. «A differenza delle odierne politiche identitarie razzializzate e tribali, i giovani del 1976 rifiutarono di vedersi attraverso le categorie imposte dall’apartheid. Non erano “minoranze”, non erano “Zulu”, “Coloured”, “Indian” o “Xhosa”: erano semplicemente gli oppressi uniti nella lotta».

GLI ATTACCHI XENOFOBI contro cittadini stranieri africani e asiatici che stanno accadendo in Sudafrica nelle ultime settimane raccontano quanta strada si debba ancora percorrere, 50 anni dopo, non solo in Sudafrica. Bambini cacciati da scuola perché «stranieri», separati dai genitori, persone uccise perché straniere o non bianche. Secondo Noor Nieftagodien, responsabile dell’History Workshop alla WITS University, autore di The Soweto Uprising (Jacana, aggiornato nel 2026) la rivolta di Soweto nasce dalla questione linguistica ma va ben oltre, includendo una più ampia contestazione del sistema ponendolo in relazione al movimento dei lavoratori: «Il 1973 segnò l’organizzazione dei lavoratori neri nel settore della produzione, e il 1976 l’organizzazione degli studenti neri nel settore della riproduzione. Bisogna considerare questi due processi come operanti insieme, spesso su binari paralleli, ma sempre più sovrapposti». Fu una alternanza di crescendo, per cui la rivolta del 1976 portò alle rivolte del 1984-1988 nelle townships.

Come ricordato da Noor, «il 5 e 6 novembre 1984 i sindacati e le organizzazioni studentesche organizzarono il più importante sciopero generale, sostenuto da centinaia di migliaia di lavoratori e centinaia di migliaia di studenti, che paralizzò il cuore economico del Paese e diede il via a un movimento nazionale che durò fino al 1986, quando venne dichiarato lo stato di emergenza nazionale».

SOWETO DOVREBBE RICORDARE l’importanza dell’internazionalismo e della intersezionalità delle lotte. I giovani del 1976 vollero opporsi al sistema, non per vuote commemorazioni, ma per un mondo in cui gli esseri umani non siano suddivisi in razze, valutati per forza lavoro e trasformati in un pericolo. Onorare questi esempi impone di interconnettere le lotte, rifiutare le divisioni imposte da chi le usa per i propri intenti e costruire una vera liberazione per tutti.

Ieri il gruppo sudafricano VisualIntifada ha reso disponibile online uno stencil in cui si legge: «Il Sudafrica appartiene a tutti coloro che vi abitano, uniti nella nostra diversità». Si invita a riprodurlo nei propri spazi di convivenza, contribuendo così a una trasformazione della narrazione con l’azione. Forse altre vie mediatiche sono possibili.

COME CONCLUDE VALLY: «Questo è il vero significato del 1976 – e il compito ancora incompiuto che abbiamo davanti. Steve Biko lo aveva espresso chiaramente quando affermava: “Le grandi potenze del mondo possono aver dato al mondo un volto industriale e militare, ma il grande dono deve ancora venire dall’Africa: dare al mondo un volto più umano”».
Aggiornamenti

24/06/2026, 17:53 articolo aggiornato


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Sam Nzima (1934-2018) con il suo celebre scatto dello studente 
Hector Pieterson ucciso dalla polizia sudafricana il 16 giugno 1976 – Ap

L’insegnamento di Soweto

Sudafrica Dalla rivolta studentesca contro l’imposizione dell’afrikaans, di cui cadeva ieri l’anniversario, al movimento che boccia l’inglese come lingua unica di produzione del sapere. La lotta continua

Laura Burocco - il manifesto

Ieri, 16 giugno, in Sudafrica si è celebrato lo Youth Day, una delle festività nazionali più sentite, in ricordo delle sommosse di Soweto del 1976, quando gli studenti delle scuole superiori organizzarono una marcia per protestare contro la politica linguistica del 1974, che imponeva l’afrikaans come lingua di insegnamento. L’afrikaans che è stata la lingua ufficiale dell’Università di Stellenbosch fino al 2017. La polizia rispose con gas lacrimogeni e proiettili, causando il ferimento e la morte di molti studenti.

L’IMMAGINE scattata da Sam Nzima, che ritrae Hector Pieterson portato in braccio da Mbuyisa Makhubo e seguito dalla sorella Antoinette Sithole, è diventata il simbolo della brutalità della South African Police, strumento repressivo centrale del regime dell’apartheid. La rivolta rappresentò un punto di svolta nel movimento anti-apartheid, sensibilizzando la comunità internazionale sulla violenza del regime e rafforzando l’opposizione a esso.

Gli eventi di quella giornata, raccontati da Ndlovu Mxolisi Sifiso nel suo libro The Soweto Uprisings (1998), possono essere ricondotti alle politiche attuate dal regime dell’Apartheid con l’entrata al potere del National Party nel 1948, in particolare all’introduzione del Bantu Education Act nel 1953, un sistema educativo progettato per “formare e preparare” gli africani al loro ruolo servile. L’ideatore della legge, H.F. Verwoerd, cosí ne riassumeva la ratio: «Al di sopra di certe forme di lavoro non c’è posto per loro nella comunità europea, quindi non gli serve ricevere una formazione che ha come obiettivo l’integrazione a tale comunitá». La ratio razzista accomuna il colonialismo all’apartheid. Per questo motivo il termine bantu, riferito al bantu education e ai bantustan riferito alle aree definite etnicamente al fine di espellere i cittadini neri dal resto del Paese e creare dei “senza terra” a casa loro, ha una forte carica politica. Per questo probabilmente nessuno più di un/a nero/a sudafricano/a può sentire empatia con la storica sofferenza del popolo palestinese.

SISTEMI EDUCATIVI DISEGUALI non erano comunque esclusivi dell’apartheid. Mentre l’istruzione per i bianchi era gratuita, obbligatoria e in espansione, quella per i neri era gravemente trascurata. Nel 1953, l’introduzione del Bantu Education Act separò il finanziamento dell’istruzione per gli africani dalla spesa pubblica, relegandolo alle imposte dirette versate dagli africani stessi, con il risultato che si spendeva molto meno per i bambini neri che per i bambini bianchi. Pur se in un contesto radicalmente diverso, si possono riscontrare somiglianze con il sistema italiano, dove scuole situate in quartieri o regioni con un reddito medio-basso possono affrontare problemi legati alla carenza di fondi, alla scarsa manutenzione degli edifici, alla mancanza di attrezzature moderne e alla difficoltà di attrarre insegnanti qualificati.

L’Extension of University Education Act, nel 1959, proibì l’ingresso di studenti neri alle università bianche, principalmente UCT e WITS, e originò le cosiddette bush universities come Fort Hare, Vista, Venda e Western Cape. Nello stesso periodo, la spesa per l’istruzione bantu registrò un piccolo aumento quando il governo nazionalista si rese conto della necessità di una forza lavoro africana qualificata. Il Coloured Person’s Education Act nel 1963 e l’Indian Education Act nel 1965 resero l’istruzione di coloured e indian people obbligatoria, ma crearono ulteriori sub-divisioni etniche. Una matriosca di perfidia bianca.

POICHÉ SOWETO ERA META di molte persone in cerca di lavoro nella City of Gold ( Johannesburg), e a causa delle pressioni delle industrie che richiedevano manodopera nera più qualificata, nel 1972 furono costruite a Soweto 40 nuove scuole, portando a un aumento significativo del numero di studenti: tra il 1972 e il 1976 un bambino su cinque a Soweto frequentava la scuola secondaria.

Sebbene l’istruzione bantu fosse stata concepita per privare gli africani e isolarli dalle idee “sovversive”, l’indignazione per l’istruzione impartita, considerata “inferiore”, divenne un punto focale della resistenza, che si manifestò particolarmente durante la rivolta di Soweto del 1976. L’ascesa del Black Consciousness Movement e la formazione della South African Students Organisation nella fine degli anni ‘60 contribuirono nel rinforzare la coscienza politica di molti studenti e il sentimento anti-apartheid all’interno della comunità studentesca. Le proteste non cessarono durante gli anni ’80 e il malcontento continuò anche dopo l’introduzione di un sistema educativo unico nel 1994, con le prime elezioni democratiche, e la vittoria dell’ANC di Mandela.

Gli ultimi eventi risalgono ai movimenti studenteschi del 2015-16 che, originatisi nelle due storiche università bianche, il Rhodes Must Fall (RMF) a UCT e il Fees Must Fall (MFM) a WITS, si sono poi diffusi in molte università sudafricane e hanno coinvolto anche vari atenei inglesi in quello che è poi diventato l’opportunistico mantra dell’accademia europea: la decolonization of knowledge.

LA SPETTACOLARE rimozione dall’università di Città del Capo della statua di Cecil Rhodes, padre di tutte le politiche segregazioniste, ha segnato l’inizio di un’ondata globale di rivendicazioni per la decolonizzazione toponomastica e ha innescato un ampio movimento iconoclastico. La denuncia dell’università come luogo di segregazione economica e razziale ha messo in luce l’intersezionalità del movimento, non limitandosi alle tasse universitarie, ma facendosi portavoce dei diritti della “manovalanza universitaria”, spesso terzierizzata. A livello curriculare ha imposto, e non sorprendentemente ottenuto, risultati enormi, affrontando il razzismo istituzionale intrinseco ai curricula eurocentrici. Le richieste tracciano un percorso verso l’equità razziale per insegnanti e studenti. Come nel 1976, il movimento ha denunciato l’ingiustizia di un sistema accademico che non solo impone l’uso della lingua inglese a persone alfabetizzate in una delle 11 lingue ufficiali africane, ma la legittima anche come unica lingua di produzione del sapere, riprendendo i dibattiti degli anni ’60, quando il resto del continente stava conquistando l’indipendenza. Gli effetti di tali dibattiti sono visibili nella globale rivalsa per il riconoscimento dei sistemi di conoscenza indigeni e le loro lingue.


“Youth Day” all’Hector Pieterson Memorial di Soweto (foto Ap)

Pur riconoscendo i vari problemi al suo interno, a partire dall’accusa di comportamenti patriarcali rivolta ad alcuni dei suoi leader, il movimento creato dagli studenti in Sudafrica «ha avuto un impatto enorme sul progetto coloniale, più di qualsiasi partito politico», ha affermato Athi-Nangamso Nkopo, co-autore di Rhodes Must Fall: The Struggle to Decolonise the Racist Heart of Empire. Tale impatto si è esteso globalmente alle università statunitensi ed europee, che non solo si sono appropriate delle rivendicazioni, cancellandone l’origine, ma continuano a detenere il potere di definire l’agenda e i contenuti della presunta “decolonizzazione” attraverso fondi gestiti dai loro capofila di progetti. Fondi elargiti da quella stessa “comunità europea” che continua a riaffermare l’assenza di spazio per una conoscenza che non sia endogamica.

LA RIVOLTA DI SOWETO compirà 50 anni nel 2026, il regime democratico che ha abolito l’apartheid ne compie 30 quest’anno, i fallists (come vengono chiamati gli studenti parte del movimento RMF/FMF) 10 anni. È possibile tracciare una linea di continuità di un movimento che sfida il radicato e criminale senso di superiorità bianca, insito in un sistema di oppressione e denigrazione dell’altro. Un movimento consapevole dell’uso strategico dell’istruzione per formare individui con bassa autostima, privati della capacità di pensiero critico e quindi facilmente controllabili. È quello che ha fatto, e continua a fare, l’educazione fascista sia in patria, che oltremare. Quello a cui assistiamo mentre l’educazione viene privatizzata, a-politicizzata, commercializzata, e/o ridotta a una utilitaristica deformità euro-decoloniale.


23/06/2026, 22:30 articolo aggiornato

Rita Plantera—21/09/2016


Rita Plantera—25/10/2015


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