Nessuno come Berruti, l'angelo dello sprint con gli occhiali da sole


Livio Berruti vince i 200 metri ai Giochi di Roma 1960 
battendo l'americano Lester Carney.

Addio all'oro dei 200 metri a Roma 1960, scoprì la velocità rincorrendo i gatti. 
Anticipò Mennea poi la rottura tra i due

EMANUELA AUDISIO

La Repubblica - Lunedì 10 agosto 2026
Pagina 29

Non se ne va solo l'oro di Roma '60, ma uno inimitabile. Un cavaliere dello sprint. La sua curva sembrava una linea disegnata da Raffaello. È stato il primo a far correre l'Italia nel mondo. Due anni dopo sarebbe arrivato Il Sorpasso di Dino Risi. Livio era grazia, leggerezza, eleganza. E mettiamoci pure educazione e classe. Il primo campione olimpionico europeo e mediterraneo dei 200 metri dopo 10 americani e due canadesi. Berruti, scomparso a 87 anni in una clinica della sua Torino, è stato il pre-Mennea. Un quasi dilettante che a 21 anni si prende la velocità e in due ore e un quarto strapazza due volte il cronometro. Figlio unico, studente in chimica, calzini bianchi e occhiali scuri. «Ero miope, li usavo nella vita di tutti i giorni, ma diventarono un simbolo di ribellione». E se proprio volete saperlo uno che aveva iniziato a correre in campagna inseguendo i gatti. «Mi accorsi di essere veloce perché spesso li acchiappavo, e perché, a tennis, quando scendevo a rete arrivavo così veloce che non riuscivo a fermarmi e mi toccava saltarla».

Era cresciuto nel Vercellese, a Stroppiana, dai nonni, dove rimase fino al '50 e dove durante la guerra non aveva sofferto la fame. Era un'altra Italia. «Quando avevo sei anni mio padre mi regalò un montone che viveva con me come fosse un cane. Impazzivo per la cerimonia del maiale che si teneva a novembre, io ero addetto all'assaggio del ripieno degli agnolotti e facevo a gara con mio nonno a chi ne mangiava di più». Allora non usava il nutrizionista. Aveva fatto il liceo classico Cavour e si allenava un'ora e mezza due volte la settimana, sempre dopo lo studio e la lettura. La sua playlist era il jazz. «In testa mentre correvo mi facevano compagnia le note jazz di Bix Beiderbecke e di quelli che poi sono diventati i miei amici, Gianni Basso e Franco Cerri». Il suo allenatore Peppino Russo gli fece provare i 200 metri visto che sui 100 era una scheggia. Ma degli amici medici dei genitori misero in allarme il padre: «Livio è troppo giovane e gracile per la doppia distanza, fermalo, lo stanno rovinando». Il papà scrisse alla federazione di atletica, diffidandola dal fargli correre i 200, ma per fortuna la lettera non venne presa in considerazione. Il 3 settembre del '60 all'Olimpico di Roma c'erano 80mila persone (anche Jesse Owens), ma si fece un gran silenzio prima della finale di Berruti che già in semifinale sulla pista di terra rossa aveva eguagliato il record mondiale (20"5 manuale). Gli altri andarono a riscaldarsi, lui no, per paura, rifiutò un massaggio e decise di sostituire le scarpe (le Valsport bianche al posto delle adidas). «Le volevo abbinare ai calzini e che avessero il colore delle colombe». Gli americani lo presero per uno snob, un tipo molto Lord Brummell, figurarsi quando lo videro ripassare l'esame di chimica. Fecero falsa partenza in due, Berruti e Johnson, ma non venne contata. Livio poi volò, con la sua calligrafia, nessuno schizzo d'inchiostro. Eguagliò di nuovo il primato mondiale e subito dopo il traguardo cadde a terra coinvolto dallo statunitense Carney. «In quel momento il silenzio si è rotto e ho ricominciato a sentire quel che mi stava attorno, un marasma, un'eccitazione palpabile».

Era il primo non nordamericano a trionfare nella specialità. Il giorno dopo, Gianni Brera iniziò così il pezzo: «Ho sognato di scrivere questo articolo per tutta la mia vita». Al villaggio olimpico il colpo di fulmine con la sprinter statunitense Wilma Rudolph, la Gazzella Nera. «I nostri furono incontri fugaci, fatti di sguardi, di mani che stringevamo appena potevamo, ci dicevamo così quello che le parole non esprimevano. Negli abbracci Wilma trasmetteva magia e una volta le rubai un bacio a fior di labbra, però i coach erano cani da guardia. Conservo ancora, sotto naftalina, la sua tuta, se ne occupa mia moglie Silvia, che l'accudisce senza gelosia». Era l'età dell'innocenza, non solo per lui. In premio c'era una Fiat 500 («Non l'ho mai vista»), un assegno di 800mila lire del CONI, un altro da 400mila per i due primati mondiali. «Ci comprai una Giulietta Sprint con cui ebbi un terribile incidente, finii sotto un camion».
Tre Olimpiadi, cinque finali, a Tokyo '64 finisce quinto, ma ancora primo degli europei, i giapponesi gli chiedono quale sia il segreto del suo volare in curva e lui risponde: «È grazie a un passato nel pattinaggio».

Non l'avesse mai detto, con quello rovinò un'intera generazione di velocisti che cominciarono a darsi al pattinaggio, senza ottenere risultati. Livio era ironico, agnostico, libero di testa. A Messico '68 se ne partì per una visita alle piramidi azteche.

Nel '79 rilasciò un'intervista dove si esprimeva sulla decisione di Mennea di rinunciare a gareggiare in Coppa del mondo a Montreal. L'articolo uscì con la frase «Pietro è un fifone». Mennea la prese male, Livio lo cercò al telefono per spiegargli e chiarire. Ma lui si negò. Livio allora andò a Formia, c'erano delle gare, aspettò, verso sera Mennea gli fece cenno di raggiungerlo. «Iniziammo a camminare, mi teneva sottobraccio, lo seguii fuori dal campo, in quel momento dagli alberi spuntarono suo fratello Vincenzo e altre tre persone. Vincenzo mi tirò un pugno e Pietro iniziò a insultarmi. Arrivò anche un maresciallo dei carabinieri che voleva denunciarli. Luca di Montezemolo, all'epoca a capo delle relazioni esterne FIAT, diede indicazione di bloccare tutto. Mennea gareggiava per la Iveco e io ero un dirigente FIAT che seguiva l'immagine sportiva del gruppo». I due non si amavano, troppo diversi, Berruti non aveva le rabbie da smaltire di Pietro, ma nemmeno le sue pressioni. Il suo oro olimpico del '60 fu vissuto come la felicità di un giorno di festa, non come un dovere professionale. Livio ancora una volta aveva corso più veloce dei gatti.

Da tempo camminava con le stampelle e non era più così rapido nel mangiare gli agnolotti nella trattoria sotto la salita di Superga dove lo portavano gli amici: «Sto invecchiando». Ma le sue parole restavano giovani: «Ho fatto un'atletica in cui non esistevano le nazionalità, eravamo tutti cittadini del mondo, pronti a condividere esperienze e non a essere prodotti di laboratorio». Credeteci: il campione olimpico per tornare a Torino chiese un passaggio a un nostro collega, Giampaolo Ormezzano, che aveva una 600. «E a Genova un vigile ci multò per eccesso di velocità». Berruti e l'Italia erano questo: un candore mondiale.

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